Simona Quadarella e il sogno olimpico: «So che posso vincere»

A 22 anni, è la stella più brillante del nuoto italiano. Pronta per i Giochi di Tokyo, forte dei tre ori europei conquistati da poco. L'abbiamo incontrata in esclusiva nel ritiro pre-olimpico per una chiacchierata che trovate nel numero di D in edicola con Repubblica


Foto Max Cardelli - Styling Rachele Bagnato (ha collaborato Federica Reali)- Trucco e pettinature Marta Vetere.

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Simona e l’orizzonte blu. «Cosa mi piace del nuoto? Non lo so. La fatica. E le emozioni che nessun’altra cosa al mondo mi sa dare». Ne ha avute e restituite già molte, Simona Quadarella, la gladiatrice del mezzofondo che si è presa tutto lo stile libero d’Europa qualche settimana fa a Budapest, confermando i 3 ori (nei 400, 800 e 1500) dei campionati continentali precedenti (Glasgow 2018): «La Duna Arena ungherese è la mia piscina del cuore», ci dice. Un amore sbocciato ai Mondiali del 2017 col bronzo nelle 30 vasche che la battezzò tra le sgobbone internazionali del cloro. Una vita fa, aveva appena fatto la Maturità (scientifica, voto 90 su 100), «mi buttarono lì in mezzo, ero frastornata, un po’ spaesata, senza molta esperienza di eventi così importanti, fui travolta».

Pochi conoscevano all’epoca quella che sarebbe diventata la nuova Alessia Filippi d’Italia, che Simona da bambina rincorreva al Foro Italico per farsi fare un autografo. Tutti chiedevano a papà Alberto Carlo, impiegato in banca e amante del mare e dei viaggi in gommone, qualche curiosità su quella figlia caimana messa in acqua a tre mesi. Rispondeva mamma Marzia, insegnante di lingue: «La chiamavamo Gnappez da bambina, perché era tanto piccola e non cresceva, aveva subito un intervento dopo un’infezione ai reni a 11 mesi. Eppure quando faceva le gare in piscina le usciva il veleno dai talloni».

Le esce ancora, adesso che di anni ne ha 22 e di chilometri in acqua ne consuma almeno 70 a settimana seguita da Christian Minotti, ex mezzofondista. Si allena con i colori dell’Aniene, la stessa società di Federica Pellegrini, dopo essersi congedata un anno e mezzo fa dai Vigili del Fuoco. «Una scelta di vita, non mi vedevo una volta finita la carriera a fare la pompiera. Mi sono iscritta all’Università a Scienze della comunicazione, mi interessa molto. Il problema è che non so cosa mi potrà dare un giorno la pienezza, la gioia e l’intensità che mi dà il nuoto. Che mi ha tolto qualcosa, ma l’ho scelto perché la felicità che mi restituisce ripaga dei sacrifici. A me piace gareggiare e soprattutto vincere, le sensazioni che provo quando arrivo prima mi fanno andare avanti. È uno sport diverso, sei in un ambiente come l’acqua nel quale devi adeguarti, curare molte cose, trasformarti».

Si trasforma a ogni bracciata, Simona. E lo porta scritto sul corpo. Sul braccio destro si è tatuata il numero 23 in coreano: è il giorno (del luglio 2019) in cui ha vinto l’oro Mondiale a Gwangju nei 1500 approfittando dell’assenza del fenomeno americano Katie Ledecky, primatista (anche) della specialità, che non partecipò alla finale per un virus intestinale. Negli 800 invece lo squalo yankee, 24 anni, tornò risanata, lasciando a Simona l’argento. Si ritroveranno alle Olimpiadi di Tokyo, dove i 1500 sono entrati nel programma (finale il 28 luglio), tra meno di due mesi. Per Simona saranno le prime in carriera. «Non riuscii a qualificarmi per Rio 2016, ci rimasi male, e forse anche per questo dall’anno successivo è stato un crescendo di risultati. Il rinvio dei Giochi deciso l’anno scorso da una parte mi dispiaceva, dall’altra mi ha fatto tirare un respiro di sollievo, avrei avuto altro tempo perché la pandemia ha interrotto più volte l’allenamento, che è la cosa peggiore per un atleta. E di questo ero molto preoccupata. Anch’io ho preso il Covid dopo un collegiale con la Nazionale a Livigno a fine ottobre, per fortuna in maniera molto lieve, raffreddore e mal di gola. Cosa mi aspetto in Giappone? Non lo so, ma penso che sarà strano. Fuori il contesto sarà particolare, non so neanche con quanto pubblico, ma credo che una volta in vasca sarà una gara come tutte le altre. Ci penso, ma dal punto di vista del nuoto: con Christian guardiamo poco le altre, cerco di costruire la strategia su me stessa, arriveremo lì e vedremo lo stato di forma delle altre, ma sarà poco importante rispetto a quello che dovrò fare in acqua che è quello che ho sempre fatto in occasioni importanti. Ledecky irraggiungibile? Non ci penso troppo, né a lei né alle altre, anche perché quello che è successo al Mondiale in Corea del sud nessuno l’avrebbe potuto prevedere. Oltre Katie magari viene fuori qualcun’altra altrettanto forte, la finale è fatta da 8 persone che cercheranno di giocarsela fino alla fine e ci sarà anche Quadarella. Io farò di certo 800 e 1500, i 400 non lo so, potrebbe compromettere le altre gare. Quindi per ora no, poi vediamo».

Vediamo intanto una Simona gigante. E dire che un tempo era soltanto la sorellina di Erica, nuotatrice di buon livello, di cinque anni più grande di lei. La voleva battere e ci è riuscita. «È grazie a lei che sono diventata quello che sono. Erica ha lasciato le corsie, è un ingegnere chimico, si è laureata al Politecnico di Milano, ora sta facendo un dottorato in Arabia Saudita. È il cervello della famiglia. Abbiamo avuto un rapporto di amore-odio, era brava, otto volte campionessa di categoria. In un tema alle elementari scrissi che volevo essere più brava di lei, motivo per cui la maestra convocò a colloquio i miei genitori». I Quadarella vivono a Ottavia, nord ovest di Roma, stesso quartiere e agli inizi stessa piscina comunale (la Delta) della sindaca Virginia Raggi. Mamma Marzia avrebbe preferito che Simona facesse ginnastica artistica, «ma era nel cloro che si trasformava in una guerriera». Fuori, una ragazza semplice. Le amiche con cui uscire ogni tanto, un fidanzato da un anno, Alessandro, nuotatore anche lui («è importante che ci sia qualcuno che capisca la vita che si fa da sportivi»), i social, le serie tv, l’amore per Roma da cui spesso lo smalto giallorosso: «Non potrei vivere altrove, è una città così grande che se dovessi andare da qualche altre parte mi sentirei in gabbia. È bella, puoi fare tutto, non ti preclude nulla. Certo, è anche caotica, c’è traffico, ci sono le buche, ma alla fine ci convive col suo disordine».

 

È anche testarda e volitiva, Simo. «Sono un po’ permalosa a volte, su tutto, e anche un po’ irrazionale, quando decido di fare una cosa la faccio anche se forse dovrei ragionarci di più. Christian dice che sono istintiva, ma alla fine non lo ritengo un difetto, anzi può trasformarsi in un pregio. Una qualità? Sono determinata e competitiva ed è quello che mi serve nel nuoto, una componente che ho dovuto tirare fuori quando non mi sento tanto in forma come in questi Europei di Budapest. E poi sono una molto semplice, che credo sia la parte migliore, mi adatto a tutto, parlo con tutti, non mi precludo niente, non ho pregiudizi, non pretendo troppo dagli altri. Mia madre diceva che da piccola ero una che si divertiva con poco, e questo è rimasto. In acqua cambio. Mi ridimensiono. Mentalmente più che fisicamente».

Vola. Come quel piccolo aeroplanino di carta che ha tatuato sul fianco. «L’ho fatto a 18 anni, non ha un significato particolare, mi ero impuntata, lo volevo e basta». Eppure Simona è decollata. «Mi sento qualche responsabilità in più? Sì, ma sono responsabilità che mi danno la carica per andare avanti, che mi fanno sentire la pressione giusta per le gare e per raggiungere gli obiettivi. Mi piace che la gente si aspetti qualcosa da me e, anche se mi mette una specie di ansia, mi fa anche sentire la carica dello stare sempre un po’ sul chi va là. Non ho un mental coach, oltre Christian mi segue un nutrizionista che è anche il mio preparatore atletico, Vincenzo Grossoni. È fondamentale avere qualcuno che ti conosca a tutto tondo. A Budapest sono andata senza aver preparato le gare, sono contenta di essermi confermata e di aver ritrovato tempi e adrenalina della gara, mi mancavano da un po’. Un campionato di passaggio, aver gareggiato a questi livelli mi ha dato molta carica e mi fa avere la giusta voglia per finire questi due mesi fondamentali. Un test per vedere a che punto sono e avere nuove sensazioni per le Olimpiadi».

Saranno le ultime per Federica Pellegrini, con la quale Simona ha nuotato la staffetta 4X200 a Budapest ritrovandosi poi con lei sul podio (bronzo e pass per i Giochi). «Il nostro rapporto? Non la conoscevo tanto qualche anno fa, è sicuramente un’ottima compagna e punto fermo della Nazionale, lei c’è sempre. Un punto di riferimento, fare staffette con lei è emozionante, ci carica di energie. Una festa per lei dopo Tokyo? Se davvero lascerà, ci mancherà. Credo che cambierà qualcosa, non so cosa, ma la sua assenza farà una differenza».

In Nazionale è entrata invece prepotente la ranista tarantina Benedetta Pilato, anche lei tesserata con l’Aniene, 16 anni, record del mondo e oro nei 50 rana in Ungheria. «Siamo tante donne ad andare forte, forse perché mettiamo una marcia in più, e Benny è tanto forte quanto piccola, catapultata in un mondo di grandi». Simona lo abita già. «Ho comprato una casa tutta mia a Roma, sempre a Ottavia, un passo che mi ha dato tanta soddisfazione quanto una vittoria. L’ho presa più di un anno fa, ma per la pandemia ho rallentato a sistemarla. Non è grande, ho puntato tutto sulla terrazza panoramica. Mi trasferisco dopo le Olimpiadi, ci vado a vivere da sola». Lì, Simona nell’orizzonte blu.