La storia
Dandy ideale: Oscar Wilde (a sinistra) con il compagno Lord Alfred Douglas nel 1893 
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Trame. Ecco perché i dandy non hanno più ragione di esistere

I dizionari lo individuano in "chi segue i dettami della moda con compiaciuta raffinatezza". Ma la Storia e Roland Barthes (che nel 1962 ha scritto un saggio sul tema) ci insegnano che il fine ultimo del dandysmo è portare alle estreme conseguenze la distinzione. Cosa che, nel sistema della società di massa in cui tutto è velocemente replicabile, si trasforma in una stancante e inutile corsa senza un traguardo

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Tutti sanno cosa significa la parola “dandy”. La si usa oggi meno di un tempo, ma comunque è ancora tra le parole in uso. I dizionari definiscono dandy “chi segue nell’abbigliamento e negli atteggiamenti i dettami della moda, con compiaciuta raffinatezza”. Stando alla prima parte della definizione saremmo tutti dei dandy, ma è la seconda quella che conta: “compiaciuta raffinatezza”. Il significato del primo termine, un aggettivo, è abbastanza intuitivo, mentre il secondo è quello più difficile da interpretare. Cosa è la raffinatezza? Chi la decide? La risposta oggi è: la moda. Per questo il dandysmo non esiste più.

Dandysmo: uno stile di vita per pochi

Ma andiamo con ordine. Sull’origine del termine non c’è alcuna certezza. Sembra derivi dal diminutivo di Andrew, nome proprio; circola in Inghilterra a partire dal 1789 circa, poi passa in Francia nel 1817; tuttavia il suo momento d’oro, almeno come termine di utilizzo, è nel periodo tra il 1813 e il 1819. Serve a indicare appunto l’uomo elegante, secondo il tipo rappresentato da G. B. Brummel, come dicono i dizionari di moda e i libri di testo anche delle scuole medie superiori. La storia del dandysmo si divide poi tra un versante inglese, dove tutto è cominciato, e probabilmente finito, e un versante francese, dopo che il temine, e il suo significato, era trasmigrato oltre Manica a partire dal 1819.

Secondo gli studiosi del dandysmo, proprio per il fatto di non essere un movimento codificato, ma qualcosa che somiglia a uno stile di vita, il dandysmo si estingue con coloro che ne erano gli esponenti più noti dell’epoca. Gli sopravvive la parola che di tanto in tanto fa capolino sulle pagine dei giornali, e ora online. È solo una vuota caricatura, ma tanto basta ad accendere una piccola luce. Nel 1962 Roland Barthes scrisse un testo intitolato Fine del dandismo in cui si interroga sul destino di questo curioso fenomeno che sembra estinto – sono passati sessant’anni da allora – ma di cui ancora si parla. Il semiologo e scrittore francese fa un discorso interessante che vale la pena di seguire per rispondere alla domanda: ha ancora senso parlare di dandysmo?

Barthes esordisce ricordando che per secoli i vestiti erano legati alle classi sociali esistenti: tanti vestiti quante erano le classi. Così nella società tradizionale ogni rango aveva il suo abito e nessuno si vergognava di portare un vestito legato al suo ruolo, al suo lavoro o professione, alla sua classe d’appartenenza. La disparità di classe sociale era sostanzialmente accettata, almeno fino a sessanta-settanta anni fa: essere operai, ad esempio, significava portare un certo vestito e questo non era qualcosa da nascondere. L’abito era sottoposto a un preciso codice, e questo rinviava a un ordine naturale spesso ritenuto di emanazione divina, quindi inamovibile. Il mondo medievale, da cui discendiamo in buona parte, era diviso secondo i tre grandi ordini: coloro che lavorano, i contadini, coloro che combattono, i soldati – dalle cui fila esce la nobiltà – e coloro che pregano, cioè il clero secolare e quello degli ordini. Una divisione che rimonta a molti secoli fa e che ha modellato l’immaginario occidentale per lungo tempo.

Cambiarsi abito, dice Barthes, significava nel contempo cambiare modo d’essere e quindi anche classe sociale. Nelle commedie del teatro italiano e francese ci sono molti esempi di tutto questo: scambio di identità e scambio di vestiti sono strettamente connessi. La grammatica dei vestiti è rimasta immobile per secoli. Poi è arrivata la Rivoluzione francese, che precede l’avvento del dandysmo, e in qualche misura ne è la causa efficiente. Barthes attribuisce all’avvento della democrazia la nascita del “vestito uniforme”. Dietro c’è anche il modello quacchero, che ha influenzato gli abiti nel Nuovo Mondo in modo sostanziale, ma questa è una storia dentro la storia principale dal dandysmo, cui voglio attenermi.

Pochette, bottoni, sciarpe... speranza di sopravvivenza per i dandy

Nel 1962, quasi alla vigilia di quel grande cambiamento che è stato il Sessantotto in Francia, e l’Autunno caldo del 1969 in Italia (ma c’era già stata la rivolta giovanile nelle università americane), il vestito moderno (si parla di quello maschile in questo caso) s’era trasformato nel senso della praticità, pur mantenendo un evidente aspetto di dignità. Austero almeno fino alla metà degli anni Settanta, poi subendo ulteriori trasformazioni in favore della informalità. Le classi sociali sono esistite, ed esistono ancora oggi, tuttavia l’uniformità imposta dalle classi medie ha dilagato senza barriere. Cosa c’entra tutto questo con il dandysmo? Se l’uniformità tende a diventare nella moda la caratteristica principale, dove si nasconderà la distinzione? Barthes suggerisce che in questo momento, dopo la Rivoluzione francese, appare una nuova categoria estetica che è destinata a sopravvivere per lungo tempo: il dettaglio.

Nell’ambito della moda femminile questa categoria oggi è occupata dagli accessori: collane, cinture, borsette, cappelli e altri oggetti che si aggiungono all’abito propriamente detto e che ne costituiscono l’aspetto di differenziazione. Anche nell’ambito maschile c’è qualcosa del genere, seppur con un minor numero di varianti: il nodo della cravatta, la pochette, la stoffa della camicia, i bottoni, il gilè, la fibbia di una scarpa, i calzini, la sciarpa. Se non si può distinguersi troppo, vista la dominanza di un certo costume conformistico – anche le classi sociali abbienti sono soggette a loro modo alle regole della democrazia, si veda la diffusione del jeans – si percorre la strada del dettaglio che ci fa diversi gli uni dagli altri, o almeno così si crede. Oggi molte case di moda puntano proprio su questo: un eccesso di dettagli per farsi distinguere, ma senza separarsi troppo dalla propria classe di appartenenza.

Nell’epoca in cui Barthes scriveva il suo saggio sul dandysmo stava nascendo un nuovo tema d’indagine sociologica e comportamentale: la distinzione. L’uomo distinto, scrive il semiologo, è colui che si separa dall’uomo comune con segni discreti, nel contempo poco visibili e discontinui. Non segni evidenti, eppure coglibili da coloro che sanno leggerli. La lingua vestiaria si modifica e intervengono vari linguaggi differenti. In questo il dandy è stato un precursore della distinzione all’interno del sistema della società di massa. Barthes mette bene in luce in cosa consiste il dandysmo nella sua essenza: porta alle estreme conseguenze la distinzione, per cui “l’essenza del dandy non è più sociale ma metafisica”. Il dettaglio è il nonnulla che serve ai dandy della società massificata per distinguersi. Con una frase icastica il semiologo francese afferma che il dandysmo non è più solo un’etica, come lo era per Lord Brummel, ma prima di tutto una tecnica.

Riuscire a distinguersi? Missione impossibile

Nella società, che è stata poi definita postmoderna, il dandy è costretto “a inventare senza sosta tratti distintivi infinitamente nuovi”. Capita così che a volte la chiave sia il denaro, la ricchezza, in altri invece è l’opposto, l’usura dei capi di abbigliamento, che serve a prendere le distanze. Certamente la confezione industriale degli abiti e dei vestiti ha portato alla fine dei dettagli, ragione per cui risorgono attività artigianali che costruiscono forme singolari e uniche. La boutique è sorta per questa ragione: per distinguere utilizzando il dettaglio come l’abito stesso; si pensi a Biba a Londra negli anni Sessanta, o alle esperienze italiane come Fiorucci. Scrive Barthes: “i modi per portare un vestito sono infatti limitati, e se non intervengono alcuni dettagli di manifattura, le innovazioni di tenuta si esauriscono ben presto”. Questo è l’effetto dell’abito cosiddetto industriale.

Le boutique degli anni Sessanta e Settanta hanno diffuso vestiti e accessori che dovevano necessariamente essere sottratti alle leggi della massificazione: una rincorsa continua, dal momento che ogni dettaglio diventava in breve un oggetto che può essere codificato, facendo venir meno la sua stessa ragione d’esistenza. Una rincorsa senza fine. Il dandysmo sancisce Barthes è perciò morto: “comprare l’ultimo modello di scarpe italiane o il più recente tweed inglese è un atto eminentemente volgare, nella misura in cui suppone una conformità alla moda”. Questa è la situazione in cui si trova oggi la moda? Direi proprio di sì. Nel 1967 il semiologo francese pubblica Sistema della moda in cui attraverso una analisi strutturale dei giornali femminili ricaverà “scientificamente” le regole di funzionamento della moda stessa. Il punto saliente della scoperta di Barthes sta nel fatto che “la moda è in effetti imitazione collettiva di una novità regolare e che il bilico che si viene creando è quello tra il fenomeno di massa e l’individualità singola". La moda sarebbe una sorta di tiranno inconsapevole che ha distrutto qualsiasi singolarità “pensata”, come accadeva per Brummel, prendendosi a carico “ogni singolarità istituzionale”. Ragione per cui non è il vestito in sé stesso a essere burocratizzato, scrive il semiologo, come accade nelle società prive di moda – oggi praticamente inesistenti, salvo forse nel fitto delle foreste amazzoniche –, “ma più sottilmente ogni progetto di singolarità”.

Il dandysmo non è solo stato neutralizzato, ma assunto dalla moda stessa, così che esiste un inevitabile “equilibrio automatico tra l’esigenza di singolarità e il diritto di ciascuno di soddisfarla”. Ora il dandysmo è affidato ai libri e al ricordo di un’epoca passata. La moda è uno dei motori più importanti delle trasformazioni individuali e collettive; modella entrambi i poli e, più ancora dell’arte, è uno degli elementi estetici di massa più importanti. Roland Barthes se n’era accorto per tempo e in discreto anticipo su tutti. Amen.