L'età delle notizie: così l'informazione libera i bambini dalle paure

Come si fa a spiegare ai bambini quello che accade nel mondo? E se ne restassero traumatizzati? Non esiste un modo per educarli alle notizie? Ne abbiamo parlato con diversi esperti

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Vent’anni fa, Parigi, VII arrondissement. Nello studio della psicologa Bernadette Lemoine un bambino che aveva poco meno di 4 anni inizia a costruire una torre con dei mattoncini. Lei lo guarda in silenzio, lui punta verso il cielo. Poi si interrompe e distrugge la costruzione con un aeroplano giocattolo. «Mi è successo spesso nel 2001: i genitori mi dicevano che i figli non erano stati esposti in alcun modo alle news, ma i piccoli quella tragedia l’avevano respirata anche semplicemente guardando e ascoltando noi adulti».

 

Succede qualcosa di simile a ogni grande inciampo della storia: quest’estate con la conquista di Kabul da parte dei Talebani, prima con l’esplosione della pandemia, l’attentato terroristico al teatro Bataclan, il terremoto ad Amatrice… Momenti in cui diventa difficile preservare i bambini dall’orrore delle notizie, e allora i genitori tornano a porsi interrogativi complicati: come faccio a parlare di quello che succede nel mondo ai miei figli? Non rischio di spaventarli? C’è un’età giusta per cominciare a guardare, o a leggere, le notizie?

 

La regola del 7

«Non importa quanto il bambino sembri pronto: prima dei 7 anni non bisognerebbe mai farlo», sentenzia Jill Murphy, vice presidente dell’organizzazione no profit americana Common Sense Media. La proccupa molto un dato: negli Stati Uniti il 42% dei genitori con figli piccoli ha dichiarato che la televisione, nelle loro case, viene lasciata accesa “sempre”, o “molto spesso”. L’anno del sondaggio è il 2017, ma risulta difficile pensare che questa situazione sia migliorata: chi vive in queste famiglie come avrà assorbito tutti i fatti terribili ascoltati nei telegiornali?

Quando la bolla scoppia

D’altronde anche l’atteggiamento opposto, quello che spinge a tenere i figli protetti in una bolla, pone dubbi controversi. «Scegliere di aspettare può essere altrettanto pericoloso», spiega la francese Lemoine, citando come prova proprio l’episodio del suo piccolo paziente dopo l’attentato alle Torri Gemelle. «Si rischia che le brutte notizie le scoprano da altri, magari all’asilo o a scuola, e a quel punto può essere molto peggio perché noi adulti perdiamo la possibilità di fare da filtro». Sul modo corretto di parlare ai bambini, Lemoine ha appena scritto "Le parole giuste" (Salani), una sorta di guida per aiutare i genitori a usare il dialogo come una chiave centrale dell’educazione.

 

Le parole giuste

Quali sono, quindi, quelle che andrebbero utilizzate quando si parla di notizie che accadono nel mondo? «È importante non spaventare mai i piccoli: possiamo raccontare loro che siamo tristi o arrabbiati per qualcosa che è successo, ma il nostro ruolo è quello di proteggerli e rassicurarli. Sempre. E poi è fondamentale che gli adulti chiariscano che quello che è successo non è in alcun modo colpa del bambino, perché ai piccini capita spesso di pensare che in qualche modo il loro comportamento c’entri qualcosa».

Il motivo di questo atteggiamento lo spiega la counsellor Alli Beltrame. «Fino ai 9 anni i bambini vivono in un mondo che gira intorno a loro. Poi c’è una sorta di passaggio del Rubicone e cominciano a provare una coscienza di sé all’interno del mondo, in relazione con gli altri. Solo in quel momento cominciano a capire che accadono delle cose che non dipendono direttamente da loro. Diciamo che smettono di sentirsi piccoli deus ex machina».

L’esordio dei 9

Nove, dice Beltrame. E non a caso nove è anche l’età a cui, idealmente, inizia a rivolgersi il mensile Internazionale Kids che, a modello del più noto giornale per adulti, raccoglie articoli pubblicati nei più importanti quotidiani stranieri che si rivolgono a bambini e ragazzi. «Attingiamo da pubblicazioni straniere pensate per lettori dai 9 ai 13 anni, ma devo dire che riceviamo mail anche da 7enni, che magari leggono solo i fumetti o fanno i giochi, e da 15enni che invece divorano tutti gli articoli», racconta Martina Recchiuti, caporedattore della testata. «D’altronde sono scritti talmente bene – e spesso da grandi firme – che si rivelano interessanti per tutta la famiglia. Abbiamo cominciato due anni e mezzo fa quasi per gioco, con un numero speciale, ma poi è piaciuto così tanto che abbiamo deciso di continuare, trasformandolo in un appuntamento fisso e, da quest’anno, persino in un festival in presenza, a Reggio Emilia».

Non avere paura

Mai temuto che qualche notizia potesse turbare i giovani lettori? «La nostra scuola di pensiero è quella di spiegare sempre e comunque, perché siamo convinti che le informazioni servano a non avere paura. Al contrario, sentirsi esclusi dal mondo può generare domande a cui magari poi i bambini non sono capaci di trovare risposte. Sul numero in edicola questo mese, per esempio, c’è un articolo sull’Afghanistan tratto dal giornale francese L’Actu in cui viene spiegato molto chiaramente chi sono i Talebani e che cosa vogliono». Di questa idea è anche Gianumberto Accinelli, entomologo e professore al liceo, che ha pubblicato diversi volumi di divulgazione scientifica. «Mi piace definirmi un eco narratore e sono convinto che i bambini abbiano gli strumenti per comprendere la realtà, bisogna solo raccontargliela tutta, nel bene e nel male, e soprattutto nel modo giusto, che per me è il linguaggio narrativo».

Questione di training

Ma si possono educare i bambini alla lettura delle notizie? «Io ne sono assolutamente convinta», continua Recchiuti. «Ne ho la prova ogni mese, vedendo l’entusiasmo con cui i nostri giovani lettori rispondono ai questionari aspettando il numero successivo dove pubblichiamo le risposte con infografiche dettagliate».

C’è chi fa addirittura un paragone con l’educazione alimentare. «Le notizie sono come il cibo», chiarisce Jenny Radesky, professoressa di pediatria all’Università del Michigan. «Le buone abitudini si insegnano prima di tutto con l’esempio. Se, per dire, siete abituati a guardare le notizie dallo smartphone la mattina, mentre fate colazione, quella può essere un’occasione per raccontare ai vostri figli cosa state facendo, spiegandogli che non si tratta di intrattenimento, e perché aggiornarsi su quello che accade nel mondo è così importante per voi e per tutti gli adulti».

L’ideale sarebbe riuscire a trovare dei momenti tranquilli, magari a cena oppure prima della buona notte, in cui offrire ai bambini la possibilità di fare domande. «Magari potrebbero sentire il bisogno di chiarimenti su qualche notizia che hanno sentito a scuola, o di cui avete parlato», spiega Tara Conley, ricercatrice della Montclair State University. «È un modo per assicurarsi che non siano stati turbati». Per aprire una porta o, ancora meglio, per lasciarla socchiusa, così che loro possano spalancarla solo quando ne sentiranno il bisogno.

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