Photo by Circling Sea on Unsplash
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Così la pandemia ha congelato il desiderio di maternità

Secondo uno studio inglese, nel 2021 il 53% delle donne ha rivisto i propri progetti di gravidanza. Simili i dati italiani sulla natalità. Ma la speranza per il futuro, tra paure e incertezze, non vacilla

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Più insicuri e maggiormente propensi alla flessibilità di piani e prospettive, soprattutto quelli relativi alla volontà di fare figli o allargare la famiglia. Così la pandemia ci ha cambiati. Come puntualizzato dai risultati presentati nel corso del Congresso Ebart 2022 - Evidence-Based Assisted Reproduction Technolog (che nel marzo scorso ha riunito diversi esperti internazionali nel campo della medicina della riproduzione e oltre 2.000 partecipanti) è stato in particolare il desiderio di maternità a subire una flessione importante nel 2021. I dati riportati, in arrivo da uno studio britannico dal titolo "Reproductive justice in the time of Covid-19", confermano che il 53% delle donne intervistate ha rivisto i progetti in termini di gravidanza, rimandandoli o cancellandoli in virtù della situazione pandemica. I motivi, spiegati dal professor Richard Anderson dell'Università di Edimburgo in un panel dell'Ebart, sono da ricondurre all'incerto impatto del virus sulla gravidanza, che ha spinto una importante percentuale delle donne coinvolte nello studio inglese a modificare i programmi per paura dei possibili effetti collaterali del Covid sul benessere psicofisico materno e del feto.

Un grande impatto sui dati di natalità dell'ultimo biennio lo ha avuto anche l'impossibilità di raggiungere i centri medici per la procreazione medicalmente assistita soprattutto nei periodi di lockdown duro, impedimento che ha costretto molte donne in cerca di una gravidanza (in particolare in fascia over 40) a posticipare i trattamenti per la fertilità. Non ultimi hanno influito l'impossibilità di vedere agilmente il proprio ginecologo per rimuovere i dispositivi intrauterini e iniziare un percorso di ricerca gravidanza e infine, la paura per gli esiti a lungo termine del Covid-19 sulla fertilità, su cui diversi studi si stanno concentrando oggi per valutarne l'effettivo impatto.

A queste motivazioni di stampo sanitario si aggiungono le incertezze economiche, l'instabilità psicologica acuita dalla pandemia e l'impossibilità di pianificare il futuro come si era abituati a fare.

Lo scenario italiano

Anche in Italia la natalità, come suggeriscono i dati raccolti dall'Istat, ha subito ben più di uno scossone. Nel 2020 i nuovi nati erano stati 404.892, 15 mila in meno dell'anno precedente. Il picco si è osservato alla fine dell'anno, quando i bambini concepiti in prossimità del primo lockdown sono nati e dunque entrati nei conteggi ufficiali. I dati relativi ai mesi gennaio-settembre 2021 confermano la tendenza alla denatalità: 12 mila bambini in meno sono nati rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. A livello statistico, suggeriscono i dati Istat, le ragioni di questa tendenza soprattutto nelle coppie giovani è legato al concatenarsi di eventi che la pandemia ha generato ed estremizzato: si esce dalla casa di origine più tardi perché si trova lavoro con difficoltà e dunque si alza l'età media in cui ci si sente pronti ad accogliere un bambino. Nel 2020, per il campione femminile, l'età media è stata di 32,7 anni (nel 2008 si partoriva, in media, a 31,6 anni).  Sempre, ovviamente, che si desiderino figli: scelta, quella di non averne, che sempre più coppie stanno rivendicando in virtù di desideri personali e ambizioni lavorative e private condivise col partner.

Valentina Cucchierato, educatrice e doula (una figura assistenziale non medica e non sanitaria che si occupa del supporto alla donna durante tutto il percorso perinatale), ci ha raccontato il punto di vista di un'esperta che ha seguito diverse mamme in periodo pandemica. "Ho notato che le donne con cui lavoro tendono a percepire la fatica di un eventuale secondo figlio proprio dopo l'esperienza di gravidanza e parto vissuta da sole, nel 2020". Solo in alcuni ospedali e con speciali protocolli di sicurezza, infatti, i padri sono potuti rimanere accanto alle partner durante il parto nei periodi più duri. Nella maggior parte dei casi però, le madri hanno dovuto affrontare parto e primi giorni col bambino da sole. Il 10 febbraio scorso, in Commissione affari costituzionali, è stato approvato l'emendamento per permettere ai parenti di accedere negli ospedali e fornire così supporto ai degenti, incluse le donne in attesa di partorire. Ma gli ultimi due anni non sono stati facili: secondo Cucchierato, proprio l'idea di ritrovarsi ancora una volta ad affrontare in solitudine travaglio e parto ha spinto tantissime donne a rivedere i progetti di nuove gravidanze. "Per non parlare del post-parto, periodo delicatissimo: tante hanno avuto difficoltà a trovare supporto nella pratica in un periodo in cui le ostetriche non potevano essere fisicamente vicine alle famiglie".

E così, come suggeriscoon i numeri dell'Istat relativi alla natalità del 2020-2021, se il primo anno di Covid-19 i dati variano di poco perché tante famiglie speravano in una risoluzione veloce della pandemia, è stata la seconda annualità a imporre maggiore cautela e prudenza, anche rispetto all'esperienza permeata di solitudine e imprevisti di chi ha portato a termine una gravidanza nel periodo successivo al primo lockdown.

Le testimonianze

Abbiamo raccolto una serie di testimonianze dirette rispetto a come la pandemia e l'incertezza, oggi ulteriormente acuita dal conflitto russo-ucraino, abbia un impatto così forte sulla volontà di fare un figlio. Non solo in negativo.

S., insegnante di scuola dell'infanzia, racconta che la malattia di sua madre, progredita in epoca pandemica a causa dei ritardi nella diagnosi e dunque nelle cure che avrebbero potuto fare la differenza, ha generato sulla sua vita un effetto a cascata che l'ha portata a prendere un lungo periodo di aspettativa dal lavoro. Sospensione, questa, che ha impattato da un punto di vista economico sull'assetto familiare del suo nucleo e, dunque, sul progetto di avere un bambino.

Per L., 40 anni, avvocata, l'arrivo del primo figlio, nato alla vigilia del lockdown duro del 2020, ha influito in negativo sul desiderio di allargare la famiglia con un secondogenito. "Mi sono sentita molto sola, insieme a mio marito e al mio primo bambino, in quel periodo. Mi sembra ancora adesso di vivere in una situazione di perenne incertezza. Ho dovuto continuamente rivedere i piani e questo ha spesso significato mettere da parte il mio lavoro, che da libera professionista è sì più flessibile ma spesso anche più sacrificabile".

Esperienza simile quella vissuta da S., 33 anni ed esperta di comunicazione, che ha avuto la sua prima bambina a ridosso del lockdown di marzo 2020 e si è ritrovata a vivere l'esperienza del post-parto e della maternità in un appartamento molto piccolo che si è trasformato, per necessità, sia in nursery che in ufficio per lo smartworking. "È stato sfiancante. L'arrivo di un figlio è sempre impegnativo, aver aggiunto lo stress causato dalla pandemia a nuove modalità di gestione di casa, figli e lavoro senza concederci svaghi mi ha fatto vacillare parecchie volte. Il sogno di avere 2 o anche 3 figli, al momento, è naufragato, schiacciato dalle difficoltà di trovare un equilibrio".

Sara, 34 anni e libera professionista, ha consolidato insieme al marito l'idea di non avere altri figli dopo la primogenita. "Sia a livello economico che emotivo abbiamo raggiunto un delicato equilibrio in questi mesi e non ce la sentiamo di perderlo", racconta.

Flavia, cuoca trentacinquenne, ha sempre sognato una famiglia numerosa. "Il terzo figlio per me era una priorità". Ma la pandemia non solo ha messo in pausa il suo lavoro, e dunque il suo stipendio per 8 mesi, ha anche minato la sua salute mentale. "La paura mi ha fermato. Anche se mi fa soffrire la consapevolezza che non sarò più madre per colpa del mondo in cui viviamo, ho scelto di concentrarmi sui miei due figli che hanno bisogno di una mamma serena, che li aiuti a pensare al futuro".

E., 37 anni, racconta di essere tra quelli, insieme al compagno, che con le prime ondate pandemiche hanno perso il lavoro. Situazione che li ha spinti a rallentare con il progetto di diventare genitori. "Da quel momento abbiamo preso decisioni più calate nella realtà e nelle nostre corde. Ci vuole tanta fatica, circondati come siamo dall'insicurezza, ma il covid ci ha spinti a rivedere priorità e carriere, anche se questo vuol dire più instabilità". A ridimensionarsi, in questo quadro di precarietà, è stata proprio l'idea di un figlio. "Vivo quotidianamente con l'ansia di finire in fretta di studiare per poter fare un figlio, con la consapevolezza che poi quando sarà i figli potrebbero non arrivare".

Tra tante storie di incertezza non mancano i racconti di speranza. Come quella di Valeria, 33 anni dipendente in un'azienda di marketing: per lei la pandemia è stato un "tirare il fiato al lavoro, un rimettere in fila le cose importanti", cosa che le ha permesso di dedicarsi a un'idea prima percepita come irrealizzabile come la maternità. E di Sara, professione editor, che, dopo aver vissuto l'esperienza del lutto perinatale prima dello scoppio dell'emergenza sanitaria, ha trovato proprio in quella perdita la spinta a riprovarci, per "non permettere a quell'evento terribile di vincere". Ilaria, 33 anni, in questo quadro ha deciso, insieme al suo compagno, di "buttarsi comunque per realizzare il sogno condiviso di creare una famiglia". Consuelo, 34 anni, impiegata, infine ci ha raccontato di come il distanziamento sociale imposto dalla pandemia abbia aiutato lei e suo partner ad avere la loro prima figlia. "Dopo un anno di ricerca, durante gli esami preliminari per iniziare un percorso di Pma a causa della sindrome da ovaio policistico, ho scoperto finalmente di essere incinta. Del resto, rimanere chiusi in casa senza avere altro che noi stessi per farci forza ci ha aiutati molto ad avvicinarci, a lavorare sulla nostra intimità. Il mondo è rimasto fuori: dentro c'eravamo io e lui, concentrati sul nostro rapporto".