L'intervista

Gli abiti e noi. Vestirsi è un gesto politico

Masako Owada prima delle nozze con l’imperatore del Giappone nel 1993Foto: Getty
Masako Owada prima delle nozze con l’imperatore del Giappone nel 1993
Foto: Getty 
Otto miliardi di persone, ogni mattina, si vestono. Compiendo, anche senza saperlo, un gesto politico. Lo spiega in questa intervista Andrea Batilla, autore di un libro che sgombra il campo da molti pregiudizi
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Ogni mattina quasi otto miliardi di persone si svegliano e, quando scelgono come vestirsi, non sanno quello che fanno; non considerano che i giudizi sull’abbigliamento non sono davvero personali, perché derivano da costruzioni culturali secolari, plasmate da rivoluzioni, fedi, strategie economiche che ancora esercitano il loro influsso. Pensiamo che esistano categorie nette: eleganza, buono e cattivo gusto, abito maschile e femminile, senza conoscerne l’origine e la funzione; dando per scontato che gli uomini portino i pantaloni, accreditiamo una separazione tra generi d’impianto borghese. Ogni scelta nell’armadio è uno strumento identitario troppo potente per procedere sulla base di pregiudizi ed errori. È perciò urgente conoscere Cosa si nasconde dietro gli abiti che indossi, così recita il sottotitolo dell’agile, approfondito saggio Come ti vesti (Mondadori) di Andrea Batilla, firma della moda e consulente di strategie aziendali nel mondo del lusso. È un testo che libera dai muri mentali e invita a riconoscere alla moda quella rilevanza culturale ignorata dalle istituzioni.

Qual è la domanda più importante che non ci facciamo?
«Nei confronti dell’abbigliamento, esistono due tipi di persone. Chi pensa di non averci alcun rapporto e chi vive il rapporto in forma ossessiva. Per entrambi, la questione irrisolta è: mi devo raccontare al mondo, travestire ogni giorno e non ne sono capace, perché nessuno mi ha spiegato come. Al tempo stesso avverto che c’è una pressione sociale fortissima con miliardi di regole da rispettare».
Ci basiamo su verità infondate?
«Il concetto di eleganza: cosa significa? Se uno risponde: è innata, è difficile contraddirlo. Occorre conoscerne la Storia, così potresti rispondere come e perché il concetto di eleganza è legato a una serie di riforme economiche affermatesi in Europa nell’Ottocento».
Poi ci sono i pregiudizi. I più ingombranti?
«Associare il buon gusto all’eticamente buono, e il cattivo gusto all’eticamente sbagliato. Il nordico lavora e per questo si veste bene, mentre ai siciliani si attribuisce cattivo gusto perché lavorerebbero meno. E questo è rispecchiato dall’abbigliamento: le milanesi devono indossare qualcosa che spenga l’erotismo e sia comodo per lavorare. Al Sud invece, libere di esibirsi, scelgono stampe, colori… È un’associazione pericolosa e falsa, serve a ribadire una storia che deriva dalla differenza tra estetica del protestantesimo e del cristianesimo. Un altro malinteso riguarda la categoria del vestito maschile e femminile: non significano nulla, salvo essere state utili per sottomettere donne, omosessuali e transessuali».

La copertina del libro di Andrea Batilla
La copertina del libro di Andrea Batilla 
Nel libro dedica un capitolo al corpo della donna, sempre terreno di rivendicazioni. Quali forze si oppongono oggi?
«Moda e musica vanno di pari passo nella riappropriazione del corpo femminile. Abbiamo appena visto Lizzo sul red carpet degli Mtv Awards, con un corpo lontano dai vecchi standard estetici. Al cuore del discorso, avviato dalle minoranze nere e diretto all’affermazione di un fisico non bianco e longilineo, c’è la riconquista della centralità dell’erotismo. La moda ha assorbito questa istanza, affidando il racconto a corpi che prima non calcavano le passerelle. Uscire dall’uniformità è di sinistra. All’opposto, c’è l’estetica bianca, bionda con occhi azzurri che invoca la stasi, sostenuta dalla destra. Negli Stati Uniti, il conflitto è feroce».
Come ha fatto la moda ad annullare paradigmi profondi tra maschile e femminile, alleandosi con il “caos liberatorio” indotto dalla rivoluzione transgender?
«Se una serie come Euphoria è la più amata dal pubblico tra i 15 e i 25 anni, che si proietta in quella cultura, è permeabile alla fluidità di genere, la moda non può non occuparsene; anche perché la Generazione Z è il segmento con maggior potere di acquisto. I suoi orizzonti estetici ed etici sono diversi e i brand cercano un dialogo. Fluidità, caduta delle distinzioni tra maschile e femminile sono fatti conclamati, ma ci vuole cultura. Vestirsi da uomo o donna, può essere scelta, gioco o un modo per nascondere una problematica. Andrebbe raccontato nelle scuole per evitare discriminazioni. Invece è spesso oggetto di offese di bassa lega».
Si arriva alla mancanza d’istruzione, alla moda come arte minore… Lei conclude il libro con una chiamata alle armi per sollecitare le istituzioni a “fare qualcosa”.
«La moda fattura in Italia più di cento miliardi di euro ma non c’è un museo. Non esistono scuole pubbliche, solo private, né percorsi creativi o manageriali pubblici, oppure sono di bassa qualità. La politica mostra un totale disinteresse al dialogo, come i brand. Poco tempo fa Lucia Borgonzoni, sottosegretario alla Cultura, ha preannunciato un museo della moda nel milanese Palazzo Dugnani. Ho chiesto: nessuno ne sa nulla. Si è parlato di soldi ma non c’è un progetto. Una notizia bomba caduta nel vuoto. A Parigi e Londra i musei li hanno da più di un secolo, in sedi come il Louvre e il Victoria and Albert Museum».
Com’è nata la voglia di scrivere il libro?
«Dalle domande della gente agli influencer su Instagram. Ogni occasione pubblica – lauree, matrimoni – rivela ansia sociale. Come vestirsi? All’inizio ridevo, poi ne ho compreso la gravità, il giudizio temuto più sul vestito, che sul resto. Instagram è un rivelatore d’ansia».
Il suo libro è un ansiolitico?
«Esatto».