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Le immagini del servizio fanno parte di Human Range, progetto della fotografa e videomaker Ludovica Anzaldi. Il suo lavoro si concentra su donne delle quali racconta in modo crudo e diretto la complessità, la fragilità e la forza. L’autrice di questo articolo, Nadia Terranova, è invece una scrittrice che nel 2022 ha pubblicato Trema la notte (Einaudi) e Il cortile delle sette fate (Guanda).
Le immagini del servizio fanno parte di Human Range, progetto della fotografa e videomaker Ludovica Anzaldi. Il suo lavoro si concentra su donne delle quali racconta in modo crudo e diretto la complessità, la fragilità e la forza. L’autrice di questo articolo, Nadia Terranova, è invece una scrittrice che nel 2022 ha pubblicato Trema la notte (Einaudi) e Il cortile delle sette fate (Guanda). 
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La scrittrice Nadia Terranova: "Mi sono liberata dei pensieri cupi sul mio corpo quando ero pronta a farlo"

Una scrittrice racconta il rapporto con il suo corpo come fosse un amore, attraversato da criticità e rancori. Ma con un lieto fine

4 minuti di lettura

Non mi ricordo quando ho smesso di preoccuparmi di assomigliare a qualcun’altra, però mi ricordo quando avevo cominciato. Durante l’adolescenza, negli anni Ottanta, correvamo in edicola a comprare giornaletti con le copertine adesive, giornaletti pieni di corpi, visi, bocche, era l’epoca dei costumi sgambatissimi e delle abbronzature totali, mi spalmavo le cosce e le braccia di una crema alla carota che prometteva: “attira i raggi solari” (un’indicazione per cui oggi sarebbe ritirata dal commercio, e per la quale all’epoca era la più ambita). Mi preoccupavo di somigliare a quegli adesivi più per l’abbigliamento e le espressioni, che per il peso: ero magra, pure troppo per l’estetica di quel decennio. Non avevo curve, non avevo fianchi, non avevo seno: fino a dodici anni non era un problema, fino a quando a sorridermi dai giornaletti erano ragazze parecchio più grandi della mia età, cui c’era tempo per assomigliare. C’era tempo per conformarsi. 

Poi quel tempo finì, e il mio poco peso cominciò a pesare. Soprattutto per il seno. Come avrei riempito le coppe dei body con le stecche? Continuare a comprare reggiseni della stessa taglia, senza aumentarla mai al contrario delle mie amiche che di mese in mese avanzavano: seconda, terza, e via così. Per dissimulare la mia prima scarsa c’erano i reggiseni imbottiti, e quando non c’era l’imbottitura si mettevano le spalline: si toglievano via dalla giacca e si appoggiavano giù sui capezzoli. Così, in qualche modo, riuscivo a somigliare a chi dovevo (e volevo). 
Oggi so che è un bisogno di quell’età, come fotocopiare un poster: ti togli un po’ – un bel po’ – di personalità, ma in compenso compri un’appartenenza, è un investimento in sicurezza, in protezione. Almeno così credi, e in effetti il ragionamento fa il suo dovere, finché ti serve per guardarti intorno, per capire chi sei e ragionare per somiglianze. Poi, però, quel bisogno sbiadisce.

A vent’anni il bisogno di rispecchiarmi cominciava a diventare multiplo. A chi volevo somigliare? A una modella inglese, a una filosofa esistenzialista, a una scienziata seriosa? Certe sere a tutte insieme, con un gran caos estetico e l’inizio di un’ariosa libertà. Somigliare a tante è più creativo e divertente che aspirare a un modello unico; quanto alle forme, il mio corpo era rimasto asciutto, la taglia in più di reggiseno che avevo acquistato mi confortava, l’adolescenza con le battute lancinanti sulla dimensione delle tette era già passata. No, non le battute, ma il riverbero che potevano avere: ero arrivata all’età in cui potevo dire di infischiarmene del giudizio degli altri. Non era del tutto vero, però dirlo mi faceva sentire più forte, e ancora oggi penso che se hai bisogno di essere una corazza, non puoi trasformarti ma puoi indossarla. Funziona, funzionava. Dissi addio alle imbottiture.

Poi, dei trent’anni ho una visione nebulosa, una sorta di passo indietro. Non si capisce quanto possano essere retrogradi finché non li si supera, e da un bel po’; oggi vedo i miei a metà tra un’adolescenza più recrudescente che tardiva e una maturità non ancora conquistata. Non avrei mai riempito un reggiseno con le spalline, però non mi piacevo. Invece le trentenni di oggi non sono così, sono molto più consapevoli, ed è da loro che arrivano i messaggi che io, invece, ho conquistato pienamente a quaranta. 
Dicevo: non ricordo quando ho smesso del tutto di pensarmi in termini di somiglianza e ho cominciato a escludere i paragoni dalle visioni del mio corpo. Quando ho smesso di definirmi attraverso le difformità che dentro di me non avevo smesso di chiamare difetti. Però ricordo un recente momento allegro, il video di una ragazza che indossava un paio di pantaloni aderenti, da ginnastica, senza nessuna maglia a coprire i fianchi, che non erano né grassi né fuori forma, solo presentavano un avvallamento tra anca e inizio della coscia. Li indicava spiegando che quei fianchi avevano un nome (anche simpatico, hip dips) ed erano una caratteristica, diffusa, del corpo femminile. Ancora una volta mi sono resa conto di com’è fresco e liberatorio dare un nome alle cose che abbiamo vissuto in silenzio. Mentre sul seno mi ero arrovellata, sui fianchi ero stata sempre convinta che fosse meglio sorvolare e metterci una maglietta su. Non ho foto della mia adolescenza in pantaloni stretti, perché mi vergognavo di quegli avvallamenti senza nome. Non li indossavo nemmeno a 20 anni. Forse a 30, con qualche sforzo. In compenso, a 40 suonati da un pezzo, ho l’armadio pieno di pantaloni a vita alta che li evidenziano, perché ho scoperto che è il modello che mi sta meglio o con cui mi sento a mio agio (c’è davvero differenza tra le due cose?). E dico hip dips ridendo come i bambini che scoprono parole nuove. 

È vitale imparare una lezione sullo stare al mondo da chi al mondo è venuto dopo; è una lezione arrivata perché i tempi sono cambiati, c’è più serenità in giro rispetto alla varietà dei corpi e il lavoro sulla rappresentazione ha fatto passi enormi in pochi anni. Però è vero che mi sono liberata degli ultimi pensieri cupi sul mio corpo quando ero pronta per farlo. Ho avuto una gravidanza dopo i 40 e ho visto il mio corpo cambiare quando ormai avevamo passato tutta la vita insieme. L’ho visto protendersi e allargarsi, ingrassare e dimagrire a fatica, ho provato pratiche sportive nuove, senza ansie performative, solo per andare dove non ero mai stata. I corpi che partoriscono non devono “tornare” uguali, per chi vuole c’è anche la possibilità di diventare altro senza snaturarsi: per i primi mesi dopo il parto ho continuato a indossare gli stessi jeans con la fascia che indossavo al nono mese. Poi li ho dismessi, con un po’ di stralunata gratitudine per questo corpo che tutto sommato ha retto bene un’esperienza così nuova e trasformativa. Quando ho messo le prime coppette assorbilatte, ho sorriso: era lo stesso gesto di qualche decennio fa, quando imbottivo i reggiseni. Il corpo cambia, ma cambia soprattutto il modo in cui lo guardiamo, il mio è diventato meno severo, più affettuoso. Il rapporto tra me e le mie cosce, la mia pancia, i miei fianchi, le mie tette, somiglia oggi a quelle relazioni di lungo corso che hanno passato criticità e rancori, in cui i due si sono rimproverati mancanze e difetti, per poi scoprire la clemenza e il desiderio, leggero e disincantato, di poter invecchiare insieme fino alla fine.