Intervista
Foto Alique/ courtesy Karl Lagerfeld
Foto Alique/ courtesy Karl Lagerfeld 
Intervista

Amber Valletta dice stop: "Non mi interessa più lavorare solo per soldi"

Io voglio che le mie azioni abbiano un senso. A un certo punto devi prendere una posizione, devi avere uno scopo": così la top model spiega la sua nuova vita

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«Io voglio che le mie azioni abbiano un senso, per questo oggi non m’interessa più lavorare solo per soldi. A un certo punto devi prendere una posizione, devi avere uno scopo». Fare di più, avere un obiettivo, dimostrare che lei, parole sue, non è solo un “bel faccino”. Intervistando Amber Valletta, capita spesso che la supermodella statunitense usi certi termini. Per la verità, è tra i pochi nell’ambiente a poter fare certe affermazioni senza apparire, come minimo, ipocrita: con 30 dei suoi 48 anni tra set fotografici e passerelle, le sue scelte di vita sono davvero sotto gli occhi di tutti. 
In un settore che solo relativamente di recente ha iniziato a fare i conti con il problema della sostenibilità e la necessità di modificare un sistema avviato al collasso, Amber da anni si spende sul tema, tanto da essere diventata una delle voci di riferimento della moda eco-consapevole. In ordine sparso: è consulente delle Nazioni Unite per il design sostenibile, è referente per l’educazione ambientale al Fashion Institute of  Technology di New York; ha prodotto diversi documentari sul tema, nel 2013 ha lanciato Master&Muse, una delle prime piattaforme di shopping green, ed è l’esperta sulla questione di Vogue UK. Infine, collabora con Karl Lagerfeld, il brand dello stilista scomparso tre anni fa, nelle vesti sia di sustainability ambassador e di designer “ospite” di una linea a base di cotoni organici e fibre di cactus, i cui ricavati sono destinati in parte alla piattaforma Treedom, che consente di piantare alberi in tutto il mondo. Ed è proprio per il suo legame con il marchio che, di prima mattina, ci parla collegata da Los Angeles, dove vive.


Una cosa Amber mette subito in chiaro: la sua è una scelta di vita. «Non sono decisioni che si prendono dalla sera alla mattina, questo è un processo di apprendimento continuo. Con alcuni temi ci sono nata, in un certo senso: sono cresciuta in una zona rurale dell’Oklahoma, e da piccola passavo i weekend nella fattoria dei miei nonni, in mezzo al nulla, dove l’unica cosa da fare era giocare all’aperto. Per me la natura è sempre stata “amica”. Credo che tutto nasca da qui, anche se ci ho messo tempo per metterlo a fuoco». Non che le mancasse la volontà di farlo, è che non ha avuto proprio l’occasione: a 15 anni in pochi giorni la sua vita è stata stravolta. «Mia madre mi aveva iscritto a una scuola di modelle a Tulsa. A me era parsa un po’ una sciocchezza, finché un giorno non s’è presentato un agente di Milano, che stava battendo palmo a palmo gli Stati Uniti per cercare facce nuove. Io non avevo mai scattato una foto, eppure, qualche settimana dopo, lui mi ha chiamato chiedendomi se volessi partire per l’Europa con mia madre. Il mio primo lavoro è stato per Vogue Italia, e non ho più smesso». 

La top model degli anni Novanta Amber Valletta (48), consulente delle Nazioni Unite per il design sostenibile e sustainability ambassador del brand Karl Lagerfeld.Foto Reto Sterchi/ courtesy Karl Lagerfeld
La top model degli anni Novanta Amber Valletta (48), consulente delle Nazioni Unite per il design sostenibile e sustainability ambassador del brand Karl Lagerfeld.

Foto Reto Sterchi/ courtesy Karl Lagerfeld
 

Amber arriva al momento giusto, ed entra difilata nella truppa che ha ridefinito la bellezza negli anni Novanta: dopo la perfezione di Claudia, Cindy e Linda, arrivano lei, Kate Moss, Shalom Harlow. Più eteree, più naturali, più moderne. Il loro successo è immediato, e le catapulta nell’Olimpo della moda: tanto per dire, Amber vanta 16 copertine di Vogue America, tante quante Claudia Schiffer. Ma già allora, in piena ascesa, qualche dubbio su questo mondo lo aveva. «Percepivo che ci fosse qualcosa che non funzionava come avrebbe dovuto, solo non mi rendevo conto di quale fosse il problema, e di cosa potessi farci io». La sua soluzione è semplice, ma non facile: si mette a studiare. Per anni alterna il lavoro ai corsi sull’ambiente della NY University, e quando si trasferisce in California dopo aver avuto suo figlio Auden, che oggi ha 21 anni, inizia a impegnarsi nelle proteste locali su climate change e inquinamento delle falde acquifere. «Solo con il tempo e lo studio, ho capito che moda e ambiente sono legati, e che la sopravvivenza dell’una dipende dall’altro. Non è che sto qui ad annunciare l’apocalisse, ma il sistema è troppo obsoleto per essere sostenibile: di base è una versione del vecchio colonialismo, secondo cui si sfruttano le risorse naturali finché si può, fregandosene delle conseguenze. Quanto vogliamo durare di questo passo?». 
La modella sa bene quale sia il punto nevralgico di tutto. «L’aspetto economico, ovvio. Bisogna ridefinire il concetto di successo: siamo stati abituati a pensare che la crescita - nelle vendite, nella produzione, nei negozi - sia sempre buona, quando invece non è così. Basti pensare ai danni che gli enormi volumi del fast fashion hanno causato, sommergendoci di scarti. Certi parametri andrebbero rivisti sostituendo il meglio al tanto, per poi andare a ritroso e coinvolgere l’intera catena produttiva». Altra cosa a cui tiene è il modo in cui si discutono certe tematiche. «Non sta certo a noi, in quanto sistema, fare proclami o annunci. Non ne abbiamo l’autorevolezza, e la situazione oggi è fin troppo nebulosa. Per esempio, è un continuo parlare di carbon neutrality entro il 2030, ma pochissimi sanno come arrivarci, o lo spiegano. L’obiettivo non dovrebbe sostituire il percorso, che è quello che conta davvero. Con Pier Paolo Righi, l’ad di Karl Lagerfeld, lo abbiamo condiviso subito: meglio dire meno, ma essere sicuri di ciò che si afferma. Per esempio, ora che lo abbiamo fatto possiamo comunicare che nell’ultimo anno il brand ha raddoppiato i materiali sostenibili utilizzati».