Storie
Alba Rohrwacher: "Non sono disposta a nessun compromesso per essere amata"
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Alba Rohrwacher: "Non sono disposta a nessun compromesso per essere amata"

«Nessuno mi ha mai obbligato né forzato a fare niente in cui non credessi. Ho creduto a quello che ho fatto e quindi mi sento a posto, anche negli sbagli. Sono stati tanti, ma sono affezionata anche a loro»: così si racconta a d l'attrice, al cinema dal 7 aprile con il film La figlia oscura, il film di Maggie Gyllenhaal tratto dal libro di Elena Ferrante. E posa per uno shooting di moda esclusivo

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Alba ricorda tutto. I sedili in finta pelle della corriera, la rupe che si affacciava sulla vallata, la voglia di essere altrove. Alba non ha dimenticato niente perché «anche se diventare adulti non era tra le mie massime aspirazioni e inconsciamente sapevo che crescere e trasformarmi mi avrebbe procurato dolore e fatica, ho sempre provato a conservare una parte bambina di me. Una parte che sa ancora stupirsi, rimanerci male o sentirsi persa nel momento in cui finisce un film e un personaggio a cui ho voluto bene se ne va». 

Al desiderio si è applicata e dopo molti premi, sessanta film, qualche viaggio e tanti incontri sostiene di essere la stessa studentessa «che entrava nei teatrini romani per fare le prove di spettacoli impossibili che sceglievo, sposavo e a un tratto, come per magia, diventavano vitali». L’attitudine, è rimasta identica: «Cerco di scegliere storie e avventure che mi coinvolgano», ma a cambiare è stata la consapevolezza. «Negli anni ho avuto la fortuna di partecipare a progetti che un tempo mi sarei potuta soltanto sognare, ma nel farlo ho imparato a non stare più male». C’è stata un’epoca in cui soffrire, per Alba, era la norma, ed emanciparsi dall’incubo delle passioni un sogno utile al solo verso di una canzone: «Per capire che i momenti vanno vissuti e goduti per quello che sono nell’istante in cui accadono c’è voluta esperienza. Ieri non lo sapevo fare. Ero inquieta e a disagio nella dimensione reale. Fuori fuoco e fuori sintonia. O mi proiettavo indietro, al passato e alla malinconia perenne, o mi agitavo pensando al futuro incerto e a ciò che mi sarebbe potuto capitare un domani». Imparare un codice, dice: «Mi ha aiutata tanto». 

Alba Rohrwacher, 43 anni, indossa una tuta stretch, Balenciaga. Gonna di satin, Saint Laurent by Anthony Vaccarello. 
Alba Rohrwacher, 43 anni, indossa una tuta stretch, Balenciaga. Gonna di satin, Saint Laurent by Anthony Vaccarello.  

Alla confusione di chi vorrebbe imbalsamare le emozioni, Rohrwacher, figlia di un tedesco e di una donna umbra, ha contrapposto le proprie. «Non ho mai avuto paura delle mie emozioni e non ce l’ho neanche oggi. Ma dominarle è un’altra cosa». Lo ha fatto con il suo corpo, con la voce, con le espressioni. Lo ha fatto recitando. Ha dovuto lasciare la campagna, il microcosmo rurale in cui lei e Alice, sua sorella avrebbero potuto potenzialmente restare per sempre, arrivare a Roma, recidere le radici: «Che sono profonde. Siamo quello da cui veniamo e non c’è modo di fingere, però sapere di poter tornare a quella radice è una fortuna e un privilegio». Per partire c’è voluto un movimento. Un’azione. «Amavo profondamente il luogo in cui i miei genitori avevano deciso di vivere e al tempo stesso lo volevo lasciare. Non accettavo l’idea di essere staccata dal mondo e ho combattuto la prospettiva dell’isolamento con tutte le mie forze. Opponendomi. Litigando. Discutendo. La cucina di casa era un teatro di scontri in cui credo di aver per la prima volta maneggiato gli strumenti del dramma e della commedia. Scene madri che sarebbero potute finire tranquillamente in un film».

Giacca di pelle, Prada. 
Giacca di pelle, Prada.  

Quando ripensa agli anni della vita in campagna, non tutto è ancora chiaro: «Nonostante non la capissi, non credo che la scelta dei miei genitori fosse frutto di un disegno razionale o di una teoria applicata. Era figlia dell’istinto, ingenua e forse goffa. Di fatto i miei avevano isolato me e Alice dalla comunità, ma non c’era niente di volontario, ideologico, punitivo o calvinista in quella casa. Siamo state educate in un allegro disordine, circondate dall’amore. Io sognavo di incontrare la concretezza fuori da lì e per quella ragione lottavo, Alice aveva semplicemente fiducia nella vita. Io ero in azione e Alice in osservazione. Entrambe abbiamo realizzato le nostre aspirazioni partendo. Ma oggi vedo sua figlia Anita che ha 15 anni e capisco che il frutto di questi decenni lo sta cogliendo lei. Vede il mondo fuori, ma apprezza anche la possibilità di stare raccolti, in famiglia, a casa dei nonni. In una realtà certamente più comoda e meno pauperista di quanto non fosse negli anni 80, ma sostanzialmente simile. Anita è in equilibrio: uno stato d’animo che per me era difficile anche solo immaginare». 

Tuta con dettagli di tulle e ricami, Gucci.
Tuta con dettagli di tulle e ricami, Gucci. 

È una domenica di sole. Di alberi in fiore. Di estate anticipata. C’è campagna anche in città e c’è campagna in La figlia oscura, il film di Maggie Gyllenhaal con Olivia Colman e Dakota Johnson tratto dal libro di Elena Ferrante, già passato a Venezia 78 e in sala dal 7 aprile, in cui Alba cammina circondata dalla natura. «Circa un anno fa ho ricevuto una bellissima lettera da Maggie». Parole gentili e una richiesta: «Mi chiedeva se avessi voglia di esserci nonostante il ruolo fosse molto piccolo. Le ho risposto con entusiasmo dicendole che era un’ipotesi bellissima e che non mi importava se fossi in scena per mezz’ora o per un minuto». Passano i mesi e tra uno stop e un cambio di scenario arriva il momento di partire. Ma venti giorni prima della convocazione in Grecia, Alba è fuori gioco. «Sono un soggetto allergico e l’allergia che mi prende questa volta è brutale e mi mette in seria difficoltà». Il volto cambia, i lineamenti mutano. «“Come faccio ad andare a fare questo film?” mi domando e intanto mi curo, ma il miglioramento è tenue. Le mando un messaggio: “Dobbiamo fare uno Skype, Maggie così mi vedi e ti rendi conto”. Facciamo la nostra videotelefonata e non appena ci vediamo Maggie si mostra sollevata: “Hai visto cosa mi è successo?”. “Ma che mi importa? Sei bellissima. Non ti ho scelto per il tuo viso, ma per l’anima. Prendi un aereo e vieni qui”». 

Abito di viscosa e sandali di pelle, Dolce & Gabbana.
Abito di viscosa e sandali di pelle, Dolce & Gabbana. 

Così la viaggiatrice Alba, provata dalla natura, si è messa in gioco: «Stare così non era nei piani, ma d’altra parte non ho mai saputo pianificare niente in tutta la mia vita. Nel film sono stravolta, ma è giusto così. Il nostro corpo è testimonianza e territorio. È il luogo in cui succedono le cose e la mia difficoltà è rimasta in un personaggio che di quel mutamento ha fatto la sua forza. L’incontro con Maggie e con Jessie Buckley è un incontro che mi porterò dietro nella vita. Sono due grandi artiste, due persone straordinarie, due amiche». 

Dal 2002, l’anno in cui esordì trascinando una carrozzina in L’ora di religione di Marco Bellocchio sono passati vent’anni: «Marco chiamò alcuni studenti del Centro sperimentale a partecipare al film e mi ritrovai a portare una donna molto anziana in una scena con tante persone. Quando mi rividi al cinema mi fece molta impressione». E sedici ne sono trascorsi da quando uscì diplomata dal Centro sperimentale di Cinematografia con compagni di corso come Riccardo Scamarcio. Marta Donzelli, la presidente del Csc, l’ha chiamata alla direzione artistica del corso di recitazione. Al principio, racconta Rohrwacher, «ero perplessa. Nel mio ricordo sono ancora una studentessa. Poi lei mi ha fatto notare che erano passati tanti anni e ho iniziato a rifletterci. Tante volte avrei voluto accettare proposte non troppo dissimili che alla fine declinavo perché non credevo di avere la lucidità necessaria per espormi in prima persona. Questa volta è stato diverso. Perché rispetto alla formazione di un attore e alla conoscenza di quella scuola il mio contributo posso darlo. Gli anni del Centro sperimentale rimangono i più belli della vita e anche questo, nel decidere, ha avuto il suo peso. Erano anni meravigliosi, di scoperta dell’altro e anche di me. Un’epoca in cui il mio massimo desiderio coincideva con la mia vita di tutti i giorni. A quella scuola devo davvero tutto, ha cambiato l’esistenza e mi ha dato la forza psicologica e poi gli strumenti pratici per affacciarmi nel mondo del lavoro e trasformare una vocazione in un mestiere». 

 Abito di crêpe, Valentino.
 Abito di crêpe, Valentino. 

Alba resta per qualche secondo in silenzio. Ci ripensa: «Perché poi, quello che la scuola ti insegna è la base della recitazione e cioè che l’unico modo per diventare un attore è ascoltare. Non solo chi ti è vicino, ma anche e soprattutto il tuo cuore». Batteva forte e non ha smesso, ma il respiro, film dopo film, ha preso un ritmo suo. 
Da piccola Alba vedeva i film di Bud Spencer. Da adulta ha imparato a difendersi. A condividere con le persone non solo qualche settimana sul set, ma se stessa. È accaduto con Laura Bispuri che l’ha coinvolta in Il paradiso del pavone presto sugli schermi: «Non solo una regista bravissima, ma una sorella». Con Jasmine Trinca a cui Alba ha donato fiducia per Marcel!, il suo esordio alla regia: «Ma in realtà, sono io a esserle grata per la sua fiducia». E accadrà ancora, quando si sentirà ispirata. 
“Io decido di volere bene, scelgo. E quando scelgo è per sempre”, diceva un Nanni Moretti in piena grazia su un lontano set messo in piedi quando Alba Rohrwacher aveva solo due anni. Con Moretti è poi arrivata a lavorare in Tre piani: «Oggi la spontaneità è diventata una piccola trappola. Mette tutti al sicuro. Nanni è alfiere di una maieutica molto diversa. Lavora sulla ricerca dell’autenticità, un traguardo complesso che richiede una concentrazione e una dedizione assolute, ma raggiungere insieme a lui questo traguardo è stata una conquista preziosa di cui gli sarò sempre grata». L’età conta. Se chiedi ad Alba dell’età vola sull’argomento con la stessa leggerezza di una corsa nei prati: «I miei trentacinque dice? Non li soffro». Ride. Alba ha le sue ironie, i suoi silenzi, i suoi misteri: «Sono semplice? Non credo. Sono complicata? Sicuramente. Ma nella complessità c’è una ricchezza invisibile». 

Abito drappeggiato, Loewe. Sandali, Gucci. 
Abito drappeggiato, Loewe. Sandali, Gucci.  

Di sicuro Alba è diversa da quasi tutte le sue colleghe. Vederla in giro è difficile, sentirla parlare della sua vita privata con Saverio Costanzo impossibile. La barriera tra sé e ciò che gli altri vogliono vedere di lei è spessa e al tempo stesso naturale. La vedi e sai che il suo confine è soltanto suo. Ovviamente non ha un profilo Instagram, ma, sostiene «non certo per una questione anagrafica o peggio pregiudiziale. Su Twitter come su Instagram passano foto splendide e limpidi esempi di informazione, ma anche se mi sforzassi di esserci non ci riuscirei perché non ne sarei capace. Ho una sorta di pudore rispetto a me stessa. Sono una persona che fa fatica a tradire il proprio sentire. È così oggi ed era così anche ieri. Quando dopo una lite sfiancante riuscivo ad andare con le mie amiche nel paesino vicino a casa e mi sarebbe bastato fumare una sigaretta per essere accettata dal gruppo, io quella sigaretta non me la fumavo. E rimanevo esclusa». 
Una «contraddizione», ricorda, «perché io avrei fatto di tutto per essere accettata, ma rifiutavo di percorrere la scorciatoia che mi avrebbe resa come le altre, parte delle altre, in un solo secondo». Un prezzo salato: «Che ritenevo congruo per garantirmi un lusso fondamentale: non tradirmi. Non somigliare a qualcosa che non mi corrisponde». Un passo di lato che sottolinea: «Non è una questione morale né, peggio, moralista, ma emotiva. Quella sigaretta l’avrei fumata solo se fossi stata accettata per quella che ero, non perché mi uniformavo a un gesto che mi avrebbe spinto a scimmiottare gli altri». 

Giacca e abito di lana e seta, Dior. In tutto il servizio: calze, Emilio Cavallini. Pettinature Keisuke Watari. Make-up Nicoletta Pinna. Assistente stylist Mariangela Orlando.
Giacca e abito di lana e seta, Dior. In tutto il servizio: calze, Emilio Cavallini. Pettinature Keisuke Watari. Make-up Nicoletta Pinna. Assistente stylist Mariangela Orlando. 

Un autoritratto. Un autoscatto. Le identità sono irreversibili, come le contraddizioni: «A volte così forti da farti soffrire. Volevo essere amata, ma non ero disposta a nessun compromesso per raggiungere l’obiettivo». Molti anni dopo Alba giura di essere felice: «Nessuno mi ha mai obbligato né forzato a fare niente in cui non credessi. Ho creduto a quello che ho fatto e quindi mi sento a posto, anche negli sbagli. Sono stati tanti, ma sono affezionata anche a loro». 
Nella piazza a fianco, intanto, da un palchetto giallo e blu qualcuno vibra discorsi pacifisti. A mille chilometri dall’Italia c’è l’inferno. Nello zaino di Alba c’è un libricino di Elsa Morante. La copertina rossa. Il titolo, spaventoso: Pro o contro la bomba atomica. Le parole in fila, una dopo l’altra: «Si direbbe che l’umanità contemporanea covi l’occulta tentazione di disintegrarsi». Pausa. «Morante dice che l’arte è il contrario della disintegrazione perché la ragione propria dell’arte, la sua giustificazione, il suo motivo di sopravvivenza, la sua funzione, è di impedire la disintegrazione della coscienza umana in un quotidiano che è logorante, alienante, ostile». Alba ci prova ogni giorno. Poi indossa una maschera, insiste per pagare, saluta e si confonde con la folla.