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Laura Haddock sarà al cinema dal 26 aprile con Downton Abbey II. Foto courtesy NBCUniversal 
Laura Haddock sarà al cinema dal 26 aprile con Downton Abbey II. Foto courtesy NBCUniversal  
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Laura Haddock: la nuova diva di Downton Abbey si racconta

Grazia, bellezza e allure da diva di altri tempi, l'attrice inglese avrà il ruolo di Myrna Dalgleish, attrice del cinema muto che si ritrova a girare un film nella tenuta dei conti di Grantham nel secondo film basato sulla serie creata da Julian Fellowes

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Laura Haddock aveva appena accompagnato a scuola Pip e Margot, i figli di 6 e 4 anni avuti dall’ex marito Sam Claflin, quando il cellulare ha iniziato a squillare: il regista Simon Curtis voleva offrirle un ruolo in Downton Abbey II: Una nuova era (dal 28 aprile nelle sale), secondo film basato sulla serie creata da Julian Fellowes. «Ero elettrizzata, sono sempre stata una fan accanita di Fellowes», dice da Montréal la 36enne attrice inglese. 
I grandi occhi azzurri e il sorriso da un milione di dollari hanno conquistato i cuori degli spettatori di Sua Maestà (e non solo), con titoli come Guardiani della Galassia, Transformers 5 e la serie Da Vinci’s Demons. 


Laura Haddock ha una grazia e un’allure da diva di altri tempi. Non è un caso che le abbiano affidato il ruolo di Myrna Dalgleish, attrice del cinema muto che si ritrova a girare un film nella tenuta dei conti di Grantham. «È una delle persone più famose del suo tempo, perciò i membri dello staff di Downton Abbey sono rimasti ipnotizzati dalla sua presenza. I problemi emergono quando, durante le riprese, lo studio decide che l’epoca del muto sia finita e che il film sarà parlato. E così per lei le cose si complicano».

Il cast completo di Downton Abbey II. Foto courtesy NBCUniversal 
Il cast completo di Downton Abbey II. Foto courtesy NBCUniversal  

Le star del muto erano venerate come divinità. Perché quel tipo di celebrità non esiste più?
«Gli attori che tra gli anni Venti e Trenta del Novecento godevano di fama si contano sulle dita di due mani. Il pubblico li vedeva solo su uno schermo o una rivista: quindi li considerava irraggiungibili. Erano meno appariscenti rispetto alle star di oggi, nessuno poteva sbirciare le loro vite sulle riviste di gossip o su Instagram. La gente creava miti con la fantasia».

Tant’è che l’arrivo del sonoro ne avrebbe spazzati via molti.
«Myrna viene impiegata come attrice per il proprio aspetto, ma la voce lascia a desiderare. Ho fatto tante ricerche, molte attrici del muto erano europee e hanno affrontato difficoltà enormi perché non parlavano inglese. È interessante osservare come sono cambiate, nei decenni, le ragioni per cui idolatriamo alcune persone e altre no. Nel mio settore molti credono che sia obbligatorio avere un profilo sui social, ma io vorrei essere invisibile: è una cosa che ho imparato a gestire, ma talvolta è stata causa di ansia». 

Ha mai dubitato delle sue capacità, come succede a Myrna nel film?
«Sì, e mi capita quando qualcosa mi appassiona davvero: è difficile liberarci delle nostre inibizioni quando la posta in gioco è alta, ma è necessario. Ho capito che una delle cose che preferisco è lavorare con accenti diversi e immergermi in culture diverse dalla mia».

L’ha mai fatto, di recente?
«Sto girando una serie per cui ho dovuto imparare un’altra lingua: all’inizio ero spaventata, ma alla fine mi sono sentita più fiera che mai. Qualche anno fa mi sono ritrovata davanti a un bivio importante: era appena nato Pip, quando il regista Michael Bay mi ha offerto una parte in Transformers. Le riprese sarebbero iniziate tre mesi dopo il parto: oltre a richiedere grande allenamento e forza fisica, avrei dovuto trasferirmi negli Stati Uniti». 

Un bel cambiamento.
«È stata una delle decisioni più toste che abbia mai preso: ho capito di essere più forte di quanto pensassi».

Dopo la nascita di Margot, però, era riluttante all’idea di tornare a lavoro. 
«È difficile provare a fare tutto, perciò è necessario circondarsi di persone di cui ti fidi e che si prendano cura dei tuoi figli. Sono grata di avere degli affetti che mi permettano di portare avanti la carriera. E sono anche molto severa con me stessa e nel lavoro do il massimo: il ruolo più grande della mia vita, però, è quello di madre. Quando parlo con le amiche, mi accorgo che tutte proviamo un costante senso di colpa per dover stare lontane da casa: c’è voluto tempo perché imparassi che sentirsi in colpa non porta alcun beneficio». 

Un esempio anche per i suoi figli?
«Vorrei anche che capissero che la loro mamma fa un mestiere che la appassiona. Vorrei che crescessero felici, curiosi e interessati. Pip e Margot sono ancora piccoli, ma stanno già cominciando a capire il mio lavoro. È importante che comprendano che è possibile seguire i propri sogni e avere una famiglia: fare ciò che ami ti rende felice e, se sei felice, diventi la versione migliore di te stesso, il che è un bene anche per chi ti è accanto». 

Non va mai in crisi?
«Certo! Ci sono giorni in cui vengo assalita dai dubbi e metto tutto in discussione. Fa parte della vita, è una conversazione quotidiana con se stessi: bisogna conoscersi a fondo. E, se le cose non funzionano, cercare nuovi equilibri».

Da qualche anno sta lavorando alla sceneggiatura di una serie incentrata sul periodo in cui Sylvia Plath scriveva per il magazine Mademoiselle, negli anni Cinquanta.
«È il mio progetto del cuore, che parla di disuguaglianza tra i sessi e di alcune donne che si ribellarono a ciò che la società si aspettava da loro. Se Sylvia avesse avuto a disposizione gli strumenti che abbiamo oggi, forse non si sarebbe suicidata, perché avrebbe finalmente trovato uno spazio in cui esprimersi. Da questo punto di vista, i social le sarebbero stati utili: era una persona schietta, creativa e socievole, ma lottava con la propria salute mentale e non c’era nessuno ad ascoltarla, viveva isolata. Se c’è una lezione da tenere a mente, allora, è che la comunicazione è fondamentale. E far sentire la propria voce è una necessità, come respirare».