Storie
Dalla mostra Femmes photographes de guerre (in tre musei parigini fino al 31 dicembre). A destra, Carolyn Cole, un poster di Saddam Hussein crivellato dai proiettili e ricoperto da un murales di Salem Yuel. Baghdad, aprile 2003
Dalla mostra Femmes photographes de guerre (in tre musei parigini fino al 31 dicembre). A destra, Carolyn Cole, un poster di Saddam Hussein crivellato dai proiettili e ricoperto da un murales di Salem Yuel. Baghdad, aprile 2003 
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Fotografe di guerra: Christine Spengler racconta le 8 fotoreporter cui Parigi dedica una mostra

A Parigi tre musei rendono omaggio al coraggio di otto donne fotoreporter al fronte. «Eravamo grandi amiche e massime rivali»: Christine Spengler ricorda qui le loro avventure

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«Quando gli altri se ne vanno, tu resta», mi dice Christine Spengler. Gli altri sono soprattutto i fotoreporter maschi che «ti dicono massì, torniamocene in hotel, per oggi non succede più niente di interessante, i morti li abbiamo fatti, cosa vuoi fotografare ancora? Io, per esempio, i ragazzini che prendono in giro i soldati, alla fine di una giornata di scontri a Londonderry, Irlanda del Nord, 1972. Una cosa che i miei colleghi non avrebbero certo preso in considerazione. Forse nemmeno i giornalisti. Se loro vanno a destra, tu svolta a sinistra».

Spengler è una delle protagoniste della mostra Femmes photographes de guerre (al Musée de La Libération, al Musée du général Leclerc e al Musée Jean Moulin di Parigi fino al 31 dicembre). Per fortuna che c’è lei, una sopravvissuta, classe 1945, nata a Vichy, a commentarla direttamente, ché è un’altra cosa. 

La presa di Addis Abeba di Françoise Demulder (1947-2008): un partigiano del Fronte democratico rivoluzionario per il popolo etiope, 30 maggio 1991.
La presa di Addis Abeba di Françoise Demulder (1947-2008): un partigiano del Fronte democratico rivoluzionario per il popolo etiope, 30 maggio 1991. 

Nel suo ambiente si muore spesso giovani come le rockstar, «come Gerda Taro a 27 anni», che magari abbiamo incontrato nel romanzo di Helena Janeczek, La ragazza con la Leica, che ha vinto il premio Strega, non perché era una donna come avevano criticato i primi insofferenti al politically correct. Anche Spengler lo chiarisce da subito, «ho sempre fotografato come un uomo, mai pensando che ci fosse uno sguardo di genere dietro la mia Nikon. Le distinzioni maschile/femminile sono balle. C’è solo una piccolissima parte che io chiamo mon coeur de femme. Ovvero, “tornateci voi a riposare. Per prima cosa perché io non bevo whisky, seconda cosa non aspettatemi perché devo editarmi gli scatti del giorno da sola” (c’è una fantastica foto di lei in studio nei 70, ndr). Le smorfie delle piccole vittime, gli squarci di vita normale, è quello che manca alla guerra in Ucraina e che mi fa dire che questa è mille volte più atroce di quelle che ho fotografato io. Forse anche grazie ai social che ci fanno seguire “in diretta” quello che accade, vedo il dolore dei bambini e delle donne, comprese quelle che non possono abortire nemmeno se sono state stuprate o non se la sentono di metter al mondo un figlio ora. Davanti a questa guerra ci vuole ancora più coraggio», dice indignata e triste. «Di questo, forse, le donne ne hanno di più. Il coraggio non è vincere la vista del sangue, ma è quello leggendario di Martha Gellhorn», continua Spengler. «Martha era la terza moglie di Ernest Hemingway, vivevano nella villona all’Avana coi soldi dei bestseller. A un certo punto lei propone a Ernest di piantare tutto e andare a fotografare la guerra. Lui non ci pensava nemmeno, voleva un figlio. “Né figli, ne mojito”, risponde lei riferendosi ai loro party. “Io vado”.  O come Gerda Taro che per restare fedele al suo lavoro ha rinunciato a sposarsi con Robert Capa, che conoscevo bene perché con lui condividevo l’odio per il sensazionalismo, entrambi fan del bianco e nero a differenza di Sebastião Salgado che aveva una patina argentata alla Velázquez mentre io, fin da piccola quando andavo al Prado, tifavo Goya». 


I ricordi di Spengler tornano ai difficili rapporti con i suoi grandi amori. «Come fai a dire “parto per due mesi e non è detto che ritorni”. D’improvviso ti chiamava il direttore della Sigma: “Sei pronta?”. “Io sono sempre pronta”. Ricordo un Natale in Salvador, agli inizi, ero l’unica sfigata che non aveva famiglia né ancora un fidanzato, né soldi. All’aeroporto era pieno di cartelloni luminosi Dios te ama, gli squadroni della morte uccidevano gli intellettuali di sinistra e facevano fotomontaggi dei loro resti. Nel tragitto verso l’hotel Camino Real c’erano corpi per terra, i grandi magazzini in vetrina avevano machete con scritto Recuerdo de Salvador, tipo souvenir. Poi un compagno ce l’ho avuto, ma farci famiglia no».  

Bombardamento di Phnom Penh, Cambogia, 1975. Foto di Christine Spengler
Bombardamento di Phnom Penh, Cambogia, 1975. Foto di Christine Spengler 

Nella mostra parigina ci sono otto donne come in un film di Ozon, «eravamo grandi amiche e massime rivali», ride Splengler. «Negli anni di Franco a Madrid dove vivevo non vedevi riviste tipo Paris Match. Poi sono arrivate. Era la guerra tra le testate patinate che ci faceva diventare rivali». Ognuna il suo mantra, si legge nel catalogo della mostra curato dalla storica Sylvie Zaidman: “Trattatemi come i ragazzi”, chiedeva Lee Miller. “La telecamera è una scusa per essere in un posto dove non sarei arrivata mai”, Susan Meiselas. “Avrei potuto smettere in ogni momento, mai fatto”, Carolyn Cole. “Con le foto puoi scuotere e svegliare la gente”, Françoise Demulder. “Se non lo fotografi, non lo verrà a sapere nessuno”, Anja Niedringhaus. «In Vietnam, per esempio, ci incontravamo nell’hotel dei giornalisti, il Caravelle: “Allora Christine, che hai fotografato di bello oggi?” mi chiedeva Catherine Leroy. Io: “Un ragazzino che piange la morte di suo padre, lo stesso che ieri nuotava nel Mekong”. In Ucraina, non hai nemmeno modo di fare foto così».

Sandinisti alle mura del Quartier Generale della Guardia Nazionale di Esteli. Nicaragua, luglio 1979. Foto Susan Meiselas/Magnum Photos
Sandinisti alle mura del Quartier Generale della Guardia Nazionale di Esteli. Nicaragua, luglio 1979. Foto Susan Meiselas/Magnum Photos 

 

Gerda Taro, Mobilitazione generale. Valencia, Spagna, marzo 1937. Photo Courtesy International Center of Photography
Gerda Taro, Mobilitazione generale. Valencia, Spagna, marzo 1937. Photo Courtesy International Center of Photography