Storie
Un’opera dell’artista messicana Tatiana Parcero che riflette sull’identità femminile.
Un’opera dell’artista messicana Tatiana Parcero che riflette sull’identità femminile. 
Storie

MoMA: in mostra a NY, cento anni di fotografia al femminile

Mentre il MoMA celebra cent’anni di fotografia al femminile, abbiamo voluto dedicare questo numero ad alcuni dei più rilevanti talenti, al loro sguardo sul mondo, a come raccontano la guerra, i diritti, il nostro tempo

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Una grande mostra si deve, spesso, a un grande collezionista. E una rassegna di 100 anni di fotografia, in 90 scatti di artiste, non poteva che nascere da un’appassionata come Helen Kornblum, psicoterapista, attiva nella difesa del diritto alla salute delle donne, da 40 anni ricercatrice di storie e sguardi femminili, più o meno celebri. Our selves: Photographs by Women Artists from Helen Kornblum, da oggi al MoMA di New York, mette in dialogo la collezione del Museo con il dono prezioso di Helen, con la convinzione che le vicende del femminismo e quelle della fotografia siano intrecciate in modi inaspettati. Le domande che pone sono molte: le artiste hanno usato la fotografia come un medium progressista? Uno strumento di resistenza? Un modo per sovvertire le convenzioni? 
Oggi apre al MoMA di New York la mostra Our Selves: Photographs by Women Artists from Helen Kornblum. Uno scatto di Cara Romero che celebra forme d’arte indigene.
Oggi apre al MoMA di New York la mostra Our Selves: Photographs by Women Artists from Helen Kornblum. Uno scatto di Cara Romero che celebra forme d’arte indigene. 
 
Gli ultimi 100 anni sono stati cruciali. L’arte è diventata uno spazio di libertà ed emancipazione. Ma non è sempre stato così. «Ho cominciato a notare quanto fossero poco rappresentate e poco apprezzate le artiste. Chi scriveva libri d’arte? Uomini. I direttori dei musei? Uomini. Così ho spostato il focus della mia collezione sulle donne, per dare loro maggior visibilità», scrive Kornblum nel catalogo. Dal primo scatto del 1899, Penmanship Class di Frances Benjamin Johnston, che documenta la segregazione razziale nella scuola, fino a un ritratto contemporaneo dell’artista Cara Romero, che celebra forme d’arte indigene, il percorso della mostra crea intersezioni, scintille creative, relazioni avvincenti, da una prospettiva femminile. Che cos’è una fotografia femminista? Si chiede la curatrice della mostra, Roxana Marcoci, senior curator of photography al MoMA, che a d racconta perché questi scatti sono rilevanti per il nostro futuro. 

Il titolo Our Selves è un’affermazione molto forte: è neutro, in inglese, può voler dire sia noi stesse che noi stessi. 
«Our Selves è una mostra che parla al tempo presente. Si rivolge a un pubblico contemporaneo, a noi stessi. In un’epoca in cui è sempre più importante affermare equità, inclusività e diversità di voci, la mostra si chiede: quali sono i modi in cui la fotografia è stata usata come un medium per emanciparsi? Come un’espressione creativa, non determinata da forme colonialiste di rappresentazione? Sull’onda del #MeToo, e solo poco più di un centinaio d’anni dopo il suffragio universale negli USA, Our Selves invita i visitatori a riflettere sui modi in cui le donne, operando spesso ai margini delle culture dominanti, hanno dato forma alle pratiche artistiche e sociali nei tempi moderni».
Un'opera di Hulleah J. Tsinhnahjinnie, Vanna Brown, Azteca Style, 1990.
Un'opera di Hulleah J. Tsinhnahjinnie, Vanna Brown, Azteca Style, 1990. 
 
Questa mostra nasce dalla collezione che Helen Kornblum ha donato al MoMA nel 2021. Questo fondo come ha arricchito il prezioso patrimonio fotografico del museo?
«Il regalo di Helen trasforma il nostro heritage. La sua collezione è stata costruita con passione e rigore, non solo per la qualità delle immagini, ma anche per la selezione di artiste note insieme a artiste poco rappresentate, una rivelazione anche per i maggiori conoscitori. Amplia così il contributo che le donne hanno dato alla fotografia, e permette di comprendere che la costruzione di una storia più inclusiva e universale richiede di immaginare modelli non binari di produzione culturale». 

Quali sono i confronti e i cortocircuiti più interessanti che la mostra fa emergere, nel suo percorso non cronologico? 
«Si tratta di una collezione di storie rilevanti per il nostro futuro politico e creativo. Invita i visitatori a un viaggio attraverso temi – come la diaspora africana, il queer, il postcoloniale, l’identità indigena – che implicano specifiche politiche di genere, dentro sistemi di potere asimmetrici. Molte opere in mostra – da quelle moderniste di Claude Cahun, Florence Henri e Germaine Krull, alla fotografia contemporanea di Catherine Opie – aprono nuove conversazioni sull’identità e sulla non conformità di genere. Poi ci sono artiste native, come Cara Romero e Hulleah J. Tsinhnahjinnie, o Lorna Simpson e Carrie Mae Weems che offrono punti di vista sulla diaspora e le relazioni interetniche. Le faccio un esempio, nell’opera Untitled (Woman and Daughter with Makeup) della serie Kitchen Table (1990), Weems si trucca di fronte a uno specchio, mentre una ragazza, di fronte a un altro specchio, si mette il rossetto e guarda il suo riflesso. Questo sguardo reciproco è un atto di cura e una dichiarazione di visibilità delle black women e della loro bellezza».
Un'opera di Claude Cahun (Lucy Schwob), M.R.M (Sex), c. 1929–30
Un'opera di Claude Cahun (Lucy Schwob), M.R.M (Sex), c. 1929–30 
 
Possiamo dare una definizione di fotografia femminile?
«Non credo, ma questa mostra intende riformulare nozioni restrittive dell’essere donna. Chiedendomi che cos’è una fotografia femminista, ho incontrato una polifonia di risposte artistiche. I temi, gli approcci, i linguaggi sono diversi: ritratto, fotogiornalismo, documento sociale, pubblicità, sperimentazione avant-garde e performance. Per me, come per i visitatori, è di grande ispirazione immergersi nel mondo delle artiste – viaggi interiori, esperimenti audaci, giochi dimenticati e tattiche sovversive. Collettivamente tutto ciò oggi ha la forza di uno tsunami. Come dice Justine Kurland, una delle fotografe in mostra: “Ho immaginato un mondo nel quale le azioni di solidarietà tra ragazze ne avrebbero generate altre, le avrebbero moltiplicate attraverso la pura forza dell’essere insieme, e avrebbero rivendicato nuovi territori”».
Foto di Carrie Mae Weems, Untitled (Woman and daughter with makeup),1990.
Foto di Carrie Mae Weems, Untitled (Woman and daughter with makeup),
1990. 
Un'opera di Flor Garduño, Reina (Queen), 1989.
Un'opera di Flor Garduño, Reina (Queen), 1989. 
Uno scatto dell'artista Sharon Lockhart, Untitled, 2010
Uno scatto dell'artista Sharon Lockhart, Untitled, 2010