Casamatta
Un'estate, un pianoforte, un ricordo. Dopo, è tutto più facile
Casamatta

Un'estate, un pianoforte, un ricordo. Dopo, è tutto più facile

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Nell’epoca in cui ai bisogni e ai desideri dei figli si dava poca importanza partimmo un’estate, l’intera famiglia, per un paese in cima a un monte che i miei consideravano, non saprei perché, magnifico: l’ideale per due mesi di vacanza. Era un borgo grigioverde scosceso, per arrivare alla casa di pietra bisognava salire una di quelle scalinate che conti cento duecento poi smetti, non hai fiato. Nel paese, apparentemente, non c’era nessuno. Nessun essere umano della mia età, certamente. Non che questo sia un criterio di amicizia, è vero. Ci sono coetanei che preferiresti non aver mai incontrato. Però almeno, penso, due parole ce le saremmo dette. 
Il problema, che si manifestò solo quando le valigie furono disfatte, era che dovevo sostenere a settembre un esame di piano per entrare in conservatorio. Il programma era sterminato, vasto quanto sembra grande ogni cosa che ti sovrasti. Avrei dovuto studiare almeno sei ore al giorno, aveva intimato la magrissima maestra Alessandra. Minimo sei, per avere una remota possibilità di essere ammessa. C’era bisogno, dunque, di un pianoforte per l’estate. Nessuno degli adulti ci aveva pensato, eppure – non ricordo ma immagino – dovevo averlo fatto presente. Cominciò una ricerca. Bisognava trovare qualcuno che avesse in casa lo strumento e convincerlo a lasciarmi studiare mattina e pomeriggio, appunto per sei ore. Chiaro che nessuno degli abitanti del borgo rurale, ammesso che qualcuno ci fosse dietro le persiane chiuse, aveva in casa un piano. Passarono giorni – mi esercitavo sulle danze rumene di Bartók con le dita sul tavolo, lo spartito poggiato alla caraffa – fino a che mio padre non arrivò un pomeriggio accaldato e felice, su dalle scale, dicendo che nel castello della vecchia signora c’era un piano: mi avrebbe lasciata studiare da lei. Il “castello” era nel paese di fronte. Una casa grande, buia, con le porte interne chiuse a chiave e le sedie coperte da teli. Odorava di umido, di muschio. La vecchia signora aveva messo come condizione di essere presente nella stanza, il piano – scordato – aveva un tasto che suonava a vuoto. Era luglio ma faceva freddo.


Fu un’estate bellissima. Mi sembravano spaventose, la casa e la vecchia, ma col tempo ci ho ripensato con nostalgia. Ero sola con la musica, il freddo il buio la muffa e la paura alle sette di sera non c’erano più. Devo aver imparato qualcosa di fondamentale, allora. Non sto qui a declinare cosa, ma qualcosa che mi sono portata dietro sempre come un ferro. All’esame fui ammessa con mia felicità e distrazione familiare. Scrive Jana Karšaiová, nel bellissimo suo romanzo Divorzio di velluto – prima pagina, il ritorno a Bratislava: “In uno di quegli edifici ogni martedì, quando era bambina, ripeteva le scale melodiche prima di addentrarsi nei preludi di Chopin o di Bach. Alla nota sbagliata la maestra Csakova le colpiva con un righello il palmo dal basso verso l’alto, la mano schizzava in aria come un uccellino spaventato. Alle lezioni di piano aveva imparato a sopportare il dolore senza scomporsi”. Lo so. È terribile il righello, oggi sarebbe da Telefono Azzurro. Ma io la capisco, invece, la dolcezza di quel ricordo. Dopo diventa tutto più facile.

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