È CHIARO CHE SIAMO NOI
L'ultima parata: ricordi legati al calcio e alla sera dell’11 luglio 1982
È CHIARO CHE SIAMO NOI

L'ultima parata: ricordi legati al calcio e alla sera dell’11 luglio 1982

Il giorno in cui il pallone incontrò un bambino di sette anni

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La sera dell’11 luglio 1982 gli adulti si trasformarono in bambini e i bambini rimasero felicemente orfani. Vedemmo abbracciarsi parenti che non si sopportavano da anni, automobilisti felici del traffico, gelatai regalare coni tricolore agli stessi clienti che avevano rapinato fino a qualche ora prima. Vedemmo il mondo ribaltarsi mentre a noi, spettatori di una cosa che non capivamo fino in fondo, restava lo stupore. 
Non è ancora chiaro se sia il pallone a incontrare prima l’uomo o viceversa, ma da allora, avevo sette anni, ha incontrato me. Il calcio è la mia passione. Ho collezionato giornali e figurine, visto partite di terza serie fino alla cecità, giocato per una decina d’anni in una squadra che si allenava su un tappeto di terra e ghiaia, compromesso le ginocchia per afferrare un pallone. Giocavo in porta e amavo i portieri. Il mio preferito, oggetto di un sentimento maniacale, si chiamava Ivano Bordon. Veniva dai fumi e dalla rabbia di Porto Marghera. Indossava la maglia dell’Inter e in Nazionale, da eterno secondo di Dino Zoff, giocava di rado. Sempre silenzioso, elegante e malinconico, Bordon appariva poco e parlava ancora meno. Fu subito un grande amore. Aspettavo con ansia 90° Minuto sperando in una sua parata e ritagliavo ogni trafiletto e fotografia che lo riguardasse accumulandoli in una grande busta. Dopo il Mondiale spagnolo, sfiorato dal pionierismo del marketing, aveva prestato il suo volto a uno spot. Lui che non si era mai pubblicizzato reclamizzava scarpe in televisione e leggeva un testo che non gli apparteneva con un imbarazzo che non condividevo. In estasi lo avevo ascoltato promuovere l’esistenza della “punta modellata per correre” o della “suola battistrada per non scivolare” e da consumatore ideale, da vittima designata, avevo preteso quelle scarpe come regalo di Natale. Così avevo fatto per dei guanti da portiere gialli e neri con una mezzaluna al centro. In breve tempo avevo finito per vestirmi proprio come lui. 
Zoff si ritirò a un anno esatto dal trionfo del Bernabéu e Bordon ebbe la sua occasione in azzurro. Non la seppe cogliere. Cambiò squadra. Si trasferì a Genova. E io presagendo la fine iniziai a sentirmi triste per lui. Quando Enzo Bearzot gli preferì Zenga tagliandolo fuori dal Mondiale messicano piansi a dirotto. Me lo sentivo e l’avevo capito sicuramente prima dello stesso Bordon. Lui scese in B, poi addirittura in serie C, a Sanremo. 
In un video con Morandi, Tozzi e Ruggeri si esibiva in un campo di terra identico in tutto e per tutto a quello in cui ruzzolavo io. Quindi crepuscolo e ritiro. Un lutto per me. Un paio d’anni più tardi lessi una breve. Bordon avrebbe giocato a Roma, per beneficenza, al palazzetto dello sport. Passai l’intera nottata a incollare tutti i miei ritagli su quattro grandi cartelloni bianchi e portai il tazebao in loco. Lo appesi con nastro adesivo e rimpianto a una vetrata e lì lo lasciai. Quel giorno Ivano Bordon arrivò dalla mia parte. Salutò e poi si rivolse verso il campo. La partita finì. Gli dissi addio per sempre. Non mi sono mai più emozionato così tanto in uno stadio. Quel giorno iniziò la mia adolescenza, ma ogni tanto, a Ivano penso ancora.