CASAMATTA
Genitori e ansia da controllo
CASAMATTA

Genitori e ansia da controllo

2 minuti di lettura

Ho letto la storia di un padre che ha rubato dalla villetta dei vicini il nano da giardino che terrorizzava suo figlio, 5 anni, padre che ha di seguito confessato il reato sui social perché se una cosa non la dici in pubblico non sei nessuno, è come se non fosse successa, ed è stato di seguito sommerso di critiche da commentatori di nome Anemone pelosa e Paperino56: vergognati, non solo hai rubato ma hai impedito a tuo figlio di vivere il suo trauma in letizia, gli hai bloccato la crescita. Di certo non è vera, ho pensato, è troppo bella per essere vera e difatti non ho trovato fonti dirette ma solo articoli para-letterari in odor di fantasia, ma pazienza. La riporto lo stesso solo per dire che l’ho annotata nel mio speciale taccuino dedicato ai geni orfani: tutti coloro che hanno cambiato la storia avendo alle spalle il lutto dei genitori, un’infanzia in orfanotrofio, una o più adozioni, tutti coloro che sono cresciuti affidati a familiari o affini perché i genitori non potevano occuparsene facendo così, nella tragedia dell’abbandono, la loro fortuna.

È un tema fortemente divisivo, mi rendo conto, e contrario allo spirito del tempo: quello in cui appunto se il piccino è spaventato dal nano del vicino tu lo sottrai nottetempo nella convinzione di agevolare a tuo figlio la felicità. Un amico una volta mi ha detto «ho pensato a quel che dici e ho valutato di togliermi la vita per agevolare i miei figli, ma poi ho rinunciato». Era una spiritosa critica, abbiamo riso, ma abbiamo infine insieme convenuto che togliersi la vita no, ma togliere le mani dal controllo delle vite dei propri discendenti magari in qualche momento gioverebbe. L’ansia di controllo è del resto sempre spia di fragilità: solo chi non è in contatto con la sua natura e in pace con quella ha bisogno di norme e doveri che lo contengano, ha bisogno di una vita ordinata che gli faccia da confine e da scudo, rassicurando. Se ai tuoi figli, per proteggerli, insegni che tutto va bene anche quando non è così li condanni all’infelicità. Perché di certo arriverà un giorno in cui non si sentiranno felici ma non saranno all’altezza del modello, e si sentiranno “sbagliati”. Si sacrificheranno a loro volta, a loro volta fingendo, e amputeranno pezzi di sé. La libertà non la insegni con le parole ma coi fatti. Ma torniamo agli orfani, o ai figli abbandonati per necessità. Edgar Allan Poe, Eleanor Roosevelt, Nelson Mandela, Truman Capote. La magnifica Frances McDormand, quasi uno su tre tra i premi Nobel, Steve Jobs. Leonardo Del Vecchio, ho aggiunto di recente: cresciuto in orfanotrofio, ha fondato un impero. Ha lasciato tutto ai figli, aggiungendo ai biologici il figlio dell’ultima moglie, ma ha sottratto loro la gestione dell’azienda: ha indicato un manager, ci penserà lui. Gli eredi di sangue e di cuore non sono obbligati ad essere all’altezza del talento dei genitori, né dei loro principi. È un tema. L’ansia da prestazione filiale al cospetto del lascito. Conosco figli che non cessano di volersi dimostrare all’altezza, persino dopo la morte dei padri e anzi soprattutto dopo. Anche alla luce di questo, direi. Non togliamoci la vita, ma non priviamocene. Basta solo mollare un po’ la presa sul controllo, certe volte.