Coronavirus, il Cts veneto mette in dubbio i tamponi rapidi: il caso al ministero

Si riapre il fronte tamponi rapidi in Veneto. Lettera firmata dai componenti del comitato tecnico scientifico della Regione Veneto che chiede che non vengano utilizzati a scopo diagnostico nei reparti ospedalieri. Zaia pone la questione al Cts nazionale

VENEZIA. Il comitato tecnico scientifico regionale mette in discussione l’utilizzo dei test rapidi in Veneto. I referenti delle Usl e aziende ospedaliere del Veneto hanno chiesto al loro coordinatore, Mario Saia, che i dipendenti delle aziende sanitarie siano sottoposti a test molecolare ogni otto giorni al fine di evitare che il Covid entri nei reparti ospedalieri. 
 
Oppure di continuare con i rapidi, purchè vengano fatti ogni quattro giorni, raddoppiando di fatto lo screening. 
 
Ed ecco che i test rapidi, proprio nella Regione in cui sono stati testati e usati per la prima volta, finiscono sotto la lente degli esperti.
 
Una richiesta formale da parte del Cts regionale che, alla luce del dibattito scientifico in corso (e relative polemiche), fa tornare il caso tamponi rapidi di massima attualità.
 
 
Il primo a sollevare il dubbio sulla sensibilità dei tamponi rapidi era stato il professor Andrea Crisanti, padre del modello Vo’, direttore del laboratorio di Microbiologia e Virologia dell’azienda ospedaliera di Padova.
 
Uno studio da lui effettuato (si tratta di un approfondimento diagnostico su oltre 1600 pazienti eseguito in doppio, test rapido e molecolare) ha dimostrato che i test rapidi utilizzati in Veneto non vedono tre positivi ogni dieci. In altre parole si lasciano sfuggire il 30 per cento dei positivi.
 
Per questo motivo ha più volte espresso la necessità di non utilizzare questo tipo di test in ambito ospedaliero. Scuole, grandi comunità, ma non nei luoghi più a rischio, come reparti e Rsa, le case di riposo.
 
La sua conclusione in una lettera inviata al direttore dell’azienda ospedaliera di Padova, Luciano Flor: “Nel laboratorio che dirigo non verrà mai più refertato come negativo un tampone rapido”.
 
Dopo la tempesta causata dalla sua rivelazione sembrava sceso il silenzio, mentre, uno dopo l'altro, altri scienziati hanno posto lo stesso problema.
 
Oggi la lettera del cts veneto che riapre la questione. La missiva, arrivata sul tavolo del presidente Luca Zaia, ha riaperto il caso.
 
Il presidente della Regione ha già deciso di porre la lettera al giudizio del Cts nazionale: “Non si tratta di difendere il partito dei tamponi rapidi o dei tamponi molecolari, ma di avere delle risposte univoche. Tutte le Regioni si sono mosse verso l’utilizzo dei test antigenici rapidi, quindi il tema va affrontato su scala nazionale”
 
«Se il tampone rapido deve retrocedere di categoria ce lo devono dire»: lo afferma il Presidente del Veneto Luca Zaia parlando del dibattito sul grado di attendibilità dei test molecolari e antigenici. 
 
«Chiederemo al Comitato tecnico scientifico» di chiarire la questione, aggiunge, «perchè non si tratta del problema di un ospedale o di una regione».
 
E a dimostrare che il tema è di strettissima attualità un nuovo studio, pubblicato su un’importante rivista scientifica, il Journal of Clinical Virology. La pubblicazine dimostra che il test rapido acquistato con regolare bando dal Commissario nazionale per l’Emergenza Covid in circa 10milioni di pezzi ha una sensibilità (cioè la capacità di riconoscere un positivo) che  si attesta tra l’11,1% e il 45,7%.

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