Tamponi rapidi veneti affidabili? Il verdetto lo darà Roma

Tre primari della regione scrivono al Comitato tecnico regionale che gira il quesito al Cts Il caso sollevato per i test ai medici: «Nei nostri reparti solo quelli molecolari»

VENEZIA. Il Veneto che spera di restare in area gialla sine die apre un nuovo fronte con il ministro Speranza e solleva il quesito sull’affidabilità dei tamponi rapidi. Ad aprire il caso questa volta non è il professor Andrea Crisanti, la lettera è firmata da Mario Saia, dirigente di vertice di Azienda Zero e presidente del Cts regionale, che ha messo per iscritto la richiesta formulata da tre luminari impegnati da febbraio nella battaglia contro la pandemia.

Si tratta del professor Paolo Navalesi, direttore della Rianimazione dell’Azienda Ospedaliera-Universitaria di Padova; di Annamaria Cattelan, primario di Malattie infettive sempre a Padova e di Evelina Tacconelli, docente ordinario di Malattie Infettive all’università di Verona. In questi tre reparti di frontiera vogliono utilizzare solo i test molecolari, affidabili al 100 per cento, procedura seguita anche in Pediatria a Padova.

La notizia l’ha diffusa giovedì il presidente Luca Zaia: «Sì, è vero. Il nostro Cts guidato dal dottor Mario Saia ha mandato una nota a quello nazionale per spiegare che è più sicuro fare tamponi molecolari con risposta entro 36 ore a tutto il personale sanitario in prima linea. Esame che va ripetuto ogni settimana. L’alternativa è il test rapido ogni 4 giorni. Siamo in attesa di un’evidenza scientifica perché il mondo intero corre verso l’antigenico che dà risposte in 15 minuti. Se passa il principio della supremazia del molecolare dev’essere introdotto per tutti i cittadini italiani e non solo per i medici".

"C’è un dibattito che non coinvolge solo il Veneto. I professori Navalesi, Tacconelli e la dottoressa Cattelan non sono epidemiologi ma parlano da clinici e hanno motivato la loro opinione in termini scientifici. Qui non c’è il partito dei tamponi rapidi in lotta con quello dei tamponi molecolari. Io voglio solo curare i malati. Se il mondo scientifico rivede la sua posizione ne prenderemo atto, non è una scelta politica ma tecnica. Se è vero che i medici in prima linea sono il nostro faro, è bene che siano il Cts nazionale e l’istituto Spallanzani di Roma a pronunciarsi. Poi sarà il ministero della Sanità a impartire la direttiva, per il momento noi continuiamo a fare i test rapidi, la legge ce lo consente. È così in tutto il mondo: Francia, Germania, Stati Uniti, Corea, Cina».

Insomma, la grande scommessa del dottor Rigoli e del commissario Arcuri per gli screening di massa, non convince i 54 mila medici e infermieri veneti che reclamano a gran voce il molecolare con l’evidenza dell’Rna virale, sicuro al 100%. Il tasso d’infezione nei reparti viaggia attorno all’1 per cento: camici bianchi, guanti e mascherine chirurgiche sono gli strumenti salvavita garantiti fin da febbraio al personale, sottoposto a screening periodici. Il presidente Zaia, con grande serenità, ammette che il sierologico con una carica virale sotto i 33 ct ha un tasso di affidabilità del 97%: ora si tratta di rassicurare gli imprenditori che fanno gli screening ai loro dipendenti. Tutto a posto? Pare di no.

I dubbi che da mesi alimentano il dibattito scientifico con i riscontri epidemiologici avviati dal professor Andrea Crisanti stanno diventando un caso politico in Parlamento. Marco Marin, deputato di Forza Italia ha annunciato un’interrogazione al presidente Conte per fare chiarezza «sull’affidabilità dei dieci milioni di tamponi acquistati dal Commissario per l’emergenza Covid Domenico Arcuri con un regolare bando del valore di 32 milioni di euro".

"Come riportato da organi di stampa, l’autorevole rivista scientifica Journal of Clinical Virology sembrerebbe aver messo in dubbio l’affidabilità del test di fabbricazione coreana. Lo studio dimostra che la sensibilità del test Biocredit covid 19 AG si attesta tra l’11,1% e il 45,7%: i tamponi rapidi coreani darebbero quindi sei falsi negativi su dieci: ovvero ogni dieci persone certamente positive al Coronavirus, il test ne individuerebbe al massimo quattro. Il rischio è che le persone affette da virus in circolazione possano muoversi liberamente, non sapendo di essere in realtà positive».

Marin chiede che sia resa nota la documentazione del bando che ha portato all’acquisto dei dieci milioni di test di fabbricazione coreana e quale sia il «laboratorio accreditato del nostro Paese che ne ha dato la validazione, così come richiesto specificatamente dal bando». —


 

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