L'immunologo: «Ritardare il richiamo vaccinando più persone può assicurare prima l’immunità di gregge»

L’immunologo Emanuele Cozzi

Emanuele Cozzi del Policlinico universitario di Padova esamina la politica sui vaccini dell’Inghilterra che fa la seconda dose a tre mesi

PADOVA. Vaccinare un numero maggiore di persone con una protezione più bassa o vaccinare meno persone ma con la massima protezione? Due dosi di vaccino a distanza di tre settimane come detta la norma europea seguita anche dall’Italia, o due dosi a distanza di tre mesi come ha scelto l’Inghilterra?

Materia da politica sanitaria, certamente, ma le due diverse scelte trovano entrambe fondamento su dati scientifici. Ed è di questi ultimi che parliamo con il professore Emanuele Cozzi, immunologo nel Policlinico universitario padovano.

Professor Cozzi perché ci sono politiche diverse sulla somministrazione del medesimo vaccino contro il Covid?

«In Italia, a seguito di quanto stabilito dall’Ema (European Medicines Agency, ndr) che lo ha registrato, il vaccino va somministrato in due dosi a distanza di tre settimane, quattro per quello prodotto da Moderna. Questo protocollo, sia chiaro, non è in discussione e ad esso dobbiamo attenerci. Da immunologo, tuttavia, ho voluto approfondire la scelta attuata dall’Inghilterra, che è quella di somministrare la seconda dose dopo tre mesi, scegliendo in prima istanza di vaccinare con una sola dose un numero più alto di persone».

Cosa emerge?

«Una sola dose non completa il ciclo della risposta immunitaria perfetta, ma consente di immunizzare un numero maggiore di individui con l’obiettivo di raggiungere al più presto l’immunità di gregge. In una situazione di emergenza il Sistema sanitario inglese ha scelto questa strada sulla base di dati preliminari che evidenziano come la prima dose di vaccino permetta effettivamente a un buon numero di persone di immunizzarsi. Dopo la decima giornata dalla prima dose di vaccino c’è una discreta risposta immunitaria. Insomma una dose non è acqua ma, come prefigurano dei modelli pubblicati in tre diversi articoli, permette di avvicinarsi più facilmente all’immunità di gregge. In Italia abbiamo inoculato una media di circa 50 mila vaccini al giorno, in Inghilterra oltre 135 mila: in 100 giorni con 135 mila dosi vuol dire vaccinare con una sola dose 8,5 milioni persone in più. L’Inghilterra ha deciso di fare questo. E non cambia di poco».

E l’efficacia del vaccino?

«La risposta a uno stimolo immunologico, cioè la risposta primaria, è lenta e non è molto buona, la produzione anticorpale non è molto elevata e non dura tantissimo. La seconda dose dà una risposta anticorpale più veloce, di più elevata qualità e che dura più a lungo. Il senso delle due dosi è proprio questo. I dati finora disponibili suggeriscono che, almeno in teoria, la risposta a una seconda dose a tre mesi anziché a 21 giorni dovrebbe essere sostanzialmente altrettanto efficace. In una situazione di emergenza si può prendere in considerazione una situazione di compromesso tenendo presente che l’obiettivo è l’immunità di gregge, non omettendo la seconda dose ma facendola più avanti».

E per chi ha già contratto l’infezione?

«La malattia di fatto produce la risposta immunitaria primaria, quindi dopo che si è guariti si ha una risposta immunitaria che dura alcuni mesi. Questo è stato riportato in diversi studi in base ai quali ad Harvard hanno adottato la policy per cui chi è guarito riceve il vaccino solo dopo tre mesi. I dati su cui si basa la scelta degli inglesi e quelli di Harvard di fatto si incrociano. E sulla base di questi dati io stesso, che ho contratto il Covid 19 e sono guarito il 6 di novembre, ho deciso che non farò il vaccino prima del 6 febbraio».

Senza nessun timore di riammalarsi, visto anche che lavora in ospedale?

«Uno studio citato da Nature pochi giorni fa dimostra che la recidiva nei sanitari esposti al virus è meno dell’1%, questo proprio perché l’infezione reagisce come risposta primaria e ci protegge per diversi mesi. Di più, uno studio californiano pubblicato su Science dimostra che chi ha sviluppato il Covid in forma pauci sintomatica ha un’ottima risposta immunitaria indipendentemente dal livello di anticorpi anche dopo 8 mesi dalla guarigione».

Questo come si spiega?

«Dall’infezione guarisce anche chi non ha sviluppato una risposta anticorpale misurabile. Qui entra in gioco il ruolo dei linfociti che sono cellule del sistema immunitario. Il virus per replicarsi ha bisogno di essere ospitato da cellule del nostro organismo, si nasconde nelle cellule dove si moltiplica. L’immunità contro il virus nelle cellule è mediata dai linfociti che uccidono le cellule che producono il virus. Posso quindi avere una risposta immunitaria senza anticorpi ma con linfociti potenti. Quindi il siero è una parte, ma non il tutto. È lo stesso motivo per cui le trasfusioni di plasma iperimmune si sono rivelate efficaci soprattutto se effettuate entro una certa tempistica. Fatte quando l’infezione ha già raggiunto un certo livello sono molto meno efficaci perché non bastano gli anticorpi di cui è ricco il plasma, ma servono i linfociti. L’ideale è ovviamente avere entrambi».

Può aprirsi una riflessione per un cambio della politica vaccinale anche da noi?

«Questo non sta a me dirlo, io posso dire però che gli inglesi non stanno navigando alla cieca ma sulla base di dati che suggeriscono che la prima dose di vaccino sia effettivamente associata a un ruolo protettivo». —

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