Lo psicologo: «Ragazzi più aggressivi, depressi e in preda all’ansia per colpa del lockdown»

Mirco Casteller, psicologo, psicoterapeuta e docente di benessere delle organizzazioni complesse

Mirco Casteller, psicologo e psicoterapeuta di Castelfranco, docente alla Lumsa di Roma. «Sono raddoppiate le violenze domestiche contro i genitori a causa della convivenza forzata»

TREVISO.  Isolamento forzato, paura per il futuro, mancanza di socialità. Il carico della pandemia inizia a farsi sentire in modo pesante all’interno delle famiglie trevigiane, fino a intaccare i legami più prossimi e profondi: il rapporto tra genitori e figli ma anche le relazioni che gli adolescenti allacciano con i coetanei. Non è solo una questione di contagio, ad essere messa a dura prova è anche l’emotività.

«Sono raddoppiate le forme di aggressività soprattutto tra le giovani generazioni. Stati d’ansia, situazioni depressive e di conflittualità sono aumentate del 200%. Mai visto un simile incremento di casi in tanti anni di professione» conferma il professor Mirco Casteller, psicologo e psicoterapeuta, nonché docente di Benessere delle organizzazioni complesse all’Università Lumsa di Roma. Il suo ambulatorio a Castelfranco è un osservatorio privilegiato di quanto sta accadendo nella Marca Trevigiana, dove 41 mila studenti delle superiori si trovano in didattica a distanza almeno fino a fine mese. Per l’autorità sanitaria questa è una strada obbligata per il bene della salute pubblica ma il trascinarsi dell’epidemia sta trasformando lo smarrimento in sbandamento.
 

Professor Casteller, chi sono oggi i suoi pazienti?

«Persone che vivono tensioni familiari acuite dalla prolungata sedentarietà e dal venire meno dei luoghi e delle occasioni di incontro. Un dato su tutti mi colpisce molto: nell’ultimo mese ho seguito quattro casi di giovani che nell’ambito dei litigi familiari sono arrivati alla violenza fisica, ad aggredire e picchiare i genitori. Un crescendo di tensione fisica e verbale. Queste situazioni di solito accadono in contesti border-line di tossicodipendenza, altrimenti sono molto rare, e invece stanno succedendo tra giovani “normali” e sempre con maggior frequenza».
 

Cosa può scatenare queste reazioni?

«La sedentarietà è indubbiamente un elemento da tenere in considerazione. Il lockdown e la convivenza in spazi ristretti fanno venire meno le consuete valvole di sfogo, l’effetto è dirompente e si trasforma in ribellione. Nell’ultimo periodo ho seguito due giovani scappati di casa. Hanno preso un treno e se ne sono andati in giro per ore vivendo questa fuga con lo stesso spirito della prima volta in cui si cerca lo sballo: cioè per l’adrenalina del vivere fuori dalle regole, sfidando l’impunità. La ribellione fa parte dell’adolescenza, certo, ma in questo frangente ci sono situazioni di scontro diretto che può degenerare. In che cosa? Nell’incapacità di rispettare le regole in tutti i contesti sociali e relazionali».
 

Oltre agli allontanamenti da casa, dove stanno “fuggendo” i nostri giovani?

«Nella realtà virtuale e distorta dei videogiochi. Nei mesi della chiusura decretati dall’emergenza sanitaria il consumo di videogame violenti quali Fortnite è più che triplicato. Sono giochi di conflitto che alterano la realtà e favoriscono gli stati psicotici, immergono in dimensioni parallele, creano istinti fisici che portano a cercare le stesse emozioni in contesti sociali periferici. Da qui i fenomeni di pochi giorni fa in piazza Giorgione a Castelfranco, dove un diciottenne è stato malmenato. Il motivo scatenante sembra essere lo stesso della rissa tra quattordicenni sulla terrazza del Pincio a Roma».
 

Cosa alimenta il serbatoio del malessere giovanile?

«La pandemia ha fatto venire meno dei punti di riferimento importanti, in primo luogo la scuola. Bisognerebbe creare delle piattaforme virtuali per alimentare forme costruttive di dialogo tra i ragazzi».
 

Quanto pesa non poter frequentare in presenza la scuola?

«La scuola è prima di tutto uno spazio di costruzione dell’identità dove lo stare in gruppo è un’esperienza necessaria per crescere. Se la scuola viene meno, il giovane cerca il gruppo altrove. E non è un caso che trovi rifugio in mondi paralleli, che parlano la stessa lingua della violenza dei videogiochi. Realtà alternative rispetto al gruppo sociale-scolastico».
 

Quali potrebbero essere le soluzioni?

«Per prima cosa bisognerebbe ristabilire dei punti di contatto con i ragazzi e le ragazze. La didattica a distanza non basta per questo. Bisogna individuare degli spazi di incontro, dove il giovane possa ritrovarsi nel gruppo ed entro un perimetro di regole. Ma solo la riapertura della scuola farà tornare i giovani alla realtà. Se tardiamo troppo questo rientro in classe rischiamo di giocarci le giovani generazioni. Temo una pandemia di disagi emotivi grave quanto la pandemia del Covid». —


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