La stagione che non c'è nell'inverno del Covid: storie di resilienza della gente di montagna

Zoom sulla montagna bellunese. Rifugi chiusi con scorte alimentari da buttare via, maestri di sci allo stremo nell'incertezza che si trascina da marzo 2020, i negozianti orfani di villeggianti, i noleggiatori con incassi azzerati

FALCADE. “Lavoro o ristori”: la richiesta mentre “il futuro della montagna sta andando a rotoli” in un inverno con una neve bellissima, ma prigioniera - e per ora a tempo indeterminato -  del Covid. Si direbbe scherzi della natura, ma non c'è proprio voglia di scherzare dietro al nulla in tasca per il lavoro che non c'è e i ristori che non si vedono.

La pandemia ha chiuso tutto, ha azzerato sogni e speranze di chi vive in montagna e di montagna vive. Riaperture? Chissà se, chissà quando e chissà come.

Intanto albergatori, maestri di sci, collaboratori stagionali, tassisti,  baristi, pizzaioli, ... uno più arrabbiato dell’altro, organizzano la loro personale resistenza tra mille difficoltà, l'incertezza di oggi e il buio totale sul domani.

Il popolo della montagna vuole lavorare. L'inverno è la stagione dei guadagni che magari salvano i bilanci annuali. E nel silenzio della montagna si alza il grido di chi vuole  sensibilizzare di fronte al disastro economico.

Hanno organizzato in poche ore un sit-in a cui martedì 19 gennaio hanno partecipato in 500 ai piedi del Civetta, a Malga Ciapela e a Molino di Falcade.  «Qui c’è gente che già patisce la fame, eppure sono titolari di esercizio, ma se usano i risparmi per pagare il mutuo, non hanno soldi per comprarsi da mangiare». Nessun politico, nessun sindaco, nessun rappresentante di categoria. Nessun comizio. Solo la volontà di rendere pubblica una crisi che per ora non vede vie d'uscita. 

Ecco le storie dei resilienti della montagna.

IL RIFUGISTA

Massimo Manfroi, gestore del rifugio Laserei

Massimo Manfroi: «Il rifugio è chiuso. Sacrifici, sogni e scorte alimentari da gettare via»

Al Laresei, carico da centomila euro per la stagione mai partita: «Non so quanto potranno resistere i miei collaboratori»

La neve, al rifugio Laresei, sopra passo Valles, fa da trincea, da protezione alla “creatura” di Massimo Manfroi. Che in questo “nido d’aquila”, appena sotto il Col Margherita, davanti a un panorama strepitoso (pale di San Martino, Agner, Civetta, Pelmo, Antelao, Marmolada, Manzoni), ha investito tutti i risparmi di famiglia.

«L’estate scorsa era andata bene, dopo l’interruzione della stagione invernale a marzo, quindi, anziché chiudere a settembre, come da calendario, ho continuato sino a fine novembre», racconta.

E poi? «Proprio quando è arrivata la “dama bianca” ho dovuto chiudere, ma non per la neve, che ci faceva già sognare, bensì per il Dpcm».

Martedì 19 gennaio c’era anche Manfroi, insieme ai suoi dipendenti, al flash mob organizzato a Falcade dalla sorella Fiorenza. «Lassù in rifugio», indica alzando lo sguardo verso la montagna stracarica di neve, «ho almeno 100 mila euro di rifornimenti che non so come smaltire. Sono 150 fusti di birra, 100 bancali di acqua, e poi tutte grandi quantità di alimenti e di preparati, migliaia di canederli già confezionati. In autunno avevamo provveduto a fare il carico, immaginando appunto una stagione con i fiocchi».

Ecco una delle accuse che i ristoratori ed i rifugisti muovono a chi “improvvisa” le chiusure da Dpcm: arrivano sempre fuori tempo massimo. «Ho fatto il carico “in fiducia”, anche perché con la motoslitta o la seggiovia non possiamo trasportare chissà quali pesi».

Da quel primo dicembre, dunque, Manfroi è a casa: lui, la moglie, i due figli, i genitori. E a casa sono pure i nove dipendenti, del cui contributo il rifugista si avvale di stagione in stagione.

«In questi giorni sono davvero preoccupato perché ci sono alcune scorte in scadenza; come si sa durano dai due ai tre mesi. Se riapriamo il 15 febbraio, come spero, dovrò ovviamente buttare tanta “roba” – proprio così la chiama – e rinnovare parte dei rifornimenti. Ma con quale animo? Se poi richiudono nel giro di una o due settimane?».

Siamo a 2.260 metri di quota. La neve è alta, oltre un metro e mezzo. Gli impianti non funzionano. «In questo rifugio ho investito tutti i miei risparmi. Ovviamente non bastavano», racconta ancora Manfroi, «e ho dovuto fare dei mutui molto pesanti. Circa 14 mila euro al trimestre. Per fortuna la mia banca è comprensiva, però se non arrivano presto i ristori, sarò in grave difficoltà. Quanto pazienterà la banca?».

Manfroi gestiva con la famiglia un avviato ristorante a Cencenighe, dove abita. Cinque anni fa la zia, proprietaria del Laresei, ha deciso di vendere e ha offerto questo suo patrimonio a Massimo. Con sconti importanti, altrimenti i Manfroi non ce l’avrebbero fatta.

«Era un sogno. Realizzato, fino a prima del Covid. Poi sono arrivate le preoccupazioni». La prima? I collaboratori sono parcheggiati in disoccupazione, solo in parte. Altri non possono beneficiare neppure di questo sussidio.

«È questo il mio cruccio più pesante, ci penso di giorno e di notte. È gente di valore, affidabile, sulla quale conto per portare avanti questa impresa. Non so quanto anche loro possano resistere».

Manfroi, come tanti altri rifugisti, faceva conto di aprire subito dopo le festività, il 7 gennaio, poi il 18. «Questa incertezza è stata logorante. Il governo poteva anticiparci benissimo quali erano le scadenze immaginabili, così ci programmavamo la nostra stagione, invece siamo sempre appesi ai Dpcm».

Basteranno i due o tre mesi del fine stagione per recuperare quanto si è perso fino ad oggi? «Noi ci saremo, anche se non dovessero aprire gli impianti di risalita. Dal passo Valles, infatti, si può arrivare a piedi, in un’oretta, o con gli sci, ma anche in “navetta”; andiamo noi a prendere gli ospiti con la motoslitta. Abbiamo bisogno di lavorare e tutto quello che c’è da portare dentro, lo portiamo. D’altra parte, è vero o no che la gente ha voglia di salire in montagna, di stare all’aria aperta? Distanziata e con la mascherina, ben s’intende».

Seppur a rifugio chiuso, Manfroi e qualche collaboratore sono saliti, in queste settimane, per la manutenzione e dare un’occhiata al riscaldamento. Sì perché – ecco una spesa talvolta non considerata – anche se l’ambiente non è operativo, va comunque minimamente riscaldato.

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IL MAESTRO DI SCI

Fulvio Valt, maestro di sci

Fulvio Valt: «Siamo allo stremo. Ci hanno fatto chiudere senza alcun preavviso»

Guida la scuola Equipe a Falcade: tra di noi c'è chi non vede un euro dal 6 marzo 2020 per la professione che svolge

«Ci sono maestri di sci che dal 6 marzo 2020 non vedono un euro per la professione che svolgono».

Lui, Fulvio Valt, è uno di questi. Fulvio è direttore della Scuola di sci Equipe di Falcade.

«Ci sono scuole di sci, la maggior parte», insiste l’insegnante falcadino, «che hanno azzerato i loro risparmi e che ora non sanno con che cosa andare avanti. Hanno, magari, affitti delle sedi da pagare, segretarie da stipendiare, altre spese di gestione a cui far fronte».

Fulvio Valt era a Molino, martedì 19 gennaio, a far sentire, in rigoroso silenzio, la protesta della categoria – lui insieme ad altri colleghi– ed a sollecitare i promessi ristori governativi per chi è rimsto fermo.

Diciamo subito, per la verità, che alcuni maestri o alcune scuole sono al lavoro per accompagnare gli atleti dei corsi Fisi.

Ma si tratta di una minima quota rispetto ai più di mille maestri di sci del Bellunese.

«Con la nostra associazione ci siamo attrezzati di puntuali linee guida per la sicurezza. E non solo per la protezione individuale, di noi e degli allievi. Abbiamo quasi dimezzato le presenze, pur lavorando all’aperto».

Ma prendere queste misure precauzionali contro il rischio di diffusione del coronavirus non è bastato. «Senza alcun preavviso, se non di qualche ora, ci hanno imposto di non aprire» , contesta il maestro di sci falcadino.

Valt gestisce alcuni appartamenti e da qui deriva il suo introito alternativo. Ma è poca cosa.

Lui, peraltro, si ritiene fortunato. «Ci sono maestri impegnati, d’estate, in qualche lavoro stagionale, che dà loro l’opportunità di tirare avanti. Ma so di persone che fanno letteralmente la fame. E che magari hanno lasciato da pagare in negozio, in attesa che arrivi il sospirato ristoro».

Una scuola di sci che si rispetti ha bisogno di almeno 50 mila euro l’anno per vivere. «Purtroppo sappiamo già che in questo caso il ristoro difficilmente ci sarà. Almeno in questa misura».

E quindi? «Altri mutui in banca». —

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IL NEGOZIANTE

Alessio Soccol: «Lavoro ma solo a metà. Residenti e villeggianti hanno tagliato le spese»

Ha un negozio di frutta e verdura che vende al dettaglio e all’ingrosso: si vendono solo patate, carote, cipolle e il radicchio trevigiano ma con parsimonia.

 

Alessio Soccol ha un negozio di frutta e verdura, che vende al dettaglio e all’ingrosso. Quindi, apparentemente, non è tra gli operatori commerciali che soffrono maggiormente le conseguenze della pandemia e delle limitazioni imposte per limitare la diffusione del coronavirus.

«Sì, ho sempre lavorato», spiega, ma sottolinea: «ma metà, forse anche meno».

Alessio Soccol opera a Dont per tutta la Val di Zoldo. C’era anche lui, il 19 gennaio, al flash mob andato in scena a Pecol per protestare contro i ristori che non arrivano e per esprimere la preoccupazione degli operatori del turismo invernale.

«Lassù», racconta il negoziante zoldano, «ho un negozio stagionale, che apro quando ci sono i villeggianti. Ho una persona assunta. Durante le festività erano aperte le seconde case (non tutte, anzi). Adesso non c’è quasi nessuno. Quindi dovrei chiudere».

«Mi sono preso ancora qualche giorno di tempo», spiega Soccol, «per capire che cosa fare. Chiudo e “licenzio” per poi riassumere a metà febbraio, se il Governo decide di riaprire gli impianti? D’altra parte ho una coscienza, come faccio a prendermi gioco della collaboratrice?».

Ogni mattina, con il camion, Alessio andava a rifornirsi al mercato ortofrutticolo di Treviso. In parte lo fa ancora.

«I residenti e i pochi villeggianti che ci sono hanno ridotto la spesa di frutta e verdura. Fino a qualche mese fa comperavano intere cassette di prodotti perché, stando a casa, si preparavano qualche confezione. Nel primo lockdown ho venduto quintali di lievito per il pane casalingo. Adesso non più».

Solo patate, carote, cipolle. Il radicchio trevigiano è ancora richiesto, ma con parsimonia.

Soccol rifornisce ristoranti, pizzerie, le cucine degli alberghi. «Per la verità», precisa, «le rifornivo, oggi non più. L’estate è andata bene, da questo punto di vista (anche se non per tutti). Speriamo che ci resti qualcosa dell’inverno e poi di rifarci con la nuova stagione».

E i ristori? «Niente. Io, nonostante le perdite, non sarei titolato a richiederli».

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LA NOLEGGIATRICE

Marzia Balestra con i fratelli Cristian e Andrea gestisce il camping Civetta

Marzia Balestra: «Incassi ormai azzerati. Ma abbiamo mutui da ottomila euro al mese»

Con i fratelli Crsitian e Andrea ha un camping e affitta sci: cento paia pronte ma consegnate solo sei per lo sci alpinismo

 

Marzia Balestra gestisce, insieme ai fratelli Cristian e Andrea Balestra, a Pecol, in Val di Zoldo, il camping Civetta: una struttura da 40 camper fissi più numerose altre piazzole per l’ospitalità di circa 199 persone, e un noleggio di sci.

«In 11 mesi siamo stati ristorati con 3 mila euro, lo scorso luglio», racconta. Le due attività danno lavoro a 8 persone della famiglia allargata e a 7 collaboratori stagionali. «Viviamo in 15, tra il camping ed il noleggio. Anzi, vivevamo, perché i collaboratori sono a casa, qualcuno in cassa integrazione. E noi di famiglia da mesi non ci facciamo la paga».

In dicembre il noleggio è rimasto fermo al 98%. La disponibilità è di circa 100 paia di sci. Ne sono stati utilizzati 6 paia, da sci alpinismo; 20 le ciaspole affittate. Questi, infatti, erano i soli due sport consentiti sulla neve ma, col divieto di superare i confini, pochi appassionati si sono azzardati a muoversi. In gennaio, la quota del noleggio è stata dell’1%.

E con il campeggio? «L’attività era consentita, ma non arrivava nessuno. Una quindicina di ospiti avevano prenotato durante le festività, su una disponibilità di circa 200 posti, ma poi hanno disdetto, appunto per paura; nei fine settimana successivi è salito qualcuno, ma solo per qualche ora: per sgomberare la neve. Condivisa la paura di essere multati».

Gli introiti, dunque, sono quasi pari a zero. Ma negli ultimi anni i Balestra hanno investito, accendendo 4 mutui, con rate mensili di 8 mila euro l’anno. «Quel poco che ci entra non basta neppure a pagare questi impegni. Ma in negozio abbiamo 70 mila euro di sci nuovi e attrezzature appena acquistate. Con che cosa le paghiamo?».

Marzia Balestra tiene a condividere l’allarme con tutti i colleghi, che tra Zoldano e Agordino gestiscono 300 posti roulotte. «Nessuno ha visto un euro, né per i mancati incassi di una parte dell’inverno scorso, né di questi ultimi mesi. Ma quel che fa più rabbia, a noi come agli altri operatori, è l’incertezza. I miei genitori hanno 5 appartamenti in affitto. Nessuno è stato occupato». —