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L'accelerazione digitale prodotta dal Covid e la tecnologia che non sappiamo maneggiare

Tutti scoprono un mondo che in parte era già lì dietro l’angolo, ma che ci trova impreparati a gestirlo. Scuola, lavoro
sanità, riunioni: abbiamo tanta tecnologia ma non sappiamo usarla: il tema è questo

Le connessioni. Di questo, dovremmo parlare qui. Un tema molto ingombrante, perché se è vero che il Covid ha accelerato di un paio d’anni molti dei processi che erano più o meno nascostamente già in atto, l’ambito su cui ha esercitato la maggiore spinta (o pressione?) è stato proprio quello della trasformazione digitale.


In un Paese dall’alfabetizzazione informatica ancora molto bassa, l’accelerazione impressa dalla tormenta sanitaria che ci sta sballottando qua e là ha trovato una società impreparata a gestire un cambiamento così repentino, invasivo e e complicato.

Ogni crisi sovverte lo status quo, generando profitto per chi sappia cogliere il momento, ma le vittime dei danni collaterali spesso non vengono conteggiate. In questo anno ci siamo accorti più compiutamente del “digital divide”, dei ragazzi che a casa non hanno nemmeno la rete per collegarsi con la maestra su Zoom, degli impiegati che non trovano un tasto che sia uno - abituati com’erano a gestire solo carte e cartacce - del “consumatore finale” che non sa gestire gli accessi da remoto e si fa svuotare il conto tra password con la data di nascita, finte offerte su e-bay e i vari “clicca qui e vinci subito un iPhone”. Sembrava tutto così... rallentato, sino a un anno fa.

Una blanda rivoluzione al piccolo trotto, senza farsi troppo male. E poi scopri che un altro mondo è già lì, nell’hic et nunc che avanza come i treni della Tav con la potenza del 5g, e come sempre non è per tutti.

I servizi pubblici, l’informazione, la scuola, le aziende private, la sanità: dovremmo quasi stupirci del nostro stupore, perché era tutto già lì, dietro l’angolo. Ma non a queste velocità, non con questa forza. E adesso, pensateci, ci sembra quasi normale passare agevolmente da zoom a teams, da streamyard a skype.

È tutta una chat, un live streaming, una riunione a distanza. Connessioni ovunque. Scopri nuove modalità d’interazione, i vantaggi e gli svantaggi di lavorare da remoto, tutto quello che perdi ma anche quello che guadagni. E scegli da quale parte pende la bilancia, anche se non sarai tu a decidere.

Come sempre.

Certo, sembra cambiato poco dalla telefonata che ti allunga la vita - spot Sip del 1993 con Massimo Lopez condannato a morte - alla videochat che ti fa sentire meno solo, ma in realtà è l’esatto opposto.
Abbiamo tanta tecnologia ma non sappiamo usarla, non ancora: il tema è questo. Imparare, studiare, apprendere di continuo: bisognerà pur dire che l’educazione permanente è un pugno in faccia per quelle generazioni che hanno vissuto la certezza del lavoro per sempre, e che ora si scoprono insicure e a rischio.

Tanta tecnologia, ma anche una vita perennemente connessa, le giornate scandite dalle notifiche sul cellulare, esposti a rischi che nemmeno avevamo mai preso in considerazione, come le fake news diffuse sotto forma di messaggi vocali (in dialetto) su whatsapp, per dirne una.

E poi la polarizzazione isterica di un’opinione pubblica confusa e frastornata, che reagisce d’impulso all’algoritmo, come il ginocchio al colpo di martelletto. Prima ti indigni, metti la “reaction” (faccino rosso incavolato va bene? ), condividi, fai girare. Poi, a volte capita, ti chiedi cosa è davvero quella roba lì, chi è la fonte, perché hai reagito senza pensare e adesso che ci pensi, forse non era proprio così ma ormai...

La telemedicina, la scuola da remoto, il delivery che viaggia sulle app, gli open data per interpretare il presente a colpi di curve, torte e istogrammi: e in tutto questo, la convinzione di trovare la quadra, convinzione che si fa speranza. Ogni crisi genera nuove opportunità, a noi coglierle: chance, non disperata resilienza.

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