Un anno di Covid, Rizzuto: è un bravo scienziato chi comprende i dati

Stiamo tutti soffrendo le necessarie misure di prevenzione sanitaria, che hanno colpito tutti gli aspetti della vita sociale: scuola, lavoro, sport, frequentazioni, convivialità. Ma specialmente i nostri ragazzi

PADOVA. Un anno esatto è passato da quando la pandemia è entrata nelle nostre vite: un tempo lungo per tutti noi, con le vite rovesciate, le priorità cambiate, l’orizzonte incerto, un periodo ancor più lungo per i nostri straordinari medici e sanitari, per i quali fronteggiare un’emergenza è diventata una faticosissima quotidianità. Ma un anno è anche il tempo nel quale eventi ed emozioni si depositano, cominciando così a sedimentare in ricordi e bilanci. Pensando a questi 365 giorni intreccio tre letture: quella di medico e scienziato, quella di rettore, e la mia vita personale.

Mi sono laureato in medicina scegliendo di dedicarmi alla ricerca biomedica, che non è solo un’appassionante sfida intellettuale, ma anche l’unica vera strada per rendere più efficaci prevenzione e cure mediche, tutelando così il nostro bene più prezioso, la salute.

La ricerca è un percorso faticoso, i cui risultati si apprezzano negli anni, quando non nei decenni (pensiamo a quanti tumori oggi guariscono con terapie sempre più mirate, alla cura dell’HIV o alla prevenzione delle malattie cardiovascolari). L’esplosione della pandemia Covid-19 ha quasi azzerato il tempo a disposizione: occorreva intervenire subito sulla base dell’esperienza fatta con altri virus, e poi con rigore analizzare i nuovi dati sul nuovo virus e sulla malattia.

È stata una grande responsabilità, da assumere con spirito critico e rifuggendo vanità e personalismi. D’altronde, è questa l’essenza del metodo scientifico galileiano: ogni ipotesi deve confrontarsi con il dato sperimentale, ed è un bravo scienziato chi comprende i dati, accettando che questi confermino, modifichino o confutino l’ipotesi originale. La forza della scienza è anche la sua umiltà di fronte alla complessità della realtà che si trova ad affrontare.

Il secondo pensiero corre a quel vaccino che può realmente riportarci alla vita normale. Oggi, a un anno dalla comparsa della malattia, milioni di persone sono già vaccinate contro il coronavirus di Covid-19.

Questo risultato incredibile è stato possibile perché la ricerca sul cancro aveva sviluppato un metodo innovativo per generare rapidamente vaccini contro proteine mutate. Quale migliore esempio di quanto sia importante per una società investire nella scienza: i risultati possono arrivare dove noi non ci aspettiamo, aiutandoci anche ad affrontare emergenze inattese.

Da rettore, ho avuto il privilegio di guidare una comunità accademica che non ha mai rinunciato alla sua insostituibile funzione di ricerca ed alta formazione, tutelando nel contempo la sicurezza di tutti. E quindi in una settimana a febbraio tutte le lezioni – più di 150mila ore ogni giorno fruite da 40 mila studenti – sono transitate sui canali telematici.

Così è stato poi per gli esami e le lauree: il percorso di studi degli studenti non si è rallentato, anzi è risultato più veloce. A settembre abbiamo riaperto le aule, a capienza ridotta, integrando lezioni in presenza e trasmissione in remoto, il primo segnale di ritorno alla università vera, luogo fisico ed empatico di incontro di studenti e professori.

Chiudo con alcune considerazioni di vita personale. Sono stato anch’io contagiato, superando la malattia con una sintomatologia fortunatamente limitata e una lunga quarantena.

Ma ben più a lungo stiamo tutti soffrendo le necessarie misure di prevenzione sanitaria, che hanno colpito tutti gli aspetti della vita sociale: scuola, lavoro, sport, frequentazioni, convivialità. Tutti noi avvertiamo la dolorosa mancanza di tanti momenti piacevoli di incontro (quanto diverse sono le videoconferenze dalla vicinanza, da un sorriso o un caffè insieme).

Ma ho visto da vicino come due gruppi di persone abbiano sofferto più di tutti: i ragazzi, che hanno perso non solo la normalità della vita scolastica, e penso alla fatica ammirevole degli insegnanti e degli studenti in una fase così importante della loro maturazione culturale, ma anche la socialità dell’adolescenza, in cui ogni anno ha la sua gioiosa e preziosa importanza.

E poi gli anziani: per la giusta ansia di proteggerli da un virus per loro oltremodo pericoloso hanno perso quei momenti di vita in comune che a loro e noi danno gioia e sostegno. Per loro, per tutti noi, per una società che riprenda pienamente a vivere ci attendiamo una campagna vaccinale veloce ed efficace: quando almeno i più fragili (anziani e malati) saranno stati messi in sicurezza, potremo finalmente dire che questa pagina della nostra storia, fosca e inattesa, starà per terminare. —
 
* rettore dell’Università di Padova

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