Dai pomodori alle navi da crociera, la lunga catena dello sfruttamento in Veneto: caporale in manette. Ecco come funziona il sistema

Alcuni operai al termine del turno di lavoro alla Fincantieri

Il “caporale” dei subappalti preso a Marghera. Inchiesta dei carabinieri nei campi di pomodoro. Il bengalese ingaggiato da una ditta esterna alla Fincantieri

MESTRE. Dadon Farazi, 33 anni, collega la raccolta dei pomodori di Latina ai lavori pesanti dentro la pancia delle grandi navi da crociera in costruzione alla Fincantieri.

Era “caporale” a Latina, lunedì mattina lo hanno arrestato a Marghera dove lavorava in una ditta dei subappalti alla Fincantieri. In una ditta della “paga globale”. Lo hanno arrestato in seguito ad un’inchiesta sul “caporalato” nei campi di Latina.

A conferma che si sfrutta in agricoltura, come si sfrutta nei cantieri navali. Cambia poco. Sfruttamento e paga globale a raccogliere i frutti della terra. Paga globale e sfruttamento nel lavorare con acciaio e solventi a Marghera. Sempre tre euro all’ora per 10/12 ore al giorno, sei giorni su sette. E i nuovi schiavi sono sempre bengalesi, sfruttati da altri bengalesi sotto gli occhi degli italiani. Lunedì mattina ennesima dimostrazione di questo nuovo schiavismo e conferma che la rete dello sfruttamento lega i subappalti alla Fincantieri con chi controlla i lavoratori nella raccolta dei pomodori.

Sono sette le persone arrestate dai carabinieri del Nas di Latina a conclusione dell’indagine denominata Job Tax, coordinata dalla Procura della Repubblica di Latina. L'accusa è di associazione per delinquere finalizzata allo sfruttamento di manodopera extracomunitaria in agricoltura insieme a estorsione e impiego illecito di fitofarmaci non autorizzati nella coltivazione in serra.

Nel corso delle indagini, che sono iniziate nell’ottobre 2019, i militari del Nas hanno scoperto un contesto di sfruttamenti di manodopera in agricoltura. Manodopera straniera per lo più di origine bengalese, pakistana e indiana, estesa su cinque siti produttivi che vanno da San Felice Circeo passando per Sabaudia per arrivare a Terracina. Si tratta di colture di ortaggi destinati al mercato locale e nazionale, illecite non soltanto per via del caporalato, ma anche per i prodotti utilizzati. Il gruppo finito in manette, tra cui Farazi, si serviva infatti di un agronomo, anche lui indagato, per somministrare fitofarmaci agli ortaggi che poi sarebbero finiti sulle tavole di mezza Italia.

Tutto è nato dalla denuncia di un bracciante di origine bengalese che ha lamentato le condizioni di sfruttamento e le intimidazioni subite ad opera dei connazionali, i cosiddetti “caporali”. Nel suo racconto sembra di rivivere le condizioni in cui sono costretti a lavorare gli operai dei subappalti alla Fincantieri.

I carabinieri del Nas sono riusciti a ricostruire i comportamenti illeciti tenuti dall'organizzazione criminale che assumeva e impiegava come mano d'opera cittadini stranieri, facilmente riccattabili, sottoponendoli a condizioni di sfruttamento, costringendo i dipendenti a sottoscrivere la ricevuta di busta paga che poi risultava falsata, remunerandoli sistematicamente con stipendi inferiori alle ore lavorate in violazione dei contratti collettivi del comparto agricolo. Anche a Latina tutto era costruito attorno alla cosiddetta “paga globale”.

Un lavoratore lavora mediamente 10 ore al giorno, sei giorni su sette e grazie a numerosi “voci” false riportate nello statino della busta paga guadagna netti 3/4 euro all’ora. E praticamente mai gli vengono pagate tutte quelle che lavora. Poi nessuna garanzia di ferie, Tfr e malattia. Niente di niente.

La paga giornaliera alla fine era di 6 euro per ogni bracciante, costretti ad ammassarsi sul furgone in numero superiore ai posti omologati. Sarebbero due, entrambi di origini bengalese, le persone utilizzate dall'organizzazione per il collocamento e la gestione della manodopera straniera. Uno di questi è appunto Farazi.

Nelle serre venivano impiegati anche lavoratori con gravi carenze in materia di sicurezza sul lavoro, omettendo di fornire loro i previsti dispositivi quali abbigliamento e scarpe adatte per i campi, costringendo gli operai a lavorare in condizioni proibitive, tutto questo Insieme a una forma di controllo sul risultato del lavoro che prevede minacce e sanzioni corporali ed economiche, fino alla ritorsione nei confronti dei famigliari rimasti in patria, se non veniva raggiunto l’obiettivo di raccolta comunicato loro, ogni mattina, dal “caporale”. Oltre agli arresti, i carabinieri hanno anche sequestrato diversi beni mobili e immobili per la cifra complessiva di oltre 500mila euro, stimata come profitto del reato di intermediazione lecita e sfruttamento del lavoro.

IL CAPORALE SIMBOLO DELLA DIGNITA' CALPESTATA 

Un’immagine del lavoro nei campi

Nei campi e i cantieri, tra i pomodori e le navi da crociera un filo unico: lo sfruttamento lavorativo più aspro e crudele. La parabola lavorativa e umana del bengalese che, proseguendo nelle sue mansioni di caporale, è passato dalle campagne di Latina ai cantieri navali di Marghera, disegna più nitidamente di mille inchieste il profilo di un sistema produttivo malato.

Il made in Italy del buon cibo e dell’ingegneria è corroso alle fondamenta dalla competizione basata sulla compressione dei costi di chi sta in basso. E in questo sistema l’apporto professionale del caporale sembrerebbe più utile degli addetti all’innovazione di prodotto e di processo. Il fenomeno del lavoro para schiavistico nelle campagne italiane è lì da anni irrisolto.

Balzò alle cronache nel 1989 con la morte di Jerry Masslo, rifugiato sudafricano e bracciante, ucciso nelle campagne di Villa Literno, passando per le morti dei polacchi nei masserie pugliesi dei primi anni Duemila, alle periodiche rivolte di Rosarno. E pure nelle campagne della pianura padana e veneta, come documenta fedelmente il rapporto annuale stilato dal sindacato dei braccianti della Cgil. Così come è da anni irrisolto il fenomeno dello sfruttamento che rende i cantieri della più grande multinazionale italiana, la Fincantieri, degli infernali gironi danteschi.

«Approfittando delle condizioni di indigenza e precaria presenza sul territorio italiano di cittadini extracomunitari li impiegavano all’interno dei cantieri navali della Fincantieri spa sottoponendo a condizioni di sfruttamento», come leggiamo nell’ordinanza dell’ultima inchiesta che ha riguardato le condizioni di lavoro all’interno dei cantieri navali dove si assisteva, leggiamo sempre nell’ordinanza, «all'imposizione da parte della stessa Fincantieri alle ditte subappaltatrici di corrispettivi assai bassi e applicazione, cascata, da parte delle ditte subappaltatrici di condizioni di lavoro assolutamente deteriori ai propri dipendenti».

“Labour is not a commodity”, “Il lavoro non è una merce”, è la proclamazione con cui si apriva la Dichiarazione di Filadelfia con cui veniva rifondata l’Organizzazione internazionale del lavoro (“Ilo”) nel 1944. Era l’alba di un mondo nuovo. Si potrebbe dire sarcasticamente che quell’obiettivo si è avverato, il lavoro non è una merce, ma è molto meno e se i livelli di sfruttamento definiscono il valore del lavoro, siamo ai livelli di uno straccio bagnato.

In questo scenario la figura del caporale, e il bengalese della nostra storia, la figura antica e moderna che contrassegna i rapporti di lavoro più infami e le dignità calpestate, rischia di attirarsi tutte le responsabilità. L’attenzione si concentra su i “cattivi”, i caporali, che in realtà sono soltanto uno degli anelli della catena. Catena che ha sempre un capo e una coda: il capo però, chissà come, la fa sempre franca. —

Patate novelle croccanti con asparagi saltati, uova barzotte e dressing allo yogurt e senape

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi