In Veneto ripartenza con l'aumento dei prezzi di spritz e caffé

Primi chiari segnali tra Treviso e Padova: l’aperitivo, anche da asporto, arriva ai 3,5 euro. Un tramezzino fino ai 2. «Il materiale usa e getta costa»

TREVISO. Affitti e bollette da pagare, materie prime, costi aggiuntivi, chiusure per Covid e ristori che non bastano a far quadrare i bilanci: alla fine chi paga? Lo chiediamo direttamente ai baristi della città che nell’ultimo anno si sono ritrovati di fronte al dilemma: lasciare i prezzi invariati o ritoccarli all’insù nella speranza di guadare la crisi. Lo scenario è fluido, eterogeneo, frutto di scelte soggettive, ma tra i banconi della città ormai fa breccia una “mini-inflazione” strisciante che non passa inosservata. Caffè che arrivano a 1,30 euro, toast fino a 5 euro (una farcitura di verdure e pane alla curcuma), tramezzini a 2 euro, fino al sushi con formula “All You Can Eat” che bellamente aggiorna il costo della singola portata col pennarello passando da 5 a 6 euro.

I rincari sono sotto gli occhi di tutti, e davanti ai nostri quando sfogliamo gli scontrini dei caffè, dei pranzi consumati in fretta e furia all’aperto in pausa pranzo, delle fugaci cene etniche. Vale per i caffè e per il sushi, per i tramezzini e per le brioche. Dolce e salato, con o senz’alcol, alla fine, un centesimo dopo l’altro, scontrino dopo scontrino l’effetto si vede. Raccontiamo, buttando l’occhio anche alle statistiche del paniere dei beni e servizi a largo consumo curato dall’Istat, quella che l’Adico rappresenta come una sorta di “partita di giro” in cui alla fine pagano i consumatori.



È proprio così? Locale che vai, risposta che trovi. «Noi da un anno a questa parte non abbiamo applicato alcun rincaro» ci racconta un pizzaiolo (lui e tutti gli altri intervistati, stavolta, saranno “democraticamente” anonimi) «ma abbiamo di fatto assorbito i rincari di molti prodotti avvenuti a monte della filiera: soprattutto gli insaccati e la verdura, ma anche i prodotti caseari. Abbiamo scelto di non scaricare questi costi sul consumatore finale, sia perché ci aspettiamo da giugno una discesa dei prezzi di questi prodotti, sia perché ci esporremmo al rischio di perdere clienti che sono fidelizzati e che abbiamo conquistato nel tempo. Questa è una scelta che mi pare sia abbastanza diffusa nel nostro settore».

Parlando del caffè il ragionamento cambia: la pratica dell’asporto costringe i baristi a offrire il classico rito italiano della “tazzina” con nuove formule: «Ho scelto di non variare il prezzo del caffè, che sta a 1,10 euro, ma ho dovuto alzare quello delle brioches di 10 centesimi, ormai da aprile dell’anno scorso, e anche quello di alcuni prodotti salati» ci racconta una barista che gestisce in proprio il punto vendita di una catena in franchising «se pensate che il bicchierino di carta io lo pago 6 centesimi, quello da cappuccino arriva a 14 e quello per le bevande fredde, tipo aperitivo, con cannuccia, altri 11: abbiamo smesso di guadagnare».

«Io a gennaio ho provato a portare il caffè a 1,20 euro, ma i clienti si sono lamentati» spiega una collega «e quindi sono tornata sui miei passi. Ma la situazione è molto grave, ci stiamo rimettendo».

Se alla mattina si paga un po’ più caro il caffè, a fine giornata, sempre rigorosamente d’asporto, almeno fino a lunedì, si appesantisce anche il rito dell’aperitivo: «Con Prosecco in bottiglia, arance buone, ghiaccio di qualità, seltz, uno spritz a noi costa 1,60 euro, se fatto con l’ Aperol e 1,90 col Campari» ci spiega un barista «Venderlo quindi a meno di 3,50 significa farlo piccolo oppure usare prodotti di fascia bassa: in Veneto è parte della cultura collettiva e praticamente accettiamo di venderlo in perdita». Ma alla fine per il consumatore l’effetto pandemia assomiglia sempre di più all’effetto euro di vent’anni fa.—


 

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