«Sono un medico e rifiuto la profilassi. Non intendo essere una cavia»

Orietta è una dottoressa del Padovano che ha scelto di non farsi immunizzare: «Violano la nostra libertà di scelta»

La testimonianza

Sapeva che sarebbe arrivata. Eppure, dopo averla vista, non ha chiuso occhio per tutta la notte pensando a quella lettera perentoria custodita nel computer: cinque giorni per scegliere tra le sue convinzioni e la professione di medico di medicina generale, per tirare dritto per la sua strada o fare un passo indietro e vaccinarsi. Ma in cuor suo Orietta, la chiameremo così perché vuole mantenere l’anonimato, ha già deciso e ora si prepara ad affrontarne le conseguenze.

«Questi non sono vaccini» spiega la dottoressa che esercita nel Padovano, «si tratta di una sperimentazione che, come dichiarato dalle stesse aziende produttrici, si concluderà solo nel luglio 2022. Io devo garantire la mia salute, ma nessuno conosce gli effetti collaterali del vaccino nel lungo periodo, semplicemente perché non ci sono studi. Però gli effetti immediati sono quotidiani: ogni giorno 2-3 pazienti si rivolgono a me con problemi minori. Ma ci sono anche gli effetti gravi: uno di loro è stramazzato con una trombosi cerebrale. Aveva fatto il vaccino da dieci giorni, ma nessuno osa associarli. Io non sono una no vax, una terrapiattista, sono semplicemente contraria a questo vaccino» chiarisce «io sono vaccinata e lo stesso vale per i miei figli».

Una convinzione che, coerentemente, non manca di condividere con i pazienti: «Non dico loro di non vaccinarsi, ciascuno è libero di fare quello che ritiene giusto, ma a persone che leggono anche il bugiardino delle vitamine raccomando di leggere attentamente anche quello del vaccino» prosegue «al momento della somministrazione case farmaceutiche e aziende sanitarie fanno firmare il consenso informato per non assumersi delle responsabilità, ma senza garanzie non me le assumo nemmeno io. Ho aiutato tantissimi anziani che non avevano il computer a prenotarsi, e a loro non ho sconsigliato di immunizzarsi, perché il rapporto rischi-benefici era equilibrato, ma a un’infermiera di 26 anni che prende la pillola ho detto di pensarci bene e di informarsi. Ora è alle prese con una trombosi alla gamba. Le reazioni avverse sono fortemente sottostimate, hanno reso complicatissimo registrarle, è difficile dimostrare i rapporti causa-effetto, quindi a noi non rimane che notarlo. Ma non serve a niente, è avvilente».

Con le sue riflessioni Orietta mostra una terra di mezzo, una terza via così diversa da quelle più battute e contrapposte: un approccio critico che pure non trascende la scienza e che si è concretizzato con l’adesione al gruppo per le Terapie domiciliari che sabato scorso ha manifestato a Roma per assicurare la giusta cura ai contagiati.

 «Hanno ricondotto decessi di persone affette da patologie gravi a questa malattia, ma non si muore di Covid, dei miei 1600 pazienti solo tre si sono rivolti all’ospedale, gli altri malati li ho seguiti a casa durante tutta l’epidemia, armata solo con Ffp2 e lavandomi spesso le mani» assicura Orietta «avevamo chiesto e ottenuto da Sileri di rivedere le linee guida ministeriali per la terapia domiciliare che prevedevano paracetamolo e vigile attesa, ma Speranza ha tirato avanti confermandole. Abbiamo chiesto che guardassero i nostri dati, ma non ci hanno ascoltati anche se nell’ultimo anno abbiamo imparato che i pazienti finiscono in ospedale solo perché ci si nasconde dietro a linee guida sbagliate. Il Covid va “aggredito” fin dai primi sintomi se non vogliamo che i contagiati vengano ricoverati. Io la settimana scorsa ho tirato fuori dalla malattia due persone senza far fare loro un’ora di ospedale. Una è una settantenne che soffre di bronchite cronica ostruttiva da trent’anni e vive attaccata a una bombola. Mi aveva detto chiaramente: dottoressa faccia qualunque cosa ma non voglio finire ricoverata e intubata. Stava desaturando, ma l’ho curata con antinfiammatori, eparina e tre antibiotici. La signora, che vive in casa da trent’anni, si è negativizzata e mi ha detto: se potessi uscire le porterei lo spumante. Ho rischiato di mio, ma non siamo stregoni, siamo un gruppo di medici, compresi pneumologi e anestesisti, che hanno messo a punto un protocollo confrontandosi quotidianamente. Abbiamo organizzato un servizio di assistenza telefonica seguendo a domicilio centinaia di persone, oltre ai miei pazienti ho assistito 17 malati in tutta Italia».

Malgrado Orietta sia una donna forte, che ha costruito la sua professione un giorno alla volta superando mille difficoltà, quando parla del futuro, un po’ per la rabbia e un po’ per la preoccupazione, viene sopraffatta dall’emozione: all’orizzonte si profila la sospensione fino al 31 dicembre senza stipendio. Poi, si vedrà.

Conosce molti colleghi che non si sono vaccinati, il confronto è quotidiano, qualcuno di loro troverà riparo sotto l’ombrello di un certificato medico: «Non mi proteggerà nessuno» conclude «ci hanno umiliati trattandoci da untori dopo che abbiamo fatto tamponi in ambulatorio e visitato a casa i positivi. E adesso ci umiliano costringendoci a fare da cavie, violando una libertà personale che a tutte le altre persone è garantita. Il sospetto, forte, è che ci siano grossi interessi dietro le vendite dei vaccini. Costringono noi e creano un precedente pericolosissimo: già si comincia a parlare di ammettere i ragazzi a scuola solo se vaccinati. Tanti colleghi stanno cedendo, perché bisogna pur mangiare, anch’io ho dei figli, ma non intendo piegarmi. Certo mi sto ponendo delle domande: che fine faranno i miei pazienti, le mie cartelle cliniche? Mi costringeranno a pagarmi un sostituto, magari mettendo nel mio ambulatorio un ragazzino delle Usca? Mi dispiace tanto per i miei veceti» sospira «chi si prenderà cura di loro?».—

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