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Miozzo, già guida del Cts: «Non siamo fuori dal tunnel del Covid. Ora accelerare sui vaccini agli over 60 anche in Veneto»

Agostino Miozzo

Miozzo, ex coordinatore del Cts: «Dovremo convivere ancora per molto con questo virus e con i suoi aspetti di incertezza Non esistono emergenze imprevedibili, abbiamo strumenti e conoscenze per affrontarle ma manca la volontà politica»

VENEZIA. «Mai smettere di guardare avanti, l’imprevedibile non esiste». Agostino Miozzo, ex coordinatore del Comitato tecnico scientifico, si sente a casa. La sede del dipartimento dell’Università di Padova che lo ospita per una lezione nell’ambito del master in Sicurezza Urbana è a 22 chilometri dalla natia Camposampiero e davanti a sé, oltre agli studenti, ha donne e uomini della Protezione civile. «La curva epidemiologica è in calo, ma non possiamo dire di essere fuori dal tunnel. Serve prudenza».

Che rischi vede?

«Più di 3 milioni di ultra 60enni in attesa della prima o seconda dose del vaccino anti Covid un po’ preoccupano. Non dobbiamo abbassare la guardia».

E a quanto pare si va verso l’addio alla mascherina all’aperto.

«Aspetto, questo, che rientra nel novero di un tema centrale: dobbiamo convivere con il Covid e con i diversi aspetti di incertezza che ancora accompagnano questo virus. Detto questo è chiaro che, anche nell’incertezza, delle decisioni vanno prese».

E quanto durerà questa convivenza nell’incertezza?

«Molto, il Covid in tutte le sue espressioni ed evoluzioni ci rappresenta ancora un mondo sconosciuto. Pensiamo agli effetti dei vaccini, alla durata dell’immunità: siamo ancora nell’incertezza, non è una colpa ma un dato di fatto. Dobbiamo convivere con pazienza, prudenza e intelligenza con questo virus, senza avere un approccio persecutorio e negativo ma tenendo a mente che l’“animale” sta sempre qui, con noi e accanto a noi».

La variante Delta rappresenta un elemento che ci può far ripiombare in una situazione simile a quella dello scorso autunno?

«Le sicurezze che abbiamo oggi, come detto, sono poche e relative ma già sappiamo che la vaccinazione è un buon deterrente alla variante. Andiamo avanti veloci con le somministrazioni, smettiamola di interrogarci su vaccino sì o vaccino no. Accogliamo gli orientamenti che ci vengono dati. Per fortuna dal presidente del Consiglio è arrivata una dichiarazione solida sull’uso dei vari vaccini, sono contento che l’abbia fatta. Vacciniamoci e convinciamo tutta quella fascia di reticenti, che magari non sono no-vax ma piuttosto confusi da messaggi contraddittori, che il vaccino ci salva e ci protegge».

Confusione generata anche da una comunicazione scientifica che recentemente ha definito disordinata e di scarso livello.

«I cittadini si aspettano chiarezza, l’uso dei verbi al condizionale lascia sconcertati».

La pandemia rientra tra le emergenze imprevedibili?

«Secondo quella che è la mia esperienza in questo ambito, non esistono emergenze imprevedibili».

Eppure quanto accaduto negli ultimi due anni...

«Non voglio entrare nel merito delle inchieste, ma certo la comunità internazionale è risultata impreparata. Il 31 dicembre 2019 si inizia a parlare di polmoniti anomale a Wuhan, il 29 gennaio 2020 c’è il ricovero di due turisti cinesi allo Spallanzani; il 20 febbraio 2020 arriva il paziente uno italiano. Qualche dubbio ci doveva assalire prima».

Mancanza di strumenti, di capacità di lettura o altro?

«Piano pandemico e piani di protezione civile c’erano, ma la cultura “del caso peggiore” deve essere condivisa con i cittadini, resa capillare, attuata per tempo. Non si improvvisa».

Quindi il problema qual è stato?

«Abbiamo gli strumenti e le conoscenze necessarie, ci manca la volontà politica di tradurre il tutto in azione. Mentre a Wuhan costruivano un ospedale in 10 giorni, dove erano le organizzazioni internazionali, l’Oms, l’Europa?».

Dopo il suo addio al Cts è arrivato anche quello al ruolo di consulente del ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi: ritiene concluso il suo percorso nell’ambito della gestione di questa emergenza?

«Pur essendo in pensione continuo a dedicarmi alla formazione, condivido la mia esperienza con chi domani sarà sul territorio per la sicurezza e che dopodomani affronterà la nuova emergenza».

C’era stanchezza, da parte sua, rispetto alla mancanza di volontà politica che citava prima?

«La mancanza di volontà politica è una cosa che riguarda tutti. Per certi aspetti è riduttivo e liberatorio dare colpa alla politica, ma tutti siamo parte della politica. È un invito a tutti noi a rendere più attivo il nostro coinvolgimento e convincimento sulla necessità di essere proattivi».

La scuola, o meglio la didattica a distanza, è sempre stata un suo cruccio.

«Auspico che il prossimo sia un anno scolastico in presenza. Sono certo che il sistema scolastico farà tutto l’indispensabile per recuperare quanto si è perso e saprà assistere chi, e sono tanti, hanno sofferto in quest’anno di didattica a distanza».

La delega della tutela della salute alle Regioni ha creato un cortocircuito nella gestione della pandemia?

«È un dato di fatto. Troppe volte e in troppe regioni del nostro Paese abbiamo visto posizioni discordanti rispetto agli indirizzi nazionali per la gestione dell’emergenza. Con indicazioni, spesso fra territori confinanti, estemporanee e incomprensibili dal punto di vista sanitario, delle priorità vaccinali e anche scolastico dove si è dato vita a un delirio inaccettabile. In Italia siamo maestri di interpretazione, alla luce anche di interessi localistici».

Meglio una gestione accentrata?

«Paradossalmente le dittature gestiscono le emergenze meglio delle democrazie. E questo non vuol dire che io sia favorevole alla dittatura. La gestione dell’emergenza non è, di per sé, democratica. Non può essere lasciata alla libera interpretazione».

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