Cinema al 100 per cento, le recensioni dei film usciti giovedì 21 ottobre 2021

L'Arminuta

Dal libro al film: “L’arminuta” convince. L’infanzia e il timore della perdita in “Petite maman” di Céline Sciamma. “France” e il cinismo di una nazione. “I Giganti” autodistruttivi di Angius e, infine, la crisi di mezza età di Lartingau

L’ARMINUTA

Regia: Giuseppe Bonito

Cast: Sofia Fiore, Vanessa Scalera, Elena Lietti, Fabrizio Ferracane, Carlotta De Leonardis

Durata: 110’

L’arminuta (in dialetto abruzzese “la ritornata”) aveva una vita colorata. La casa al mare col giardino, gli ombrelloni e i ghiaccioli sulla spiaggia. I vestiti sgargianti, il pranzo di pesce sulla tavola. All’improvviso, a 13 anni, scopre che quelli che chiamava mamma e papà, non sono i suoi veri genitori e ora, per motivi che non le vengono inizialmente rivelati, deve tornare a vivere con la sua famiglia biologica che abita in una campagna arretrata, culturalmente ed economicamente.

Un padre (Fabrizio Ferracane) dal silenzio rude, una madre (Vanessa Scalera) dagli occhi tristi, tremolanti di lacrime che hanno perso la forza di uscire, due fratelli maschi ostili, un altro - il maggiore, Vincenzo - affascinato dal suo arrivo e, infine, Adriana (Carlotta De Leonardis), dieci anni, che ha già imparato a stare al mondo e si prende cura del neonato di casa.

Non era semplice portare sullo schermo le pagine dure e scabre del romanzo “L’arminuta” di Donatella di Pietrantonio, vincitore del Premio Campiello nel 2017, con il dramma di una ragazzina (nel film splendidamente interpretata da Sofia Fiore) che si trova catapultata da una realtà benestante e borghese a una casa rurale con i materassi impregnati d’urina, il pollo da spennare, la vasca da bagno sudicia di quello sporco che sa di povertà e che non si lava via.

Lo sguardo di Bonito, soprattutto nella prima parte del film, ha un afflato descrittivo fedele al romanzo e, allo stesso tempo, emancipato nel suo procedere per contrapposizioni. I colori del “prima” che sbiadiscono in un “poi” grigio/marroncino come le pareti e i vestiti della nuova (e autentica) famiglia d’origine e quella chioma rossa dell’arminuta (nel libro come nel film la protagonista non ha un nome), sorta di presenza aliena (e non è un caso che il racconto scritto dalla stessa per un concorso scolastico sia fantascientifico) che attraversa come una fiamma i campi, il selciato e gli interni della casa, illuminando e rendendo visibile una sofferenza rimasta sepolta. Che accomuna tutte le donne di questa storia.

La protagonista, prima di tutto, maneggiata come un pacco a cui la verità viene, prima, negata e poi centellinata in uno stillicidio di rabbia e frustrazione. Adriana che vede in lei un appiglio di salvezza in un destino già segnato e che utilizza l’unico strumento possibile per proteggere l’arminuta, ovvero la fatica e il lavoro: la sequenza in cui Adriana interviene in una lite tra la sorella e la madre, offrendosi di pulire il pavimento sul quale è stata scagliata una bottiglia d’olio, è un momento di struggente solidarietà come l’abbraccio tra le due ragazzine nelle stradine innevate del paese.

La madre biologica che soffre tre volte, per l’abbandono di allora, l’inadeguatezza di oggi e la perdita di un altro figlio come se quel sacrificio per dare alla bambina un futuro migliore le chiedesse ora il conto.

E, infine, il dolore della madre acquisita (Elena Lietti), schiacciata dal senso di colpa che prova a compensare la pena con qualche regalo e un pranzo (come ai bei tempi) in cui la tavola si riempie, però, solo di imbarazzo e tensione e lascia vuoti lo stomaco e, soprattutto, l’anima. Alla fine, l’arminuta (a dispetto di quel nome) capisce che non esiste ritorno: né alla felicità di prima né a una ormai impossibile identificazione con un presente troppo distante.

Restano i momenti quasi spensierati in volo su una giostra o tra le onde del mare, dove, non a caso, la terra scompare e l’arminuta torna alla sua essenza primigenia: aliena tra gli uomini. (m.c.)

Voto: 7

***

FRANCE

Regia: Bruno Dumont

Cast: Léa Seidoux, Blanche Garden, Benjamin Biolay

Durata: 133’

France

France de Meurs (Léa Seidoux) è più di una giornalista. È una vera e propria star. Seguitissima in televisione per i suoi egocentrici reportage votati alla spettacolarizzazione di tutto (la guerra, uno sbarco di profughi, la storia di un pedofilo omicida), France mangia pane e cinismo, sobillata da una assistente che la magnifica ad ogni passo, mentre le sue relazioni familiari con il marito e il figlio di dieci anni sono solo altri appuntamenti della giornata di lavoro.

Ma un banale incidente a seguito del quale un rider, senza arte né parte, ha la peggio, mette in crisi il mondo di France, aprendo crepe di depressione. O, forse, anche questo sbandamento, fa parte del suo circo mediatico.

Bruno Dumont affronta a modo suo un tema sin troppo attuale (il ruolo dei media nella società di oggi, la morbosità della visione, la manipolazione delle immagini), mettendo al centro dello schermo (che spesso converge su primissimi piani della protagonista) la sua “France”, donna e nazione. Alla prima fa dire di non credere più “nel futuro tutto rosa e fiori, nel progresso, negli ideali. Tutto questo è morto. Ma è proprio questo che mi fa soffrire, lo capisci? Il presente non esiste più. C'è solo ora e qui. Inutile aspettarsi qualcosa, aggiornare di continuo il presente”.

Parole che sembrano rivolte a un paese che non è più in grado di distinguere il meglio e il peggio, il fango dalla gloria, i telespettatori dagli elettori.

France, nei suoi servizi, sposta i soldati come marionette, distribuisce lacrime con la stessa intensità di quando improvvisa balletti dissacranti in zone martoriate dalla guerra, sale sul barcone dei disperati giusto il tempo di un'inquadratura prima di tornare a bordo del suo motoscafo. E davanti alla tv quel paese osserva, adora, si avvelena per poi tornare a idolatrare.

La messa in scena di Dumont pecca, a volte, di un eccesso di metafora ma, in altre, è dirompente come nella esilarante sequenza iniziale del confronto in conferenza stampa tra France e Macron o nell’insospettabile presenza di un altro capo di Stato nella clinica dove France si ricovera per qualche giorno durante la sua crisi esistenziale.

Léa Seidoux (ormai attrice onnipresente e, per questo, un po’ a rischio sovraesposizione) è impeccabile nei suoi completi Dior, nei suoi bronci, nelle sue divagazioni e nella personalizzazione di un cinismo che si è ingrandito così tanto da farsi nazione. (m.c.)

Voto: 7,5

***

"I GIGANTI”

Regia: Bonifacio Angius

Cast: Stefano Deffenu, Bonifacio Angius, Michele Manca, Riccardo Bombagi, Stefano Manca

Durata: 80’

In una casa sperduta nella campagna sarda, cinque uomini aspettano. Qualcuno o qualcosa. Un limbo dove il “fuori” sembra lontanissimo e il dentro assomiglia a una prigione senza tempo. Perché il tempo si è consumato come le vite dei protagonisti che, nell’attesa, si stordiscono di droghe e di alcool. Fino a quando la vita busserà alla loro porta chiedendo il conto dei loro fallimenti, di esistenze deragliate e mai più riportate sui binari.

“I giganti” di Bonifacio Angius è un film magnetico e anarchico: un cinema della parola che, nel deliquio dei protagonisti, sprigiona una violenza feroce senza catarsi, scoprendo, insieme alla rabbia e al dolore, tutta la fragilità di relazioni umane scarnificate.

Il non-luogo di questa storia restituisce il clima sospeso di questi tempi, la precarietà dei rapporti, il loro avvitarsi in spirali di solitudine autodistruttiva. Il presente è vuoto e il futuro non è nemmeno contemplato. Resta solo un passato remoto, quello dei giganti del titolo, le antiche sculture della civiltà nuragica di Mont’e Prama, e quello degli antichi guerrieri Shardana, vestigia di un tempo e, soprattutto, radici consolatorie a cui si può solo tornare ma dalle quali non può nascere più nulla.

Bonifacio Angius (anche interprete e sceneggiatore, insieme a Stefano Deffenu, del film), nella costrizione di un ambiente opprimente e sigillato dal mondo esterno, è capace di distillare tutto il senso di inadeguatezza dei quattro protagonisti a cui si aggiunge la voce fuori dal coro del fratello più giovane di uno di loro, l’unico che sembra consapevole di ciò che li aspetta fuori dalla porta.

Alieni della vita in un firmamento dove anche il passaggio di una cometa resta, per quasi tutti, una vana attesa, una promessa, tradita o mai mantenuta, di fare i conti con la propria esistenza. Perché, come nella riflessione circolare che apre e chiude il film, “ci sono persone che dicono di fare una cosa e poi ne fanno un’altra”. Una sorta di “sonno della ragione” che trasforma i protagonisti in mostri, i pensieri in deliri, i sogni in incubi ad occhi aperti. Lo sguardo di Angius è potente senza essere presuntuoso, il suo è un cinema che sanguina e sferra pugni. Lotta nonostante tutto. (m.c.)

Voto: 7

***

PETITE MAMAN

Regia: Céline Sciamma

Cast:  Joséphine Sanz e Gabrielle Sanz

Durata: 72 minuti

Petite maman

Petite maman è il nuovo film di Céline Sciamma, che arriva sugli schermi dopo il successo di “Ritratto della giovane in fiamme”. È una storia tra il fantastico e l’intimista, in cui una bambina incontra di fatto quella che dovrebbe essere la sua mamma da giovane, come se facesse un viaggio nel passato, entrando in una casa nel bosco. È quello che accade a Nelly, otto anni, che dopo la morte della nonna, passa qualche giorno nella casa di campagna dove è cresciuta la madre, Marion, mentre i genitori iniziano a svuotare la residenza familiare. Girovagando nel bosco, si imbatte per caso in un'altra bambina che sta costruendo una capanna di legno e con cui nasce un rapporto speciale: la nuova amica si chiama proprio Marion, come la mamma.

Denso di simbologie e di metafore, Petite maman passa in rassegna temi importanti, dalla memoria all’amicizia e alla famiglia, con una sensibilità che alcuni hanno accostato alla fantasia di Miyazaki, ma che più in generale sta tra il romanzo di formazione e la riflessione dell’adulto sulla sua infanzia, sulla propria identità, soprattutto femminile e adolescenziale, con l’obiettivo di ricercare maggiori conoscenze sull’infanzia dei nostri genitori per comprenderli e amarli di più e soprattutto capire di più anche la nostra fanciullezza.

Il film è giocato tutto sugli sguardi e le battute delle due bambine (sorelle nella vita reale) e sulle loro finzioni, anche sceniche (giocano spesso agli attrici di serie televisive), che si aggiungono alla doppiezza delle vite parallele: tutto attorno c’è un senso di vuoto, un timore della perdita, una mancanza di affetti che va al di là della scomparsa della nonna, dell’assenza della mamma, della presenza ininfluente di un padre pur amorevole. Distacchi dolorosi, come quella tra le stesse ragazze, che si vivono già nell’età pre-adolescenziale con lo stesso dolore e intensità emotiva di un adulto, sia pure con modalità esteriori diverse, ma che riaffiorano nell’età adulta, anche grazie a un bosco, luogo psicanalitico da sempre. (m.g.)

Voto: 8

***

#IOSONOQUI

Regia: Eric Lartigau

Cast: Alain Chabat, Doona Bae, Ilian Bergala, Blanche Gardin, Delphine Gleize

Durata: 97 minuti

#Iosonoqui appartiene a quel solido mondo artigianale del cinema francese, in cui anche le commedie convenzionali hanno una scrittura sicura e ottimi attori di fondo. Il regista Eric Lartigau firma anche la sceneggiatura, assieme a Thomas Bidegain, e confeziona un prodotto per un pubblico di mezza età, che conosce la crisi esistenziale dei cinquant’anni, ma nel contempo strizza l’occhio ai social e agli hashtag di Twitter e Instagram.

Stéphane (Alain Chabat, molto popolare oltralpe), uno chef di successo, conduce una vita tranquilla nei Paesi Baschi francesi, con il suo ristorante, i figli e il supporto dell’ex-moglie. Eppure l’unica cosa che lo fa sentire vivo è chattare con Soo (Doona Bae, star coreana di successo internazionale), una giovane donna di Seul che ha conosciuto su Instagram. I due parlano di arte e di ciliegi in fiore e sembrano instaurare un solido rapporto, nonostante la lontananza. In uno slancio emotivo, Stéphane decide di partire per la Corea e incontrare Soo. Al suo arrivo però, lei non si presenta e Stéphane inizia a vagare per l’aeroporto, diventando a sua volta una star di Instagram, con migliaia di follower che inseguono #thefrenchlover, e poi per la città, dove la ricerca di Soo lo porterà a riscoprire se stesso.

A metà strada tra “The terminal” di Steven Spielberg – lo chef prigioniero dell’aeroporto, ne esce per caso, per scappare alle richieste di selfie – e “Lost in Translation” di Sofia Coppola – un occidentale catapultato nella filosofia orientale – ma con un tocco di malizia tutta transalpina, Lartigau prende in giro usi e costumi di un mondo virtuale, in cui un’innocua conversazione viene confusa per una dichiarazione d’amore, in cui la “flânerie” interplanetaria assume un valore assoluto. Delicato e autoironico, a tratti istrionico e autocompiaciuto come il suo personaggio principale, #Iosonoqui costituisce una intelligente riflessione sul rapporto tra azione e sentimento e sui rischi che, nell’età dei social, comporta la prevalenza della prima sui secondi. (m.g.)

Voto: 6,5

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