Cinema al 100 per cento, le recensioni dei film usciti giovedì 25 novembre 2021

Paolo Sorrentino con il suo film più personale (È stata la mano di Dio), candidato all’Oscar per l’Italia e Gran Premio della Giuria a Venezia. Un intenso documentario sul fallimento della scuola di Valerio Jalongo (L’acqua, l’insegna la sete). Una Venezia mai vista in “Atlantide” di Yuri Ancarani. E, infine, il debutto nel lungometraggio di finzione di una regista georgiana che scava nella condizione esistenziale di una donna (Beginning, designato Film della Critica)

E’ STATA LA MANO DI DIO 

Regia: Paolo Sorrentino

Cast: Toni Servillo, Filippo Scotti, Teresa Saponangelo, Luisa Ranieri, Renato Carpentieri

Durata: 130’

Anni '80. A Napoli tutti parlano del possibile arrivo di Maradona. L'aria è densa di promesse e l'adolescente Fabietto Schisa la respira a pieni polmoni. Se a scuola appare impacciato ed emarginato, la vita comunque gli sorride. I suoi genitori sono volubili, hanno i loro difetti, ma si amano ancora. “È stata la mano di Dio” segna il ritorno al lungometraggio, nella sua Napoli, di Paolo Sorrentino. Oltre a scavare con malinconia nell’autobiografia, il film porta a galla un sommerso molto più positivo e divertente, legato alla propria adolescenza. Tutta la prima parte del film è una commedia scoppiettante in cui i ricordi del regista si mescolano con la vita del giovane Fabio, Fabietto, consolidati in alcune figure cardine: la baronessa Focale cinica e un tempo sensuale, la signora che di Gentile ha solo il nome, l’esplosiva follia erotica di zia Patrizia, l’autoironia dello zio Alfredo, fino alle figure chiave della madre e del padre, il ruolo ironico e drammatico di Toni Servillo. E tutto intorno un arcipelago molto napoletano, fatto di contrabbandieri patiti dei motoscafi off-shore e di sangennari in Rolls Royce, di sogni e di speranze che Maradona ha saputo incarnare per qualche anno, ergendosi a vendicatore degli oppressi, nella celebre frase che dà titolo al film, pronunciata in occasione del goal impunito, segnato con la mano all’Inghilterra ai mondiali del 1986, vendetta nazionale argentina alla battaglia delle isole Faulkland/Malvinas.

E come nella miglior tradizione del costume napoletano, il riso si contorce nel pianto, la tragedia si stempera nella commedia: pian piano emerge una vena di sottile quanto radicata malinconia ex-post che ha segnato la vita di Fabio/Paolo e per la quale il film costituisce una tardiva, ma importante, elaborazione del lutto. Ci sono elaborazioni del lutto e della colpa che ci mettono un'intera esistenza per essere sublimate. E quando affiorano portano con sé, come in un'autentica terapia, tutti i temi della propria vita. È così anche per "È stata la mano di Dio" in cui se d'un lato Sorrentino chiede scusa per non essere stato a Roccaraso in quel week-end, coi suoi genitori, preferendo andare al San Paolo, dall'altro tracciando l'origine del suo mestiere e delle sue fantasie, fa emergere un barocco napoletano che i suoi attori - in primis Servillo - esternano, amplificano, arrotondano. Arioso e leggero, quanto denso di metafore, Sorrentino vira anche su temi antichi, come la commedia e il divertissement. Perché nella prima parte si ride e si sorride, con i ritratti familiari che il regista trae dall'album di famiglia, un album certamente onirico, ma non privo di realismo. E nella seconda invece lo sguardo si rivolge verso la società, verso il cinema. Per entrambe non basta avere un dolore da raccontare per essere qualcuno, occorre avere un motivo, una passione, un sogno. Che tu sia giovane borghese, contrabbandiere o baronessa decaduta, non cambia. Per tutti il Fato, o la Mano di Dio come disse Maradona, è sempre in agguato. (mi.go.)

Voto: 7,5

****

BEGINNING

Regia: Dea Kulumbegashvili

Cast: Iamze Sukhitashvili, Rati Oneli

Durata: 125’

Miglior film a San Sebastian (dove ha vinti anche la miglior regia, attrice e sceneggiatura) e a Trieste, ”Beginning” è stato di recente incluso tra i film della Critica dal Sindacato dei critici italiani. La sua è una storia cruda e drammatica, con una donna protagonista, in una società chiusa e sessista, che da vittima la fa diventare colpevole. Siamo nella campagna georgiana, a ridosso del Caucaso: Yana (Iamze Sukhitashvili) è un’ex-attrice che ha deciso di rinunciare alla sua professione per amore del marito. L'uomo è un esponente e leader di una comunità religiosa, sul modello dei testimoni di Geova, nella quale le donne non hanno molta libertà. Quando a causa di un incidente, un detective inizia a indagare sulla comunità, Yana si ritrova quasi braccata dall'agente, che sembra aver sviluppato per lei una sorta di ossessione morbosa, il cui peso si riverserà proprio sulla donna.

Dal canto suo, Yana si rende conto che non può vivere all'interno di una società che costringe le donne a stare in silenzio e che non è capace di proteggerle. Mentre il suo malcontento cresce, l'ex attrice si rende conto che deve compiere un gesto estremo per riavere indietro la sua libertà. Cinema di grande impegno, quello di Dea Kulumbegashvili, che unisce a temi forti e indagini sociali anche un gusto dell’inquadratura mai accademico, anche se molto studiato e accurato, che fa del fuoricampo una modalità continua di riprese, unita a inquadrature fisse che si muovono lentamente da destra a sinistra. Ne risulta il ritratto di una realtà assai disastrata, che solo impegnandosi al meglio può superare antichi pregiudizi. Invece la comunità di Yana educa i bambini in un’etica fortemente contrapposta tra bene e male, tra Paradiso e Inferno, e in cui la definizione di ognuna delle due sfere pare essere quanto di più antico e oscurantista. Le donne in questo contesto diventano il parafulmine e insieme lo sfogo di una serie di pulsioni e di violenze, che sfociano ineluttabilmente in tragedia. Dopo le anteprime di questa settimana per ricordare la lotta alla violenza sulle donne, il film tornerà in un secondo giro a febbraio (mi.go.).

Voto: 7,5

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ATLANTIDE

Regia: Yuri Ancarani

Cast: Daniele Barison, Bianka Berényi, Maila Dabalà, Alberto Tedesco, Jacopo Torcellan

Durata: 104

A Sant’Erasmo i ragazzi sfrecciano su barchini potenti che riflettono le loro luci psichedeliche sull’acqua, mentre la musica trap fa rimbombare le casse. “Atlantide”, del video-artista e regista Yuri Ancarani, è un viaggio ipnotico e inedito dentro la vita vera della laguna di Venezia. Non quella da cartolina, ma quella degli adolescenti che abitano le isole: Pellestrina, Burano, San Francesco del deserto. Ancarani li osserva, si muove dentro alle loro comunità diffidenti e, allo stesso tempo, alienate, mentre consumano le loro esistenze tra gare di velocità, fumo e merendine mangiate sottocoperta.

Anche Daniele, autentico isolano di Sant’Erasmo, sogna un barchino da record ma il senso di emarginazione (dal mondo ma anche dal suo stesso gruppo di coetanei) lo porta a superare i limiti con esiti drammatici. Atlantide non è solo un film. È un'esperienza sospesa tra documentario, fiction e arte contemporanea. Ma è soprattutto il frutto di un lavoro immersivo di osservazione durato 4 anni. Senza una vera e propria sceneggiatura, catturando il corso degli eventi. “Atlantide” è una vicenda di iniziazione maschile, violenta e predestinata al fallimento, che esplode trascinando la città fantasma in un naufragio psichedelico. Con un finale che può ricordare “2001: Odissea nello spazio” e che, capovolgendo la prospettiva in un gioco distorto di specchi e di riflessi, restituisce una Venezia mai vista che, come l’isola leggendaria del titolo, è sprofondata “in un singolo giorno e notte di disgrazia” (m.c.) 

Voto: 7

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L’ACQUA, L’INSEGNA LA SETE – STORIA DI CLASSE

Regia: Valerio Jalongo

Durata: 76’

«L’acqua, l’insegna la sete/La terra, gli oceani trascorsi/Lo slancio, l’angoscia/La pace, la raccontano le battaglie/L’amore, i tumuli della memoria/Gli uccelli, la neve». Sono i versi di una poesia di Emily Dickinson che esprimono come il valore delle singole cose, anche le più banali, non debba darsi scontato perché è il risultato di un percorso, spesso sofferto. Il primo verso di questa poesia è anche il titolo del nuovo documentario di Valerio Jalongo. Un lavoro sincero a cui ogni educatore dovrebbe guardare. Perché l’importanza della scuola la si può davvero comprendere anche dal suo fallimento, dalle promesse tradite e dagli studi interrotti che, oggi, hanno plasmato giovani adulti diversi da quelli che avrebbero potuto essere. Il documentario di Jalongo prende forma dall’imponente materiale, cartaceo e video, che il Prof. Lopez, ex insegnante dell’Istituto Roberto Rossellini di Roma, ha raccolto delle sue classi e, in particolare, della 1 E tra il 2004 e il 2005.

A distanza di 15 anni il professore (una di quelle figure che tutti avremmo voluto avere come docente: appassionato, solidale, comprensivo, sperimentatore in realtà scolastiche spesso ingovernabili) ritrova alcuni di quegli studenti che la vita ha portato ad approdi diversi, tutti lontani dalla scuola e, in generale, dal percorso di studi allora intrapreso. Molti l’hanno abbandonata e non si sono diplomati. C’è chi, come Jessica, si occupa di anziani; chi è diventato un semi-professionista del poker, chi si è rifugiato in campagna per accudire cani, chi fa il prestigiatore per i bambini, chi si arrampica sugli alberi e chi, infine, non ce l’ha fatta e la sua immagine è rimasta per sempre congelata in quei video del passato. Una coincidenza (o forse no) che tutti abbiano in un certo senso rinunciato a una relazione piena con gli altri o l’abbiano limitata solo a coloro che conservano una certa purezza d’animo: gli anziani, i bambini, gli animali, la natura. Come se il fallimento della scuola e, in generale, della società che li ha disarcionati, abbia lasciato cicatrici aperte, ferite che bruciano ancora, rendendoli refrattari alla vita e alla comunità. Non è un documentario senza speranza, però. Come se l’ultima parola della poesia (la neve) che dà il titolo al film fosse un punto di partenza nuovo, candido. Lo sguardo di Jalongo è lucido, si insinua con pudore nelle vite degli altri, ha l’incedere gentile di un professore che ha toccato delle corde sensibili che forse vibrano ancora nonostante la sordina di un mondo a cui quegli studenti non erano preparati. (m.c.)

Voto: 7,5

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