Ciao direttore. Così la grande famiglia dei giornalisti veneti ricorda Omar Monestier

PADOVA. È morto Omar Monestier, il direttore dei quotidiani Messaggero Veneto e Piccolo. A causa di un malore è scomparso nelle prime ore di lunedì 1 agosto nella sua casa di Moruzzo (Udine) all’età di 57 anni.

Bellunese di nascita, Monestier era una delle firme più prestigiose del giornalismo del Nordest ed è stato a lungo direttore dei nostri giornali.

Nell’agosto 1997 assume l’incarico di vicedirettore del Mattino di Padova. Incarico cui, nel 2000, viene aggiunta la vicedirezione della Tribuna di Treviso, sino alla nomina del nuovo vicedirettore Alessandro Moser.

Nel maggio 2000 diviene condirettore de Il Mattino di Padova, con ruolo di coordinatore delle testate a esso collegate: La Tribuna di Treviso e La Nuova di Venezia e Mestre. Dirige Il Mattino di Padova dal giugno 2005 fino al marzo 2012. Da fine 2011 a marzo 2012 è anche direttore del Corriere delle Alpi di Belluno.

Ecco i ricordi, gli aneddoti, gli episodi che molto dicono di lui, di chi fosse, scritti – con il dolore nel cuore – da alcuni di noi.

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“Cerca sempre di stare dalla parte giusta”. Che per lui non è mai stata quella del più forte o della convenienza. Me lo disse quando mi salutò, nel suo ufficio, congedandosi da direttore del mattino di Padova. Un grande direttore Omar. Incredibile dal punto di vista professionale. Inarrivabile dal punto di vista umano. Mi manca già.

Paolo Baron

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E così Monestier mi hai fregato lo scoop. Te ne sei andato prima di me. Che bisogno ci fosse di partire a razzo in questo modo, dovresti spiegarmelo. Magari potresti venire a parlarmene in sogno, così mi racconti dell’altro mondo e barufferemmo ancora. Grandi scontri e grandi riappacificazioni, così funzionava con te… Un sacco di cose abbiamo lasciato in sospeso noi due, caro Omar. Discorsi rimasti a metà. Pensavo di avere tempo di chiuderli un giorno o l’altro. Pensiamo sempre di avere tempo, invece… Ma se mi vieni a trovare ne riparliamo.

Renzo Mazzaro

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Cambio di direzione. Il 2 ottobre 2011 squilla il telefono. Sono le 7.15 del mattino. Leggo: Omar. Rispondo e dall’altra parte del telefono la sua voce: “Brutto livornese, cosa mi dici di quel buco in prima pagina?”. Era il primo di una lunga serie di bruschi risvegli. Elogi, bastonate e consigli, tutti rigorosamente all’alba. Piaceva a Omar dirigere il Corriere delle Alpi, il giornale della sua provincia. Idee, battaglie (quella sul buco di Gsp in primis) e tanti insegnamenti. Soprattutto uno: “Guai nascondere un buco preso. Domani dobbiamo uscire meglio di loro, perché i nostri lettori leggono il nostro giornale”.

Francesco Saltini

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Martedì scorso sei entrato in redazione a Padova, era molto tempo che non ti vedevamo. E' stata una splendida sorpresa: eri sorridente, felice probabilmente dopo il debutto dei nuovi siti friulani. Sei passato tra le scrivanie, ci hai fatto una battuta. Pochi minuti e di te è arrivato subito, a tutti noi, quello che sempre hai saputo trasmettere negli anni, ovunque tu fossi, a tutte le tue squadre: passione e dedizione totale per questo lavoro. Ci hai scaldato il cuore. Poi, sempre col sorriso, ci hai salutato. Il tuo saluto alla tua Padova. Che non ti dimenticherà

Sabrina Tomè

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Sapeva fare squadra come pochi altri. Una volta feci una scelta controversa, lui mi chiamò e partì a razzo: “Caro Ago, su questa cosa qui hai ragione al cento per cento, vai avanti, non avere paure, io ti difenderò fino in fondo perché hai ragione. Ma sappi che, se anche tu avessi torto, io te lo direi ma ti difenederi lo stesso a spada tratta”. Un’altra volta arrivò la rampogna: “Caro Ago da 1 a 10 quanto pensi che io ti voglia bene?” Dissi 6, forse 7 o 7+. “Ma stai scherzando?” disse. “Ti voglio bene 9, anche 10, anche 12 se possibile. Ma è proprio per questo che devo dirti che…” e giù con le rampogne. Alla fine della telefonata ero quasi contento perché, sì, mi aveva rampognato, ma mi aveva detto che mi voleva bene e potevo sempre contare su di lui. Questo era Omar: un gran motivatore, un uomo attento alla squadra. Grazie Omar, oggi posso dirlo: anch’io da 1 a 10 ti ho voluto bene 12.

Adriano Agostini

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Ad Omar mi collega un episodio storico. 11 settembre 2001, il giorno degli attacchi aerei alle Torri Gemelle. Ci troviamo tutti in redazione, sconvolti per quanto abbiamo visto in tv e sentito alla radio. Lui vice-direttore, io capo-cronista. Con Roberto Foco, capo-redattore centrale (mancato nel 2014), ci riuniamo nell'ufficio del direttore, Fabio Barbieri. Bisogna discutere che giornale fare, e Barbieri decide di dedicare agli attentati di New York 24 pagine, affidandone la realizzazione a Foco e al sottoscritto. "E la cronaca?" domando.

Si alza Omar e mi tranquillizza: "Stefano, la faccio io, dimmi cosa c'è..." Si era rimboccato le maniche e senza problemi si era messo al nostro fianco. Lavoro di gruppo, lo chiamava, io direi: un capitano (di squadra) che si pone al servizio della truppa. Senza far pesare ruolo o gerarchie. Quel giorno facemmo tutti un gran giornale e alla sera Omar mi disse: Vedi, se c'è unità d'intenti si va lontano... Riposa in pace, grande Direttore.
Stefano Edel

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Metà marzo 2003, avevo tentato la sorte mandando un curriculum alla Tribuna per collaborare. Che poi curriculum… Fresca di diploma, agli inizi dell’università. L’allora caporedattore mi chiamò subito con mio grande stupore. Al pomeriggio ero già a fare il colloquio. “Puoi iniziare subito”, mi disse, ti presento al capo. Allora Omar Monestier era vicedirettore alla Tribuna.

Me lo ricordo come fosse ora nel suo ufficio. Elegantissimo, sguardo severo che sapeva scrutare, di poche parole. “Proviamo”, sentenziò. Non aveva aggiunto molto altro. Io, giovanissima e sprovveduta, ero rimasta di ghiaccio. Se oggi faccio il lavoro che mi piace, è anche grazie a quel “Proviamo”.

Ciao Omar, e grazie.

Rubina Bon

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2003: "Passero vai inviato alla finale di Eurolega della Benetton basket a Barcellona"
"Ma… mai scritto io di basket"
"Ma infatti tu giri le spalle al campo e mi scrivi la città che c'è là sul le
tribune e le curve...voglio più nomi e facce possibili… commercianti e baristi avvocati e professori.. imprenditori e artigiani… e donne...non voglio vedere neanche una riga di sport...devi rendere la Treviso che è andata lì"
C'era anche un ex sindaco, l'ultimo della Dc

Andrea Passerini

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“Leo, godiamocelo perché questo è il periodo più bello della nostra vita”.
L’Audi lungo la Riviera, le borse della boxe nel portabagagli, il cd dei Tiromancino (“Te lo presto ma me lo ridai eh?”). Il sole di primavera, i tatuaggi di Lilin, il tuo sorriso che ti accendeva gli occhi così tondi e bianchi.
Sai Omar, io ci ho pensato spesso a quelle tue parole. Eravamo da pochi anni nei Duemila, e tu che eri già un grande direttore, avresti affrontato da lì a poco sfide professionali meravigliose.
Oggi che te ne sei andato via così, come un falò che illumina d’un tratto la notte, ci ripenso e credo che volessi dirmi che ogni attimo va vissuto, con tutta la passione che puoi, come il più bello. Perché questa vita regala e toglie, forse per restituire qualcosa…

Leandro Barsotti

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“Finché non ti laurei io non ti assumo”. Sembrava algido, glaciale. Ma dietro quell’aria distaccata c’era un uomo che aveva cura e stima di noi giovani collaboratori. Ci parlava di futuro, ci spingeva oltre i limiti che noi stessi credevamo di avere. E ce li faceva frantumare. Quanti rimbrotti, le sveglie all’alba con “Pesci hai preso un buco”. E poi riagganciava. Manco sapevo cosa fosse successo, ma quel giorno toccava superare se stessi per rattopparlo e ricamarlo quel buco. Grazie Omar, mi hai fatto sentire parte di una grande squadra. Ovviamente (anche grazie a te) quella laurea l’ho presa. E ogni volta che la guardo appesa al muro, ti penso.

Fabiana Pesci

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Associo sempre il tuo nome a Fabio Barbieri. Siete arrivati nel 2000 a risvegliare i tre sonnacchiosi giornali veneti del gruppo Espresso. All’inizio è stato come andare sulle montagne russe ed era difficile seguirvi nelle vostre provocazioni e scelte di campo. Come spesso ti ho detto avevi un carattere “sustoso” e non risparmiavi nulla a nessuno. Ma assieme a Fabio ci avete ridato il senso di appartenenza ad un gruppo, la dignità di questo mestiere anche se si gioca in una piccola squadra. Eri il giornalista che più di altri avevi le caratteristiche di Barbieri.

Carlo Mion

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“Il tuo pezzo inizia con un refuso”. Aveva tuonato una mattina. “Copiando da un’edizione all’altra qualcuno deve essersi portato dietro una lettera” avevo risposto. “Bé li puoi cazziare i tuoi colleghi, con violenza”. Silenzio. “Ok, lo farò io al posto tuo”.

Omar Monestier (il direttore, non l’ho mai chiamato per nome) era così. Se aveva qualcosa da dirti sceglieva sempre il modo meno gradevole per farlo. Lo faceva per spronare, con la ferma convinzione di avere qualcosa di prezioso da insegnare. E lo ha fatto. In un modo o nell’altro, una intera generazione di cronisti tra Veneto e Friuli Venezia Giulia gli deve qualcosa.

Che colpo che ci hai dato questa volta, Direttore.

Roberta Paolini

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“Direttore, sono le 7 del mattino…”. “Lo so, ma da arrabbiata scrivi meglio e oggi mi servi tanto arrabbiata. Quindi: Aliprandiiiii! Svegliaaaa!”. Era il 2011, uno degli anni più esaltanti della mia carriera. Tutto merito del talento di Omar Monestier, della sua energia e della capacità di esaltare le qualità dei suoi giornalisti. Un anno, scarso, vissuto a mille come non ce ne sono stati più. Quando ha lasciato la direzione del Corriere delle Alpi ho vissuto il trauma dell’abbandono, ma negli anni lontani non mi ha lasciata sola. Quando qualcosa sembrava inaffrontabile, spuntava lui, sempre con la parola giusta, anche nei rimproveri. E la notizia del suo addio è impossibile da affrontare senza sentirsi orfani.

Irene Aliprandi

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Io giovane collaboratore di provincia, della provincia di più lontana. Omar mi chiede di raggiungerlo in ufficio per un’urgenza. Salgo in auto, un’ora di auto con il peso dell’ansia: cosa vuole il direttore dal più giovane e lontano collaboratore? Mi riceve puntuale e senza tanti convenevoli, cortese e freddo come sapeva essere lui, mi fa: “Nicola, tu leggi?”. “Sì, direttore, forse in questi ultimi tempi un po’ meno del solito”. “Bene, per favore, riprendi a farlo: abbiamo bisogno di professionisti che crescano in ogni ambito”. Stop: “Non ho altro da dirti, grazie di essere venuto e buon lavoro”. Non l’ho mai considerato un rimprovero, ma come un incoraggiamento. Nel suo giornale, anche “l’ultimo” doveva essere attento, preparato, stimolato. Così facendo, ha costruito anche attraverso i collaboratori il giornale del presente e del futuro.

Nicola Cesaro

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Alcuni giovani del mio piccolo paese, San Giorgio in Bosco, nel maggio 2011 decisero di organizzare un evento sui temi dell'energia rinnovabile. E volevano lui a moderare. Ero titubante a chiederglielo, ma lui si prestò, si preparò, si divertì, riuscì a dare ritmo pure a qualche intervento vicino alla noia assoluta. Come ogni convegno, andava per le lunghe, quindi in modo brillante seppe tagliare corto dicendo che bisognava andare tutti a divertirsi al "botellòn" in Prato della Valle. E ci andò lui stesso. Ma prima fece il punto sulle notizie della pagina Cittadellese: sapeva tutto, era sul pezzo su ogni cosa, e mi diede un paio di consigli. Ti portava in aria, magari in maniera ruvida, ma sentivi la considerazione del tuo direttore per ciò che facevi: non ho mai sentito così valorizzato il mio lavoro.

Silvia Bergamin

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“Buongiorrrno!” Iniziavano sempre così le telefonate mattutine di Omar. Chiamava tutti, compresi noi collaboratori, anche di domenica mattina presto, se necessario. Perché le notizie non potevano aspettare, e lui alle otto del mattino ne aveva già molte da inseguire, verificare, approfondire, fosse anche un piccolo fatto di paese, o una curiosità a cui nessuno aveva pensato. Oppure aveva qualcosa da ridire su quel che era uscito o, peggio, non era uscito. Le sue frasi taglienti lasciavano il segno, potevano anche far male, ma erano sempre una lezione.

Così come il suo appoggio pieno (“tu vai avanti così, non ti preoccupare”), era un incoraggiamento formidabile, un invito a non piegarsi, a non arrendersi di fronte agli ostacoli o chi voleva impedirci di fare il nostro lavoro. Molte volte ci ha difeso a spada tratta, mettendo a tacere il potente o il prepotente di turno: gli erano sufficienti poche parole, poche righe “dette al volo”, inappellabili. In mezzo a tanto impegno sapeva anche divertirsi, amava il confronto, anche schietto e senza peli sulla lingua, con i suoi lettori, la sua comunità che oggi si trova orfana.

Nicola Stievano

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Messaggio in ingresso. Omar Monestier. Quante volte ho pensato: Oddio, che vorrà? Cos’avrò sbagliato? “Niente. Era per vedere se eri pronta”. Ne mandava spesso messaggi così il direttore. Gli piaceva stuzzicare i suoi giornalisti. Soprattutto gli piaceva far sapere che lui c’era, che ci pensava, che ci osservava, esigente ma affettuoso. Spunti, idee, suggerimenti, correzioni e provocazioni venivano regolarmente consegnati a una fitta trama di sms. Secchi, diretti come il trillo del cellulare che li annunciava e che per anni è stata la nostra colonna sonora.

Ora, con il suo profilo Whatsapp fermo alle 9.23 di lunedì 1 agosto 2022, non ci resta che scorrere a ritroso quei messaggi per abbracciare l’insieme, la trama che affiora, la nostra storia con lui. Collettiva e individuale, professionale e privata. Perché Omar è stato molto più che un apprezzato direttore. Per molti di noi è stato un amico, anche sgradevole quando serviva, “diffida di chi ti elogia sempre” diceva quasi a giustificarsi. Non gli ho mai dato del tu, anche se quella confidenza me l’aveva accordata da tempo e sorrideva ogni volta che entrando nel suo ufficio confermavo il registro formale. Dietro quella distanza apparente si celavano un misto inestricabile di stima, rispetto, affetto che non ho fatto in tempo a esplicitare, a dire a voce alta, usando il tu. Torno a scorrere i messaggi a ritroso. Anno dopo anno. E in quel botta e risposta mi convinco che della voce alta non c’era bisogno.

Maura Delle Case

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« Elviruuuuciaaaa », altre volte era « Scigliiiiii» e poi potevano seguire delle «precisazioni » al mio lavoro oppure dei complimenti: il direttore del Mattino (allora) che fa i complimenti ad una sbarbatella di 26 anni…. Il Direttore Monestier se ne fregava e la sua forza umana, prima che la sagacia professionale, facevano crescere tutti. A beneficiarne era il giornale che vantava identità, visione, meticolosa conoscenza della città e delle notizie. A beneficiarne era l’informazione. A me vibrava il cuore, mi sudavano le mani e mi sentivo importante. Che fosse una bottega che chiudeva o un’istituzione che tuonava, dovevo metterci la stessa attenzione, la stessa passione, lo stesso entusiasmo per il direttore Omar Monestier. E «senza ironia Elvira, l’ironia non informa, non ce la voglio nel giornale». Non l’ho più usata quando si trattava di scrivere per il mio giornale, anche quando Monestier non era più alla sua scrivania di Direttore. Ciao direttore e grazie

Elvira Scigliano

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La morte di Omar è una grave perdita non solo dal punto di vista professionale. Ho avuto modo di conoscerlo e di stimarlo quando ero a Padova. Abbraccio tutte le sue redazioni venete che molto lo hanno amato.

Pierangela Fiorani

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