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Cinema al 100 per cento, le recensioni dei film usciti il 29 settembre

Direttamente della Mostra del Cinema di Venezia sono in sala: “L’immensità” di Emanuele Crialese, “I figli degli altri” di Rebecca Zlotowski, “Don’t Worry, Darling” di Olivia Wilde (con la superstar Harry Stiles), l’opera prima del vicentino Corrado Ceron “Acqua e anice” e il corale e oracolare “Siccità” di Paolo Virzì. Ma il titolo da non perdere è “La notte del 12”, poliziesco francese di Dominik Moll

Marco Contino e Michele Gottardi
Aggiornato alle 6 minuti di lettura

Una scena del silm "Siccità" di Paolo Virzì

 

Ecco le nostre recensioni dei film usciti in sala giovedì 29 settembre.

LA NOTTE DEL 12

Regia: Dominik Moll

Cast: Bastien Bouillon, Bouli Lanners, Anouk Grinberg, Théo Cholbi, Johann Dionnet

Durata: 115’

"La notte del 12"

 

La notte del 12 ottobre 2016, in un paesino nei dintorni di Grenoble, Clara, una ragazza di 21 anni, viene brutalmente assassinata da uno sconosciuto che le lancia addosso del liquido infiammabile e la brucia viva. La polizia giudiziaria, guidata dal taciturno e irreprensibile capitano Yohan Vivès (Bastien Bouillon), indaga sulle amicizie e gli amanti della ragazza: tutti sono potenziali colpevoli ma gli indizi finiscono per condurre a frustranti vicoli ciechi. Sembra uno di quegli omicidi destinati a rimanere insoluti come troppo spesso accade in Francia. Si apre con una didascalia statistica sulla percentuale degli assassinii rimasti senza colpevole il nuovo film di Dominik Moll (La notte del 12) che, dopo il frastagliato “Only the Animals”, sceglie una narrazione molto lineare, da poliziesco classico e codificato (i piccoli segreti della provincia, le tante vite sentimentali della vittima, l’investigatore metodico e quello più viscerale nel mezzo di una crisi amorosa).

Senza abdicare da un approccio che mantiene la tensione (soprattutto nel finale) e con un radicamento alla attualità di un sistema poliziesco e giudiziario in costante affanno (non ci sono soldi per riparare la fotocopiatrice dell’ufficio, tantomeno quelli per una videosorveglianza efficace), Moll allarga lo sguardo su una dimensione più esistenzialista, riflettendo sulla sperequazione nei rapporti tra uomini e donne. I primi sono quasi sempre gli assassini ma, allo stesso tempo, sono quasi sempre anche i polizotti: un mondo maschile in cui la donna non solo è, per lo più, relegata nel ruolo di vittima ma che, altrettanto spesso, sconta le proprie scelte di libertà in termini di subdola e assurda correità (la società direbbe che Clara, con i suoi comportamenti disinvolti, se l’è andata a cercare …).

Così, mentre le indagini girano a vuoto, come la corsa in bici su pista del capitano Vivès, sempre più ossessionato dall’omicidio, si insinua la sensazione sgradevole che l’assassinio sia imputabile a tutti e a nessuno: ogni maschio, per la sua indifferenza, puerilità, violenza, voyeurismo, ha, in fondo, appiccato il fuoco che illumina la notte giusto il tempo per guardare consumarsi l’orrore e poi spegnersi nel buio dell’oblio. m.c.

Voto: 7

***

I FIGLI DEGLI ALTRI

Regia: Rebecca Zlotowski

Cast: Virginie Efira, Roschdy Zem, Victor Lefebvre

Durata: 104’

Una scena del film "I figli degli altri"

 

Rachel (Virgine Efira) è una donna appassionata e solare: ha un legame speciale con la propria famiglia, ama insegnare e, ora, ha anche un nuovo amore, Alì (Roschdy Zem), che le mette le ali ai piedi. Ma che, allo stesso tempo, la inchioda ad una realtà fino a quel momento ignorata. Perché Alì ha una figlia piccola, Leyla, a cui Rachel si affeziona molto e che risveglia in lei un sentimento materno con conseguente ansia da “data di scadenza”. Come le ricorda il proprio ginecologo (uno spassosissimo cameo del grande documentarista Frederick Wiseman), ora per lei i mesi sono anni e “i figli degli altri” non sempre bastano.

Anzi, spesso, la fatica di entrare nel loro cuore non è proporzionale al rischio di perderli, di essere solo una parentesi, per giunta non sigillata da un legame di sangue. “I figli degli altri”, diretto da Rebecca Zlotowski (con qualche suggestione autobiografica) ha il merito di disegnare un ritratto femminile misurato senza cedere a facili ricatti o, peggio, a isterismi da maternità negata, grazie a una protagonista che sa disinnescare la tragedia trasformandola comunque in energia, dolente ma, a suo modo, fruttuosa.

Pur non schivando qualche deriva didascalica, conseguenza anche di un approccio registico un po’ troppo “al servizio di”, il punto di vista resta interessante: in fondo, le compagne dei padri o i compagni delle madri condividono con la figura degli amanti quella sensazione di accontentarsi degli avanzi, dei ritagli di tempo, per di più soggetti alla volubilità e ai capricci di un bambino che, in pochi secondi, può reclamare la loro presenza come respingerla con crudeltà disarmante.

Rachel si ritrova, così, travolta dai figli degli altri (anche quello nascituro della sorella) anche se il film riesce a non cadere nella trappola della questione di come una donna possa sentirsi completa anche senza un figlio, con una prospettiva che, anzi, ammicca alla speranza, alle soddisfazioni professionali e, forse, a una nuova storia d’amore benedetta dalla pioggia. Splendida Virginie Efira che, con la sua morbidezza e poche accennate rughe intorno agli occhi, sintetizza il percorso di una donna libera che non smette, però, di interrogarsi. m.c.

Voto: 6,5

***

ACQUA E ANICE

Regia: Corrado Ceron

Cast: Stefania Sandrelli, Silvia D’Amico, Paolo Rossi

Durata: 107’

Il film "Acqua e anice"

 

Un furgoncino rosso attraversa il paesaggio piatto delle Valli di Comacchio in direzione nord. Alla guida c’è Maria (Silvia D’Amico), una ragazza un po’ impacciata assunta per fare da autista ad Olimpia (Stefania Sandrelli), una ex leggenda del liscio. La sua è stata una vita piena: amanti, ammiratori, musicisti (i suoi si facevano chiamare i “Capricci”, come quelli che Olimpia ha sempre piantato con un broncio seducente), parrucche (la “Marylin” quella bionda, la “Milva” quella rossa). Anche se ora i “vuoti” si fanno più profondi e frequenti: per esorcizzarli serve un viaggio alla ricerca degli affetti di un tempo, come Gimmi, l’ex compagno di serate musicali (Paolo Rossi). Potrebbe essere l’ultimo perché Olimpia nasconde un segreto (anzi due) … “Acqua e anice”, presentato come evento speciale delle Giornate degli Autori alla Mostra del Cinema di Venezia, è un road movie da balera, diretto da Corrado Ceron, vicentino originario di Nanto.

Dopo documentari, spot, videoclip e cortometraggi (“Il primo schiaffo” fu presentato alla Mostra nel 2010, vincendo il premio “Action for Women”), Ceron dirige una “commedia drammatica” sulla scelta coraggiosa di una donna. Scritto a quattro mani insieme ad un altro veneto (Federico Fava, tra gli sceneggiatori dell’ultimo film di Amelio “Il signore delle formiche”), montato dal padovano Davide Vizzini e prodotto dalla K+, la casa di produzione veronese di Nicola Fedrigoni e Valentina Zanella, “Acqua e anice” è un’opera prima che cerca un equilibrio tra ironia e malinconia come si intuisce già dal titolo. Maria è come l’acqua, neutra, insapore, innocente. Olimpia, invece, è l’anice della storia, con la sua indole più alcolica e vitale.

Perché, in fondo, il film vuole essere un inno alla vita, una mistura in cui non si capisce più se l’acqua abbia lavato l’anice, o l’anice abbia sporcato l’acqua. Ambientato in Emilia-Romagna, tra il Delta del Po, Comacchio, Ravenna e Ferrara, in quella pianura in cui la nebbia, come cantava Paolo Conte in “La fisarmonica di Stradella, “dalle sei in avanti … sembra di essere dentro a un bicchiere di acqua e anice”, il film di Ceron gravita intorno a lei, Stefania Sandrelli che, nel bene e nel male, fagocita un po’ tutto il film, a volte eccedendo nella “sandrellizzazione” del personaggio, a scapito della recitazione sotto traccia di una brava Silvia D’Amico. Sono fragilità perdonabili, soprattutto per un esordio cinematografico che ha, comunque, il coraggio di affrontare un tema tabù evitando facili moralismi. m.c.

Voto: 6

***

DON’T WORRY, DARLING

Regia: Olivia Wilde

Cast: Florence Pugh, Harry Stiles, Chris Pine

Durata: 122’

Il film "Don't worry, darling"

 

Deserto californiano, anni ’50. In mezzo al nulla, poche selezionate famiglie partecipano al misterioso progetto Victory: mentre i mariti escono a lavorare mantenendo un riserbo assoluto sulle attività dirette dal deus ex machina Frank (Chris Pine), le mogli vivono giornate da sogno nelle loro lussuose villette. Jack (Harry Stiles) e Alice (Florence Pugh) sembrano la coppia perfetta: carriera, sesso, complicità non potrebbero andare meglio.

Ma qualcosa non torna e, dopo alcuni strani episodi, cominciano ad affiorare in Alice ricordi inquietanti. “Don’t Worry, Darling” di Olivia Wilde - approdato fuori Concorso all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, attesissimo anche e soprattutto per ragioni extracinematografiche – prende la strada del thriller psicologico con ammiccamenti piccanti (ma le tanto strombazzate scene di sesso sono davvero poca cosa) e frustranti rimandi al “Truman Show”. In realtà, il film è un giochino innocuo buono per stigmatizzare la versione maschile della realtà perfetta, guarda caso quella degli anni ’50 con le donne ai fornelli e gli uomini a pensare a tutto il resto: “non preoccuparti, tesoro …”. Olivia Wilde fa e disfa, sfruttando un immaginario trito ma la sensazione è quella di aver già visto e capito tutto con tanto di macroscopica incongruenza che lo spettatore potrà facilmente scovare. m.c.

Voto: 5

***

SICCITA’

Regia: Paolo Virzì

Cast: Silvio Orlando, Valerio Mastandrea, Elena Lietti, Tommaso Ragno, Claudia Pandolfi

Durata: 124’

Un frame del film  "Siccità"

 

Pensato durante il lockdown, “Siccità” di Paolo Virzì assume una valenza di straordinaria attualità alla luce dell’estate terribile di arsura, fuoco e carenza idrica. A Roma non piove da tre anni, e in questo scenario le vite dei personaggi del film si intrecciano nei modi più svariati, tra il paradosso e il dramma. C’è chi l’acqua la usa ancora per l’idromassaggio e chi non riesce a lavarsi, chi non beve e chi la sciala. Le conseguenze sono le stesse di quelle che abbiamo visto negli anni di Covid-19, tra paura e follia, tra mania di persecuzione e divieti per tutti.

In un film corale, si alternano Monica Bellucci e Silvio Orlando, Valerio Mastandrea e Claudia Pandolfi, Tommaso Ragno e Diego Ribon nei panni di una sorta di Crisanti che abdica al rigore per un bagno nell’idromassaggio con la ministra avversa.

È una galleria di innocenti e colpevoli a un tempo, un’umanità spaventata, stremata dall’aridità idrica, ma soprattutto relazionale, sentimentale, tra rabbia e vanità. Scritto dal regista con Francesca Archibugi e Francesco Piccolo, con la collaborazione di Paolo Giordano autore di due saggi sulla società del Covid-119, il film oscilla pericolosamente tra dramma e commedia, come spesso accade nel nostro cinema.

E proprio come accade sugli schermi italiani, il film resta a metà del guado, e dopo un inizio fluido e scoppiettante si disperde tra mille rivoli. Secchi. mi.go.

Voto: 5

***

L’IMMENSITA’

Regia: Emanuele Crialese

Cast: Penélope Cruz, Vincenzo Amato, Luana Giuliani, Patrizio Francioni, Maria Chiara Goretti

Durata: 97’

Andando nel profondo della propria identità, quella attuale e quella precedente, a lungo negata, Emanuele Crialese racconta ne “L’immensità” una storia di difficile transizione di una ragazzina che si sente maschio, sin dall’adolescenza. Ma il lavoro sulla memoria compiuto dal regista travalica l’autobiografia, prendendo la storia di Adriana ad esempio universale. Siamo nella Roma borghese che va incontro al ’68 tra cesure e fughe in avanti, una vita in cui Adriana non si ritrova e ancor meno sua madre, costretta in un ruolo e in una dimensione da un marito assente e adultero. Il film è scandito da brani musicali dell’epoca.

Raffaella Carrà su tutti, che scandiscono il percorso di transizione di Adriana. Il cinema di Crialese unisce etica ed estetica della migrazione sin dal suo primo film, si tratti di esilio geografico o interiore, un cinema fatto di emozioni e sentimenti, oltre che di grandi movimenti di macchina. Che ne “L’immensità” tuttavia si stempera in un racconto sincero, ma mai troppo appassionato, che si getta a capofitto nella profondità del dolore e dei sentimenti.

Non era certo un’impresa facile rovistare nella memoria e raccontarlo al mondo. Era certamente terapeutico e necessario, il momento giusto per farlo sia dal punto di vista produttivo che sociale. Raramente un regista riesce in quest’impresa davvero titanica e anche Crialese vi si è incagliato. Resta, indelebile, l’itinerario della transizione, accompagnato da Don Backy e Johnny Dorelli, oltre che da Raffaella, scomparsa proprio mentre si girava il film. mi.go.

Voto: 5

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