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Quella mutazione che rende i tumori della prostata più aggressivi

Uno studio spagnolo conferma che le mutazioni nel gene BRCA 2, già noto per altre neoplasie,  influenzano anche il tumore della prostata. I risultati su Journal of Clinical Oncology

2 minuti di lettura
La mutazione di BRCA2, la stessa responsabile di una parte di tumori al seno, all'ovaio e al pancreas, è coinvolta anche nei tipi più aggressivi di cancro della prostata, la forma metastatica resistente alle cure e prima causa di morte oncologica negli uomini. Lo conferma una ricerca spagnola che ha coinvolto 38 ospedali e oltre 400 pazienti con carcinoma prostatico metastatico, pubblicata sul Journal of Clinical Oncology.

L’indagine riporta i primi risultati di PROREPAIRE-B, uno studio prospettico multicentrico coordinato dal Centro Nacional de Investigaciones Oncologica di Madrid (CNIO) che ha valutato l'impatto dei difetti dei geni che regolano la riparazione del Dna (BRCA1, BRCA2 e altri) sulla sopravvivenza. I ricercatori sono partiti dalla diagnosi di cancro della prostata metastatico resistente alla terapia ormonale anti-androgenica, cioè ai farmaci che bloccano l’attività degli ormoni maschili. “Questo è il primo studio prospettico, cioè che non guarda indietro nel tempo ma valuta i risultati dal momento che viene diagnosticato un cancro prostatico in stadio avanzato”, ha dichiarato il primo autore dell'articolo Elena Castro, dell’Unità di ricerca sul cancro della prostata del CNIO. I ricercatori hanno dimostrato che, “indipendentemente da altri fattori, le mutazioni BRCA2 sono responsabili di prognosi sfavorevole e possono avere un impatto sulle risposte alle cure”.

• I GENI DI RIPARAZIONE
Il carcinoma della prostata è il tumore più frequente degli uomini adulti, solo nel nostro paese si contano più di 35 mila nuovi casi l’anno e oltre 7 mila decessi. Ma anche se l’incidenza è elevata, il tasso di sopravvivenza è fra i migliori, grazie alla chirurgia e alla terapia ormonale che contrasta gli ormoni androgenici, veri e propri stimolatori della malattia, a 5 anni dalla diagnosi è vivo oltre il 90% dei pazienti. Tuttavia, nel 20% dei casi, dopo un’iniziale fase di risposta positiva all’ormonoterapia, la malattia evolve in una forma resistente e il carcinoma prostatico diventa devastante: la sopravvivenza dei pazienti resistenti alla terapia anti-androgenica è in media di 3 anni. BRCA2 è un gene oncosoppressore coinvolto nei meccanismi di riparazione del Dna. Semplificando: quando BRCA2 (o un altro gene con una funzione simile) è mutato, il suo prodotto perde la capacità di correggere i danni a carico della doppia elica, che quindi si accumulano favorendo lo sviluppo e la progressione della malattia.

• LO STUDIO
Più di 400 uomini con carcinoma prostatico avanzato sono stati seguiti per 5 anni a partire dal 2013 con l’obiettivo di analizzare le caratteristiche genetiche della linea germinale (cioè delle cellule destinate a trasmettere il loro Dna alla discendenza) e il rapporto tra genetica e terapie. Il risultato? I pazienti positivi al BRCA2 erano quelli con gli esiti peggiori e che rispondevano meno ai trattamenti. Non solo: i familiari di questi pazienti avevano un rischio più alto di ammalarsi di cancro.

Secondo lo studio, il 3% degli uomini con carcinoma metastatico resistente è portatore di mutazioni BRCA2, una percentuale che però raggiunge il 16% quando si considerano tutti i geni coinvolti nei meccanismi di riparazione del Dna. sembrano percentuali basse, riflette Castro. “ma vista l'alta incidenza di carcinoma della prostata comprendono in realtà un numero significativo di pazienti”. “Va detto – continua Castro – che abbiamo trovato mutazioni nella linea germinale anche in alcuni pazienti privi di una familiarità. Identificare queste mutazioni nei pazienti con carcinoma della prostata metastatico è dunque importante per la diagnosi e la gestione della malattia e anche per le famiglie dei pazienti, il cui rischio di sviluppare cancro del seno, delle ovaie o del pancreas è più alto”.

• LE TERAPIE
Esistono già farmaci sviluppati per le donne con tumore ovarico BRCA mutate. Sono i PARP-inibitori (l’acronimo deriva da poli-ADP ribosio erasi) cioè che contrastano i meccanismi di riparazione del Dna del tumore, con la conseguente morte delle cellule malate. In effetti l’efficacia dei PARP-inibitori è in fase di studio anche per il carcinoma della prostata. Così come il carboplatino, un altro farmaco noto, anch’esso attualmente utilizzato soprattutto nel trattamento dei tumori ovarici e della mammella.