I ragazzi hikikomori e la pandemia: "Ora non siamo più solo noi ad avere paura di uscire"

Per Filippo l’isolamento imposto dall’emergenza sanitaria è stata  la conferma che il mondo è un ambiente ostile
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CHIUSO nella sua stanza da cinque anni, al ventenne Giacomo la quarantena della scorsa primavera non ha minimamente cambiato la vita. Per Filippo, quattro anni più grande, l’isolamento imposto dall’emergenza sanitaria è stata invece la conferma di ciò che aveva sempre pensato: il mondo è un ambiente ostile a cui bisogna sottrarsi. E per un po’ si è sentito uguale agli altri. Giacomo e Filippo sono due hikikomori, ragazzi che hanno deciso, ben prima che fosse una pandemia ad imporlo, di emarginarsi. I motivi? Diversi: forte sensibilità, problemi familiari, rifiuto della scuola, ma in generale una difficoltà ad adattarsi alla società, considerata opprimente, giudicante e troppo competitiva.
 

La pandemia ha cancellato l'ansia di uscire

"Molti hikikomori hanno vissuto un momentaneo sgravio di pressione durante la quarantena perché è venuta meno l’ansia di dover uscire e confrontarsi - spiega Marco Crepaldi, psicologo e fondatore dell’Associazione Hikikomori Italia. - Ma è stato un beneficio passeggero e illusorio: nel momento in cui si è riaperto, e ancor di più quando la pandemia finirà, la distanza tra questi ragazzi e la società sarà ulteriormente marcata". Nel nostro Paese non ci sono dati ufficiali, ma si stimano circa cento mila casi, soprattutto maschi, tra i 14 e i 30 anni. In Giappone, dove il fenomeno è nato, sono oltre un milione. "Dopo il lockdown c'è stato un boom di richieste di aiuto – fa sapere Crepaldi – e credo che a fine pandemia ce ne sarà un altro altrettanto importante".

L'isolamento

La mamma di Filippo, Paola, racconta che suo figlio "ha iniziato a isolarsi all’età di 21 anni con l’esame di maturità. Bocciature ripetute, cambi di scuola e difficoltà a integrarsi sono stati determinanti, ma è sempre stato un ragazzo con poca fiducia in se stesso, figlio di genitori separati". Isolarsi per Filippo ha significato chiudersi in camera, uscire solo per mangiare e andare in bagno, serrare le tapparelle, il giorno che si confondeva con la notte. Totalmente scollegato dalla vita reale, come gli altri hikikomori ne ha avviata una virtuale. "Gioca, legge, si informa e ha sviluppato un pensiero molto critico nei confronti del mondo» continua Paola. Anche Giacomo ha fatto della tecnologia la sua linfa vitale. "Da cinque anni non ha più amici - spiega la madre Simona. - E non è questione di essere viziati o fannulloni, gli hikikomori si isolano per sopravvivenza. Un ragazzo che a 15 anni si chiude in camera non può semplicemente aver voglia di far nulla: significa che c’è qualcosa che non va".

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Una scelta

In effetti questi ragazzi fanno una scelta. "Decidono di stare soli nella loro stanza, dove trovano conforto, e di evitare la società, dove soffrono – continua Marco Crepaldi – il problema è quando la scelta diventa una gabbia da cui non riescono più a uscire perché, avendo una considerazione negativa degli altri, rifiutano il soccorso esterno". Non è un caso che l’80% delle richieste di aiuto arrivi direttamente dai genitori, che si sentono impotenti e in difficoltà, e non è un caso che all’interno dell’Associazione Hikikomori esista un gruppo a loro dedicato. "L’aspettativa di una madre o un padre può aggiungere pressione a un figlio già evitante e angosciato - sottolinea Edoardo Pessina, psicoterapeuta dell’associazione che fa terapia con i genitori - Perciò ci occupiamo anche del loro vissuto: devono aiutare se stessi come primo passo per aiutare i figli".
 

Un genitore potrebbe confondere la condizione di hikikomori con la dipendenza da internet e, nel tentativo di stanare il figlio, privarlo di computer, televisione, telefono. "È una strategia sbagliata, oltre che controproducente – riprende lo psicologo Crepaldi – L’abuso del web è una conseguenza, non la causa, dell’impulso a isolarsi. Basti pensare che i primi hikikomori giapponesi, negli anni Ottanta, si emarginavano senza connessione internet. Altre conseguenze possono essere depressione, ansia, ludopatia, dipendenza dalla pornografia".
 
Come si salvano questi ragazzi? In Giappone esistono volontari, per lo più ragazze, che vanno nelle case e aspettano, ore e anche giorni, di essere accettati per aprire un dialogo. Ma ci sono anche i cosiddetti 'estrattor' di hikikomori, persone che intervengono con la forza per portare i ragazzi in comunità. In Italia non esiste niente del genere, ma l’associazione "sta lavorando con dei progetti sperimentali, in cui educatori professionisti, adeguatamente formati da psicologi, si recano a casa dei ragazzi in isolamento sociale e cercano di aiutarli direttamente a domicilio». Uscirne è possibile, conclude Crepaldi, ma «molto dipende dalla rapidità dell'intervento e dalla rete sociale che si riesce a costruire intorno al ragazzo".
 
*i nomi delle mamme e dei ragazzi sono di fantasia

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