Covid, perché colpisce solo alcuni animali?

Bovini e cammelli si ammalano, cani, maiali e galline sembrano immuni. Un nuovo studio ha individuato alcune caratteristiche che potrebbero spiegare quali animali sono suscettibili a Covid. La differenza la fanno anche gli allevamenti intensivi
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Abbiamo assistito agli abbattimenti di milioni di visoni danesi. Ma i mustelidi non sono i soli nel regno animale a rischiare un contagio con Covid 19. Bovini, cammelli, cavalli, e anche animali domestici come i gatti, possono contrarre l’infezione. Ma al contempo, galline, maiali e molti altri animali sembrano del tutto impermeabili al virus. Come mai? Non è chiaro, ma un nuovo studio pubblicato su Plos One punta il dito su alcune caratteristiche della struttura molecolare dell’ormai celebre recettore Ace2, la porta d’ingresso utilizzata dal virus Sars-Cov-2 per invadere le cellule e replicarsi. Più la versione di questa proteina presente nell’organismo di un animale è simile a quella umana, maggiori sarebbero le chance di contrarre la malattia.
 



Che alcuni animali possano infettarsi d’altronde è quasi ovvio, visto che l’ipotesi più convincente sull’origine dell’attuale pandemia è proprio quella di un salto di specie del virus, arrivato a colpire l’uomo dopo essersi sviluppato nei pipistrelli, nei pangolini o in qualche altro animale ancora sconosciuto. Quante e quali specie siano a rischio però non è affatto certo. Le ricerche più recenti sembrano aver confermato la possibilità di infezioni nei cammelli, nelle mucche, nei gatti e forse anche nei cani (i dati in questo caso sono meno chiari), nei cavalli, nelle pecore e nei conigli. Mentre galline, papere, porcellini d’india, maiali, topi e ratti dovrebbero essere immuni.
 


Cosa renda suscettibili o meno però non è ancora chiaro. Per questo motivo un gruppo di ricerca internazionale coordinato dal dipartimento di biologia strutturale di Stanford ha deciso di studiare il primo step dell’infezione da Sars-Cov-2, cioè il momento in cui la proteina spike del virus si lega ai recettori Ace2, e permette così l’invasione della cellula e la replicazione del microbo. Per farlo hanno modellato al computer la struttura della proteina spike e dei recettori Ace2 presenti nelle specie animali di cui si conosce la suscettibilità, o la resistenza, all’infezione. Andando poi a simulare le interazioni tra preteina spike e recettori hanno trovato alcune caratteristiche molecolari che rendono il legame più accurato, un po’ come avviene tra una serratura e la sua chiave.

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“Si tratta di uno dei più recenti studi che hanno provato a descrivere la suscettibilità delle specie animali al virus Sars-Cov-2 attraverso la modellistica computazionale”, ci spiega Umberto Agrimi, direttore del dipartimento di Medicina veterinaria dell’Istituto Superiore di Sanità. “Sicuramente la ricerca si è concentrata su un momento abbastanza breve dell’intero processo infettivo, ma è anche uno dei passaggi chiave, e in effetti gli studi effettuati in vivo sembrano confermare le previsioni del modello”.
 


Praticamente tutte le specie suscettibili (compresa la nostra) studiate dai ricercatori possiedono infatti recettori Ace2 con precise caratteristiche molecolari, che mancano invece in tutte le specie resistenti. I risultati – scrivono gli autori della ricerca – saranno quindi utili non solo per prevedere quali specie animali potrebbero rappresentare un rischio nel corso di questa epidemia, ma anche per sviluppare nuovi farmaci con cui bloccare la replicazione del virus, e come sistema di monitoraggio per prevenire che nuovi salti di specie, in futuro, diano origine a un’altra pandemia simile a quella attuale.
 
“È senz’altro importante studiare quali specie animali sono suscettibili al virus – continua Agrimi – perché in qualche modo per ora, paradossalmente forse, siamo stati fortunati. Se quello che si è visto tra i visoni si fosse verificato in una specie di rilevanza zootecnica come il maiale, che fortunatamente invece sembra immune all’infezione, ci saremmo trovati di fronte a danni incalcolabili non solo sul profilo economico, ma anche su quello della sicurezza alimentare. Detto questo ultimamente sento anche preoccupazioni eccessive rispetto al pericolo che gli animali selvatici possano rivelarsi serbatoi dell’infezione nel corso di questa pandemia: la suscettibilità teorica non basta per immaginare scenari simili. Quello che avviene in un allevamento intensivo, dove gli animali vivono in un ambiente innaturale, è molto difficile che possa avvenire anche in natura, dove vivono esistenze molto diverse. I visoni e i mustelidi in genere, ad esempio, sono animali solitari, e probabilmente il virus non avrebbe molte chance di diffondersi nelle popolazioni selvatiche”.
 
Per quanto riguarda gli animali da compagnia, che indicazioni possono trarre i proprietari di gatti, conigli e altri pet? “Attualmente l’unico animale in cui abbiamo conferme della capacità di infettare l’uomo con Sars-Cov-2 è il visone. E tutti i casi di animali domestici che hanno contratto il virus sono stati registrati all’interno di nuclei familiari in cui sono stati gli esseri umani ad ammalarsi e a contagiare poi l’animale. Questo vuol dire che, per le conoscenze che abbiamo attualmente, non ha senso temere che sia il nostro animale a portare il virus in casa. Quel che è bene fare è considerarlo al pari di ogni altro membro della famiglia, e prendere le dovute precauzioni solo nel caso in cui siamo noi ad ammalarci, evitando in quel caso di entrare in contatto con il nostro gatto o il nostro cane per evitare il rischio di farlo ammalare, esattamente come faremmo con un figlio o un convivente”.