Ecco perché da noi il tracciamento non ha funzionato (e perché dobbiamo recuperarlo)

Il contact tracing delle persone infettate e dei loro contatti ha funzionato male in Europa e bene in estremo Oriente dove hanno usato i cellulari
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Finito nel dimenticatoio del dibattito, il tracciamento. Ma per fare in modo che gli adolescenti possano tornare a scuola e che a partire da gennaio la vita sociale sia meno condizionata di quanto non lo sia stata negli ultimi due mesi, le Regioni devono recuperare al più presto la capacità di fare contact-tracing. Ovvero: tracciare i contatti dei soggetti infetti per individuare (e isolare) eventuali altri positivi. Un’operazione che si punta ad accelerare grazie anche alle misure varate per il periodo festivo, mirate a evitare una ripresa dei contagi. E che, più dell’ampliamento della campagna vaccinale, rappresenta il primo passo da compiere per tenere il più possibile sotto controllo l’epidemia di Covid-19 anche nel 2021.

 

 

Contact-tracing: la lezione arriva dall’Est

Come dichiarato da Tolbert Nyenswah, ricercatore nel campo delle malattie infettive della scuola di sanità pubblica della Johns Hopkins University di Baltimora, "un anno dopo lo scoppio della pandemia, ci aspetteremmo che il tracciamento coinvolga la totalità dei nuovi positivi all’infezione da coronavirus".

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Cosa che invece non accade ancora, nei Paesi occidentali. Al di là dell’Italia, infatti, anche la Francia, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti hanno di fatto perso la sfida che li vedeva impegnati nel mantenere sotto controllo il numero dei contagi.

 

Negli Usa, riporta un articolo su  Nature, oltre la metà dei positivi registrati a novembre non è stata in grado di ricostruire la rete dei contatti avuti nei giorni precedenti. Al contrario, gli esempi di maggiore efficienza sono giunti dall’estremo Oriente: Corea del Sud, Vietnam, Giappone e Taiwan. Combinando gli investimenti sulla prevenzione con la forte ascesa sul piano tecnologico (con la geolocalizzazione con gli smartphone), queste nazioni sono riuscite a contenere la diffusione dell’epidemia. Si spiega così la capacità di Taiwan di rintracciare (mediamente) 17 contatti per ogni positivo, a fronte talvolta di meno di uno degli Stati Uniti. A ciò va aggiunta "anche l’esperienza relativamente recente affrontata con la Sars - spiega Anna Odone, direttore della scuola di specializzazione in Igiene e medicina preventiva all’Università di Pavia - il ricordo di quella emergenza epidemica ha da un lato fatto sì che il personale sanitario fosse più preparato e dall’altro generato una maggiore sensibilità da parte della popolazione generale nell’adesione ai comportamenti individuali di protezione".

 

In cosa consiste il contact-tracing?

Il tracciamento consiste nell’attività di ricostruzione dei rapporti personali del soggetto positivo (luoghi frequentati, legami familiari e affettivi), in modo da sottoporre a test tutte le persone della sua rete più stretta di contatti. A questa appartiene chi ha trascorso almeno 15 minuti in compagnia di una persona infetta, ma anche chi per esempio ha condiviso un viaggio di durata uguale o superiore a bordo di un mezzo di trasporto pubblico. Consideriamo per esempio un "paziente 1" che viene sottoposto a tampone perché ha sintomi di sospetto coronavirus (febbre, tosse, alterazione di gusto e olfatto). Se risulta positivo, scatta il tracciamento.

 

L’obiettivo è individuare le persone entrate a stretto contatto con lui negli ultimi giorni e testarle, in modo da evitare che soggetti positivi continuino a non essere in isolamento. Si tratta di un’attività delicata di sanità pubblica, a cui si dedicano specifici dipartimenti delle Asl. Per ogni contagiato occorre rintracciare, sottoporre a tampone e mettere in isolamento (mediamente) altre 20-30 persone. Ancor di più se ci si imbatte in quelli che gli epidemiologi chiamano "superdiffusori": soggetti positivi che da soli possono arrivare a infettare anche 70-80 persone. Secondo l’Organizzazione Mondiale di Sanità, una ricostruzione di questo tipo può essere considerata efficace nel momento in cui determina la quarantena di almeno l’80 per cento dei contatti stretti di un positivo.

 

Il flop dell’Italia

In Italia il contact-tracing è saltato da (almeno) due mesi. Già dai primi di settembre, in realtà, i sistemi a livello locale facevano registrare le prime difficoltà. La carenza di risorse - umane, prima che tecniche - e il progressivo aumento dei contagi hanno fatto finire il sistema di tracciamento definitivamente alle corde a partire dalla metà di ottobre. Con conseguenze drammatiche: aumenti progressivi di contagi, ricoveri e decessi. "Scontiamo i pochi investimenti nella sanità pubblica e nelle politiche di prevenzione", è il leit-motiv ribadito a più riprese dagli esperti. Oltre che nei limiti posti alle dotazioni (soltanto il primo settembre l’Italia è riuscita a fare per la prima volta più di 100mila tamponi) e considerando perfettibile l’uso della tecnologia (Immuni avrebbe dovuto fare la differenza, in tal senso), l’Italia ha incontrato difficoltà soprattutto a causa dell’esiguità degli uomini chiamati a svolgere le indagini epidemiologiche.

 

Secondo la John Hopkins University, nei momenti di picco di una pandemia, servirebbero 30 tracciatori ogni 100mila abitanti. Questa proporzione, calata nel contesto italiano, determina la necessità di avere 18mila medici che ogni giorno si dedicano soltanto al contact-tracing. L’Italia ha invece affrontato Covid-19 con la metà delle risorse, prima che il Governo stanziasse 430 milioni di euro per potenziare i dipartimenti di prevenzione, assumendo altri addetti al tracciamento dei contatti. "Di bandi attivi ce ne sono stati e ce ne sono diversi, in tutta Italia - dichiara Roberta Siliquini, direttore della scuola di specializzazione in igiene e medicina preventiva dell'Università di Torino ed ex numero uno del Consiglio Superiore di Sanità - ma gli specialisti già formati sono quasi tutti impegnati". Tradotto: oggi gli addetti al contact-tracing sono poco più di quelli operativi nella prima metà del 2020.

 

Tracciamento ancora lontano

Ormai sappiamo che il sistema va in affanno quando si raggiunge la cifra di 50 contagi ogni 100mila abitanti. Questo dato, proiettato su una popolazione di 60 milioni di abitanti, permette di fissare la soglia a 30mila contagi al giorno. A ridosso di questo valore, immaginando che in un periodo senza troppe restrizioni ogni positivo possa aver avuto almeno dieci contatti stretti, la capacità di tracciamento è in molti casi già discutibile. Se si considera che dal 30 ottobre al 21 novembre in Italia ha viaggiato quotidianamente oltre il limite, diventa più chiaro perché l’epidemia sia finita fuori controllo anche nella seconda ondata. Nonostante da settimane il numero di nuovi casi oscilli attorno alle 10mila unità al giorno, l’emergenza non può definirsi conclusa.

 

Leggendo l’ultimo monitoraggio a cura della cabina di regia del ministero della Salute, si scopre infatti che "l’incidenza attuale è ancora lontana dai livelli che permetterebbero il completo ripristino sull’intero territorio nazionale dell’identificazione dei casi e del tracciamento dei loro contatti". Prova ne è il fatto che, nella settimana tra il 7 e il 13 dicembre, soltanto 1 contagio su 5 è stato rilevato al culmine di un’attività di tracciamento. Ragion per cui "le misure adottate per la prevenzione dei contagi non possono essere allentate e, anzi, andrebbero rafforzate in alcune aree del Paese".

 

L’impatto dei tamponi rapidi

A determinare questo scenario, a partire dal Veneto, potrebbe essere stata anche la scelta di fare sempre più affidamento sui tamponi antigenici. "Avere a disposizione strumenti che consentono una diagnosi rapida è fondamentale per la gestione della pandemia, soprattutto in alcuni contesti: quali le scuole e gli ambienti di lavoro - prosegue Odone - tuttavia, a oggi, non disponiamo di dati sufficienti sulla performance dei test antigenici proposti sul mercato".

Per questo vige la raccomandazione di effettuare comunque un tampone molecolare, se quello antigenico dà esito positivo. Detto questo, secondo l’esperta, "l’impatto dei risultati falsi negativi sulla trasmissione dell’infezione non è da sottovalutare e potrebbe indebolire il controllo epidemico".

 

Anche perché un test antigenico positivo non accompagnato subito dalla conferma del test molecolare "può generare meccanismi di negatività". In sostanza, si potrebbe considerare non infetta una persona che invece lo è. Con tutti i rischi che ne conseguono dal suo mancato isolamento.