Covid-19: la cura del plasma funziona entro 72 ore dai primi sintomi

I risultati di uno studio di ricercatori argentini sul potenziale uso terapeutico del sangue di pazienti guariti: i benefici clinici solo in una fase precisa della malattia
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Efficace, inefficace, addirittura dannosa. Anche la plasmaterapia è stata in questi mesi sull'altalena delle cure potenzialmente efficaci contro Covid-19. La sua efficacia sarebbe legata al momento in cui viene utilizzata. Ovvero subito dopo la comparsa dei primi sintomi. Dopo aver capito che la somministrazione degli anticorpi dei pazienti guariti alle persone con sintomi più severi della polmonite interstiziale è priva di efficacia, giunge una parziale riabilitazione per l’utilizzo del plasma iperimmune nella cura di Covid-19. Secondo quanto documentato da un gruppo di ricercatori argentini, la somministrazione nelle prime 72 ore dalla comparsa dei sintomi è in grado di rallentare la progressione della malattia e di evitare un peggioramento dello stato di salute nei 15 giorni successivi.

Plasma iperimmune: efficace, ma non per tutti

La notizia giunge dalle colonne del New England Journal of Medicine, dove i camici bianchi sudamericani hanno pubblicato i dati relativi alla sperimentazione. Nello studio sono stati coinvolti 160 pazienti anziani. Tutti loro avevano almeno uno dei seguenti sintomi da meno di 48 ore: temperatura corporea di 37.5 gradi (o superiore), tosse secca, brividi o sudorazione, perdita di gusto o olfatto, tosse, mal di gola, stanchezza, dolori muscolari, sanguinamento dal naso, perdita di appetito e insufficienza respiratoria (dispnea). I ricercatori hanno suddiviso i pazienti in due gruppi: ai componenti del primo è stato infuso il plasma iperimmune prelevato da persone già ammalatesi e guarite da Covid-19, mentre tutti gli altri hanno ricevuto soltanto un placebo. La plasmaterapia si è rivelata sicura, non essendo stati di fatto registrati effetti avversi. Ma anche efficace, considerando che il tasso di progressione della malattia tra i pazienti che avevano ricevuto gli anticorpi è risultato dimezzato (16 per cento) rispetto a quello registrato tra tutti gli altri (32 per cento).

Come funziona la plasmaterapia?

In ambito infettivologico, l’uso del plasma dei convalescenti per trattare le persone alle prese con la malattia non è una novità. I primi tentativi di neutralizzare una malattia attraverso delle infusioni di sangue e plasma sono stati effettuati sugli animali nel 1890, per curare il tetano e la difterite. Questi esperimenti dimostrarono l’efficacia della sieroterapia, che nell’uomo fu utilizzata per la prima volta in occasione della pandemia di Spagnola. Più di recente, però, gli anticorpi dei guariti sono stati usati sia in occasione dell’epidemia di Sars (2002) sia di quella di Ebola (2015). Da qui l’idea di prenderla in considerazione anche per Covid-19. Diverse le sperimentazioni avviate in tal senso, anche nel nostro Paese: con gli ospedali lombardi a fare da capofila, essendo stati i primi a essere travolti dalla pandemia.

Anticorpi naturali e monoclonali

Il principio che è alla base di questo trattamento - utilizzato soltanto in ambito sperimentale - è semplice. Il plasma delle persone guarite da un'infezione contiene gli anticorpi specifici contro il patogeno che l'ha causata. In questo caso, Sars-CoV-2. Questi, una volta infusi nei pazienti sintomatici, determinano una risposta sulla carta analoga a quella indotta dalla terapia con anticorpi monoclonali. Il più grosso limite è che i due più ampi studi finora condotti sui pazienti supportati con l’ossigeno o ricoverati in terapia intensiva, uno pubblicato sul Journal of the American Medical Association  e l’altro sul New England Journal of Medicine non avevano dato gli effetti sperati. 

Quali i pazienti da trattare

Ma andando a ricalibrare il target a cui destinare la plasmaterapia, si sono ottenuti risultati più incoraggianti. I medici argentini hanno rimesso alla prova il plasma iperimmune per trattare pazienti sintomatici, ma con una funzionalità respiratoria non ancora compromessa dalla malattia. Da qui, con ogni probabilità, il miglior esito delle cure. “Questo studio apre a un utilizzo del tutto diverso del plasma - afferma Antonella Viola, ordinario di Patologia generale all’Università di Padova e direttore scientifico dell’Istituto di Ricerca Pediatrica Città della Speranza -. Probabilmente in questo modo si potrà davvero considerarlo una terapia efficace: non nei pazienti gravi, ma nei pazienti a rischio e nelle fasi precoci”. A ciò occorre aggiungere che nello studio (finanziato dalla Fondazione Bill e Melinda Gates) sono stati coinvolti pazienti anziani, i più esposti ai rischi di Covid-19. Nello specifico, i ricercatori hanno trattato uomini e donne di età compresa tra i 64 e i 75 anni (se con almeno una di queste malattie: ipertensione, diabete, obesità, insufficienza renale cronica, Bpco o problematiche cardiovascolari) o anche più grandi (indipendentemente dalla presenza di altre malattie).

Come diventare donatore

Al di là dell’efficacia, questa terapia presuppone che le persone convalescenti si rechino a donare il proprio plasma. Questo è il primo passo per rendere sostenibile un simile approccio su larga scala. Ma non l’unico, perché l’efficacia è stata documentata inoculando plasma molto ricco di IgG neutralizzanti contro Sars-CoV-2. Le concentrazioni rilevate sono quelle che si riscontrano tra chi ha avuto una malattia con sintomi rilevanti e non invece tra coloro che hanno convissuto con il virus senza sviluppare sintomi o quasi. Da qui la definizione di plasma iperimmune. Questo porta a una drastica riduzione dei potenziali donatori, molti dei quali potrebbero peraltro non essere pronti a diventare donatori subito dopo essere guariti. Come stabilito nelle linee guida del Centro Nazionale Sangue, per compiere questo atto di solidarietà (la raccolta è ormai attiva in quasi tutti i centri trasfusionali dei capoluoghi italiani) occorre essere guariti da Covid-19 almeno da 28 giorni, risultare negativi al tampone per la ricerca di Sars-CoV-2, avere più di 18 anni e meno di 65. Dal prelievo del plasma sono escluse le donne che hanno avuto gravidanze, anche non portate a termine, e chiunque abbia una storia di precedenti trasfusioni. Più naturalmente tutti coloro che non rispecchiano i criteri di idoneità per una normale donazione di sangue.