Covid : gli anticorpi monoclonali se dati subito funzionano

Abbassano, anche se poco, la carica virale. I risultati di due studi fanno luce sull'efficacia di questi farmaci biologici, che in futuro potrebbero essere usati anche nella profilassi
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Il vaccino da solo non basta. Se vogliamo uscire dall'incubo della pandemia, l'armadietto dei farmaci deve essere ben fornito. Per esempio con medicinali capaci di agire agli esordi dell'infezione, prima che il virus cominci a moltiplicarsi nelle cellule e a fare danni. Oggi si usano diversi farmaci per tamponare la situazione, anche se uno solo è quello approvato con questa precisa indicazione – remdesivir -, ma sono decine e decine le molecole allo studio. Fra queste gli anticorpi monoclonali, per intenderci quelli che nelle parole dell'ex presidente Trump “gli hanno salvato la vita”. Che sia stato per questo o per altro non lo sappiamo, ma rispetto ad allora oggi abbiamo qualche prova in più della capacità di questi farmaci di ridurre la carica virale e rallentare la progressione dell'infezione.

Lo dicono due studi pubblicati sul New England Journal of Medicine i cui risultati sono “stimolanti e promettenti”, come scrive Myron S. Cohen, dell'Università del North Carolina, in un commento sempre sulla rivista scientifica. Ma aprono anche molti quesiti sull'effettiva possibilità di usare questo tipo di farmaci, come sottolinea sempre l'esperto.

Vediamo quindi questi risultati. Non prima però di aver ricordato che altri studi, condotti su pazienti gravi, erano stati piuttosto deludenti: gli anticorpi monoclonali non funzionano quando l'infezione è nel pieno della sua espansione. Da qui l'idea di provare quando invece il virus si è appena presentato. I due studi hanno infatti preso in esame pazienti positivi al Sars-Cov-2 in cui i sintomi della malattia erano apparsi al massimo da 7 giorni ed erano comunque lievi. Le molecole messe sotto esame nelle due sperimentazioni sono state la combinazione casirivimab-imdevimab e bamlanivimab. Gli studi, che in totale hanno coinvolto circa mille persone, rilevano un abbassamento della carica virale nelle mucose nasali: “Una riduzione piuttosto modesta, a dire il vero, e nel caso di bamlanivimab senza relazione con la dose somministrata”, commenta l'immunologo Alberto Beretta. In ogni caso, dal momento che si ritiene che la diminuzione del virus nel tratto orofaringeo sia collegata a un rischio inferiore di aggravarsi, i risultati sono stati considerati tutto sommato soddisfacenti.

Anche considerando che questi dati siano confermati in studi più ampi, la somministrazione degli anticorpi monoclonali pone dei problemi organizzativi non banali. “Si tratta di individuare pazienti positivi al tampone, negativi al sierologico, e nel giro di pochi giorni pianificare una terapia che richiede di stare in ospedale per almeno due ore”, spiega ancora Beretta. “Si tratta di pazienti con pochi sintomi per i quali non abbiamo indicatori che ci dicano chi è a maggior rischio. Chi farebbe la scelta?”. Insomma, anche se se ne provasse l'efficacia il rischio è che questi farmaci sarebbero poco gestibili nella pratica di tutti i giorni. “Ma un lato positivo di questi studi c'è”, dice l'immunologo. “Si dimostra una volta di più che gli anticorpi circolanti sono efficaci contro il virus che si trova nelle muscose nasali, cioè proprio là dove entra. Che arrivano fino a lì e fanno il loro dovere”.  

 

Un concetto che apre la strada a un possibile uso degli anticorpi monoclonali nella profilassi, per quelle persone che non si possono vaccinare o che hanno bisogno di una protezione più rapida rispetto al vaccino, pre o post esposizione. Che questo sia uno dei possibili sviluppi futuri di questi farmaci lo testimoniano anche due studi clinici attualmente in corso proprio per provare questa ipotesi. La ricerca contro Covid prosegue quindi e, anche quando non ottiene risultati smaglianti, aggiunge comunque un tassello al complicato puzzle della gestione della pandemia.