Covid: come capire se il medico è in burn out

Orari prolungati, vestizione e svestizione, tanta fatica. Ma anche l'elaborazione del lutto, quando i malati non ce l'hanno fatta. Ma tre campanelli d'allarme segnalano quando dottori e infermieri non ce la fanno più
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“Prima abbiamo affrontato i cento metri, senza essere preparati a quanto stava accadendo, perché abbiamo vissuto in diretta e sulle nostre spalle il più grande evento catastrofico dalla seconda guerra mondiale. Ce l’abbiamo fatta, pur se con grande fatica. Ora siamo nel bel mezzo di una maratona, in uno sforzo costante di cui non si vede la fine anche se forse c’è una tenue luce in fondo al tunnel. Ed è più logorante".

La luce è quella del vaccino ma di strada da fare ce n'è ancora tanta. E capita che a stanchezza si aggiunga scoramento, soprattutto chi questo evento catastrofico lo vive ogni giorno ormai da quasi un anno. Giornate di prima linea contro Covid-19, quelle di Angelo Gratarola, direttore del Dipartimento Emergenza dell’Irccs  Policlinico San Martino di Genova. E di tutta la sua équipe.

"C’è chi finito il turno piange - racconta ancora - chi elabora il lutto per la perdita di una persona che ha imparato a conoscere nelle ultime ore della sua vita insieme agli altri. Per tutti, comunque, una grande stanchezza, insieme alla voglia che tutto finisca e che non ci siano più le cifre del “bollettino” in una contabilizzazione della morte che giorno dopo giorno è sempre più difficile da sostenere anche se purtroppo in rianimazione si può morire”.

Undici mesi di continua oscillazione tra speranza, impotenza, stress e fatica, grande fatica, ed è quanto stanno vivendo, in una lunga lotta contro l’invisibile virus che attacca e toglie il respiro, costringendo a caschi o intubazioni per mantenere in vita che ha i polmoni incapaci di espandersi e richiede ossigeno per sopravvivere. Ma non si assiste i malati soltanto con respiratori e tecnologie ma anche e soprattutto con la vicinanza, lo sguardo, la parola chi rimane giorni e giorni da solo in terapia intensiva, raccoglie lo sforzo di tanti “eroi” quotidiani, infemieri, medici, operatori. E ne svela anche la tensione, la stanchezza nel non vedere la fine di questa seconda ondata. “La fatica è tanta – racconta Gratarola - e giorno dopo giorno logora. Pensate solamente alla necessità di cambiarsi con grande attenzione ed infilarsi in tute e scafandri, è stata chiamata “sindrome da palombaro”. Tutti i passaggi sono fondamentali ma pesanti da sopportare: per questo un turno in area Covid non può essere paragonato ad altre attività, seppur importanti, in ambito ospedaliero. E sono mesi che si va avanti così. Ma il vero “peso” che tutti dobbiamo sostenere è quello psicologico perché dobbiamo essere barriere per la solitudine dei pazienti, che possono avere un percorso che può evolvere in senso negativo e in questa sfida si trovano da soli, senza i parenti e gli affetti.  Gli operatori, in particolare gli infermieri ma anche i medici, debbono quindi diventare “alleati emozionali” per chi sta soffrendo, debbono interagire e fare da parenti. Tutto questo crea un forte stress che deve essere affrontato, ed ognuno ha una ricetta propria, sapendo che non siamo macchine”.

 

Gratarola, nella sua esperienza, ha visto operatori piangere da soli o elaborare collettivamente il lutto, con la pandemia che ha in qualche modo “mutato” anche il rapporto con la morte dei pazienti. “In questo caso, giorno dopo giorno, abbiamo la “contabilizzazione” dei decessi che aggiunge ovviamente tensione in un bollettino che si ripete – conclude - siamo al punto che il morto “pesa” di più sulla psiche e c’è bisogno di elaborare al meglio il lutto, visto che siamo nati per curare e non per veder morire. In questo ognuno deve trovare una propria soluzione”.

In agguato il burnout

“Tutti gli operatori sanitari scelgono il lavoro e costruiscono la loro attività sulla relazione d’aiuto", segnala Massimo di Giannantonio, presidente della Società italiana di Psichiatria. Alla base di tutto, in particolare nel medico, c’è l’idea di sollevare le condizioni di sofferenza e disagio del paziente: così un numero di decessi quotidiani che non possono essere controllati, come accade in caso di Covid-19, diventa una sorta di “buco” nel corretto svolgimento dell’azione e provoca una sofferenza complessiva generalizzata nella relazione d’aiuto. "Alla fine i medici e gli operatori, in particolare in rianimazione, si possono trovare a rischio della sindrome da burnout, che nasce dalla scompenso tra richieste dell’ambiente e risorse che possono essere immesse sul lavoro. Questo squilibrio può portare a deficit della capacità nel controbattere gli stimoli ambientali e nell’esaurire le risorse. Infine, Covid-19 pone il medico nelle condizioni di essere davvero una sorta di “familiare” per il malato, in una funzione professionale per cui non ha svolto un percorso professionale e in questi casi ovviamente, ci si può trovare ad affrontare una situazione così impegnativa senza la necessaria preparazione e consapevolezza. Il risultato rischia di incrementare “l’esaurimento” emotivo che si aggiunge a quello fisico". Insomma: il rischio sindrome da burnout esiste. Sotto il profilo soggettivo il quadro si manifesta con tre condizioni predominanti e in successione: fatica, cinismo e inefficienza.

I segnali di allarme

L’esaurimento viene considerata la prima reazione allo stress prodotto dalle richieste di lavoro o da cambiamenti significativi. La persona in queste condizioni sente di aver superato il limite massimo sia a livello emozionale che fisico, fino ad essere quasi prosciugata, incapace di rilassarsi e ricuperare. Poi si passa al cinismo, che può essere considerato il segnale classico della seconda “fase” sintomatologica. Infatti quando una persona diventa cinica assume un atteggiamento freddo e distaccato nei confronti del lavoro e delle persone con cui si relaziona in questo ambito. In pratica, secondo le chiavi di interpretazione psicologica, il cinismo può essere considerato come una reazione “difensiva” nel senso che rappresenta il tentativo di proteggere se stesso dall’esaurimento e dalla delusione. Infine l’inefficienza è forse l’indice più grave del burnout, perché quando un individuo si sente inefficiente cresce il suo senso di inadeguatezza e qualsiasi progetto, atto anche a migliorare la sua condizione, viene comunque vissuto come opprimente.

La resilienza del singolo

Contromisure possibili in questi casi così complessi? “La solitudine e l’isolamento sono i nemici principali, per cui è fondamentale condividere gli elementi stressanti del lavoro e metabolizzarli – segnala Di Giannantonio - in questi casi si può ricorrere ai gruppi Balint, per mettere in comune le esperienze grazie al supporto di uno specialista, o anche più semplicemente a gruppi di auto-aiuto. Ma la risposta più efficace sta nella resilienza del singolo, che permette l’adattamento e facilita la ricerca di risorse energetiche, fondamentali per trovare quello sforzo positivo che può aiutare in questa sfida”.