Covid: compriamoci un saturimetro

 L'Oms lo indica come strumento chiave per i pazienti Covi. Il documento dello Spallanzani con le indicazioni sulla gestione dei malati a domicilio
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IN tempi di Covid-19 c'è un presidio sanitario che è diventato irrinunciabile: il saturimetro. La stessa Organizzazione mondiale della sanità (Oms), nell'ultima revisione delle linee guida per la gestione clinica dei malati, suggerisce l'uso del saturimetro anche ai pazienti Covid che si trovano a casa. Specialmente per i pazienti con il cosiddetto “long-Covid”, una forma dell'infezione che può provocare sintomi per mesi.

A che cosa serve

Il saturimetro serve a misurare il livello di ossigeno nel sangue, indicatore essenziale per la salute dei polmoni e del cuore. Questo strumento, disponibile in farmacia, online o anche nei supermercati, può infatti rivelarsi un prezioso aiuto, suggerendo ad esempio quando le condizioni di un malato peggiorano e quindi quando sarebbe meglio portarlo in ospedale.

“Si applica sul dito della mano e in pochi secondi fornisce due valori: la saturazione arteriosa e la frequenza cardiaca”, spiega Luca Richeldi, presidente della Società italiana di pneumologia (Sip). L'importanza dell'utilizzo del saturimetro è stata ribadita anche nel documento diffuso dalla direzione scientifica dell'Istituto Nazionale Malattie Infettive (Inmi) “Lazzaro Spallanzani”, che dà anche ulteriori indicazioni sulla gestione dei pazienti a casa.

“Per i pazienti curati presso il proprio domicilio: farmaci per alleviare i sintomi (paracetamolo per la febbre, antidolorifici non steroidei per i dolori muscolari o articolari); il cortisone può essere considerato solo per i pazienti il cui quadro clinico non migliora entro le 72 ore dall’insorgenza dei sintomi e nei quali si rilevi un peggioramento dei valori di ossigenazione del sangue rilevati tramite il saturimetro; è raccomandato inoltre l’utilizzo in basse dosi di eparine per la profilassi di eventi trombo-emolitici nei pazienti con ridotta mobilità”.

L'allarme scatta con livelli di ossigeno inferiori al 92% 

“La misurazione dei livelli di ossigeno assume particolare importanza nell’attuale contesto pandemico perché Covid-19 può provocare una polmonite interstiziale e conseguente insufficienza respiratoria che inizialmente possono decorrere anche senza sintomi di rilievo”, sottolinea Richeldi. “La decisione  spetta naturalmente al medico, ma la misura dei livelli di ossigeno nel sangue è fondamentale per intervenire quando è davvero necessario, evitando allarmi inutili e pressioni sui Pronto Soccorso, garantendo allo stesso tempo interventi tempestivi in caso di insufficienza respiratoria. Valori di saturazione superiori al 95% sono da ritenersi normali. Nel contesto del Covid-19, valori inferiori al 92% devono fare scattare l’allarme”, aggiunge.

Coloro che decidono di acquistare il saturimetro devono fare attenzione ad alcune caratteristiche. Il ministero della Salute ha stabilito i requisiti minimi di un saturimetro: deve essere portatile; peso e dimensioni devono essere contenute; deve essere protetto da urti e infiltrazione di fluidi; deve permettere la rilevazioni di frequenza cardiaca e saturazione; deve essere idoneo per uso adulto e pediatrico; deve disporre di un display integrato; deve essere ricaricabile o dotato di batteria.

Lo standard per il trattamento dei pazienti ricoverati

In ospedale la misurazione dei livelli di ossigeno per i pazienti Covid viene effettuata, come procedura standard, dagli operatori sanitari. Le altre opzioni terapeutiche sono ben sintetizzate nel documento dell'Inmi: “Per i pazienti ospedalizzati: al momento il desametasone, e più in generale l’utilizzo di corticosteroidi, costituisce lo standard di cura per i pazienti ricoverati per forme gravi di Covid-19 che necessitano di ossigenoterapia, con o senza ventilazione meccanica; in aggiunta, è indicato l’utilizzo di eparine a basso peso molecolare in basse dosi per la profilassi di eventi trombo-emolitici nei pazienti con ridotta mobilità. È invece da valutare caso per caso il rapporto tra benefici e rischi dell’utilizzo di dosaggi più alti di eparina e dell’antivirale remdesivir, mentre non sono raccomandati i trattamenti con immunomodulatori, clorochina/idrossiclorochina (con o senza terapia antibiotica di supporto), e le combinazioni di antivirali quali lopinavir/ritonavir o darunavir/ritonavir”.

Nel frattempo, in tutto il mondo, sono in corso migliaia di trial clinici per verificare l’efficacia contro il Covid-19 di farmaci già esistenti o di nuove molecole. “In base ai dati raccolti dall’International Clinical Trials Registry Platform (ICTRP), il registro internazionale degli studi clinici attivo presso l’Oms, sono attualmente in corso 2.454 studi randomizzati controllati, di cui 421 riguardano interventi di profilassi preventiva, 1.975 trattamenti e 58 interventi post-trattamento”, si legge nel documento dell'Inmi.

In Italia l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), a seguito del decreto legge cosiddetto “CuraItalia”, ha adottato procedure straordinarie e semplificate per la presentazione e l’approvazione delle sperimentazioni e degli usi compassionevoli dei farmaci nell’utilizzo contro il Covid-19. “Alla data del 21 gennaio sono state approvate 55 sperimentazioni”, riferisce l'Inmi.

“In sintesi, i medicinali già esistenti che vengono testati in tutto il mondo contro il Covid-19 sono di due tipi: il primo è costituito da antivirali o comunque da farmaci che cercano di impedire il contagio ovvero di eliminare o ridurre la quantità del patogeno, cioè il virus SARS-CoV-2; il secondo tipo di farmaci è costituito da anti-infiammatori, dal momento che nelle sue forme più gravi la polmonite da Covid-19 è accompagnata da una reazione sproporzionata del sistema immunitario (la cosiddetta “tempesta di citochine”)”, si legge nel documento.

La gestione clinica dei pazienti Covid è in divenire, una situazione sempre più fluida che l'Inmi è intenzionata a continuare a monitorare.