L'opinione

Covid: e se due vaccini fossero meglio di uno? Lo studio inglese

E' già stato fatto conro Ebola, polio, morbillo. E potrebbe anche riuscire a dare maggiore protezione. Ma non ci sono dati: ci prova la Gran Bretagna con uno studio
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Tutto ciò che riguarda i vaccini anti Covid-19 in questo momento fa notizia. L’ultima, in ordine cronologico, viene dal Regno Unito ed è stata rilanciata dalla Bbc e da The Guardian e riguarda la possibilità di “mescolare” due differenti vaccini. Si tratta, in pratica di somministrare la prima dose di un vaccino e la seconda dose di un altro. Questo potrebbe permettere una maggiore flessibilità per attuare la vaccinazione ad un numero maggiore di persone tenuto anche conto dei numeri crescenti della pandemia e dell’attuale obiettiva difficoltà di reperimento delle dosi del vaccino da somministrare. Ma c’è anche dell’altro: forse questa proposta potrebbe anche assicurare una migliore protezione. Si tratta di un approccio innovativo per Covid-19 anche se l’idea di “mescolare” i vaccini non è nuova, dal momento che ci sono state precedenti esperienze con Ebola, Epatite, Polio, Morbillo, Parotite e Rosolia.

Al momento, non ci sono ancora dati sufficienti per promuovere una vaccinazione di massa di questo tipo, anche perché tutti gli organi regolatori dei diversi paesi hanno approvato l’impiego dei vaccini anti-Covid-19 secondo schemi vaccinali ben precisi e la stessa Joint Committee on Vaccination and Immunisation, cioè l’ente che sovraintende alle vaccinazioni nel Regno Unito, ha ribadito che chi ha ricevuto una dose di un vaccino deve ricevere la seconda dose dello stesso. 

Nel Regno Unito, nell’ipotesi di poter incrementare in futuro il numero dei soggetti vaccinati, rispondendo così ad una importante istanza di sanità pubblica, verrà lanciato uno studio promosso dall’Università di Oxford, già definito “estremamente importante”.  La ricerca coinvolgerà 820 persone di età superiore a 50 anni che in Inghilterra riceveranno la prima dose o del vaccino Oxford-AstraZeneca o del vaccino Pfizer-BioNTech. Alcune di loro per la seconda somministrazione, da attuarsi entro le 12 settimane, riceveranno un vaccino diverso rispetto alla prima somministrazione, mentre le altre riceveranno un vaccino uguale. Comparando i risultati di protezione conferiti ai due gruppi, si potranno in linea teorica osservare in chi ha ricevuto due diversi vaccini i seguenti esiti: la stessa protezione, una protezione minore o addirittura una maggiore protezione. Si potranno anche ricevere informazioni, che in larga misura ancora mancano, circa la protezione vaccinale esercitata impiegando due vaccini diversi nei confronti delle varianti inglese, sudafricana e brasiliana. Sarà anche importante verificare la sicurezza di un approccio che “mescola” due vaccini.

Esiste un razionale scientifico che giustifica questo approccio di impiego di due diversi vaccini. Si tratta di una ricerca condotta nei topi, nei quali si è osservato che, combinando un vaccino che contiene un vettore adenovirale come quello di Oxford con un vaccino a mRNA come quello di Pfizer/BioNTech, si ottiene una migliore risposta protettiva nei confronti di Covid-19.

E’ importante ricordare che il vaccino Pfizer-BioNTech e quello di Oxford-AstraZeneca, pur con delle differenze, utilizzano la proteina virale dello “spike” per indurre nell’organismo vaccinato una risposta immunitaria di protezione. Lo stesso vale per il vaccino Novovax e di Janssen, che, se approvati, dovrebbero rientrare anch’essi nello studio. 

Questo tipo di risposta immunitaria potrebbe risultare migliore ai fini della protezione nei confronti del virus dal momento che, utilizzando due diversi vaccini, la qualità della risposta anticorpale e cellulare sarebbe allargata a più componenti dello “spike”, in maniera maggiore di quanto non avviene se si utilizza lo stesso vaccino.

Lo studio si prevede avrà una durata di 13 mesi, anche se un qualche risultato iniziale sarà possibile averlo già dal prossimo giugno.

Nell’attesa, vale la pena ricordare che al momento le stesse autorità inglesi che hanno promosso l’indagine, raccomandano di non cambiare l’attuale approccio, cioè stesso vaccino per prima e seconda dose. Quindi, come sempre in medicina, prima i risultati e poi l’eventuale cambio di rotta.

Ordinario di Malattie Infettive, Università Cattolica Sacro Cuore, Roma