Covid: i geni dicono se ci ammaleremo gravemente

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A vent’anni esatti dalla prima pubblicazione del genoma umano, il 15 e 16 febbraio 2001 su Nature e Science, la genetica ha fatto passi da gigante e oggi è cruciale per comprendere le ragioni della diversa vulnerabilità individuale al coronavirus. Proprio in una particolare regione del nostro Dna, quella intorno al cromosoma 3, risiederebbero delle varianti genetiche che sono un fattore di rischio per lo sviluppo di malattia grave, come confermano le nuove analisi del consorzio Covid-19 Hgi Host Genetics Initiative, un team internazionale di genetisti impegnati dallo scorso marzo nell’identificazione delle varianti genetiche umane che influenzano le risposte all’infezione da SARS-CoV-2.

Nessuno dimenticherà il paziente 1 di Codogno, ricoverato il 20 febbraio 2020 e rimasto gravissimo in terapia intensiva per 3 settimane. Aveva 38 anni, era sano e sportivo. O i gemelli Nicola e Michelangelo Sansipersico, il primo residente a Voghera e il secondo a Bari, stroncati dal virus a nove mesi di distanza l’uno dall’altro.  

Perché alcune persone si ammalano, anche molto seriamente, e altre no? L’origine delle differenze individuali nei confronti del virus, pur a parità di altre condizioni di rischio come l’età avanzata, il sesso e la presenza di altre malattie, è stata fin dagli inizi uno dei grandi interrogativi.

La suscettibilità genetica.

“La genomica permette non solo di conoscere il virus ma anche di scoprire perché alcuni si ammalano e di prevedere, eventualmente, il decorso della malattia” spiega Massimo Delledonne, genetista e biotecnologo dell’Università di Verona. “L’analisi genetica dei campioni di 13mila casi Covid-19 e oltre due milioni di controlli, presentata da Andrea Ganna (italiano specializzato in statistica genetica ed epidemiologia oggi all’Università di Helsinky, ndr) e disponibile nel sito del consorzio Covid-19 Hgi https://www.covid19hg.org, mostra dati robusti: quello del cromosoma 3 è ad oggi l’unico fattore di rischio genetico associato a malattia grave”.

L’area del cromosoma 3.

Questa regione comprende 50mila basi e 13 varianti genetiche presenti in modo significativamente più frequente nei pazienti ospedalizzati. “In principio, è stata la scansione di tutti i cromosomi dei pazienti gravi a mostrare che c’erano delle porzioni in comune a tutti, in particolare appunto quella del cromosoma 3. Il lavoro apparso sul New England Journal of Medicine aveva analizzato il genoma di 1780 pazienti italiani e spagnoli con la forma grave e 2200 controlli” racconta Massimo Delledonne. La stessa zona del cromosoma 3 è stata poi indicata come un importante fattore di rischio per sviluppare una forma grave di malattia anche da un’analisi più ampia su 3199 casi di Covid-19 e oltre 897 mila controlli. Quindi, un lavoro del Max Planck e del Karolinska Institute, apparso su Nature ha rivelato che la regione è stata ereditata dagli uomini di Neanderthal circa 50,000 anni fa .

Il test rapido.

Ad essere in possesso di queste varianti, assenti nella popolazione africana, è il 16% della popolazione europea e il 50% degli individui dell’Asia Orientale. Secondo i dati del Laboratorio di Genomica Funzionale dell’Università di Verona, guidato da Delledonne, la percentuale in Italia sarebbe del 14%. Il Laboratorio, in collaborazione con la Genartis, startup dell'Università scaligera, ha creato il primo test veloce in grado di rilevare la presenza di quest’area: si chiama «GenTest Covid-19 Risk» e non analizza l’intero genoma, ma direttamente la regione del rischio, con un’evidente riduzione dei costi che sono analoghi a quelli di un tampone molecolare. In una lettera al Ministro Roberto Speranza e al governatore Luca Zaia che abbiamo potuto visionare, il professor Delledonne mette il test gratuitamente a disposizione del Servizio sanitario nazionale per un suo uso su larga scala.

 

Individuare le persone a rischio.

“I dati mostrano che abbiamo a disposizione un marcatore associato a malattia grave, di cui un italiano su sei è portatore: dovremmo rapidamente testare i cittadini ad esempio al momento del tampone per individuare chi è a rischio di progredire verso una forma severa di malattia. In collaborazione con il professor Paolo Gasparini del Burlo Garofalo di Trieste, abbiamo testato 50 pazienti Covid-19 e 5 dei 6 risultati portatori di questo marcatore sono stati colpiti da Covid-19 grave”. L’esecuzione del test su larga scala consentirebbe di fare rapidamente una stima della prognosi in caso di malattia, anche per stabilire priorità negli accessi in ospedale, ai vaccini, agli anticorpi monoclonali. “Testando tutti gli asintomatici e i malati gravi potremmo mappare la presenza di queste varianti nella popolazione italiana, capire esattamente quanti di coloro che la possiedono finiscono in terapia intensiva e spiegare i casi gravi tra alcuni membri di una stessa famiglia”. Nel frattempo, sarebbe opportuno, dice il genetista, restringere il campo e capire quali di quelle varianti è realmente responsabile della maggior suscettibilità a Sars-Cov-2, sequenziando completamente il genoma solo di coloro che hanno la regione incriminata e finiscono in terapia intensiva.

 “La ricerca continua: alcuni studi guardano ai gruppi sanguigni, altri al recettore ACE2, altri ancora si sono concentrati su geni diversi, come il gene DPP4. Non sappiamo se la regione del cromosoma 3 è l’unica a darci la propensione a sviluppare Covid-9 grave, ma al momento è questa l’unica solida evidenza in nostro possesso”.

Un’accelerazione è richiesta anche per il sequenziamento virale. A metà gennaio dell’anno scorso veniva pubblicata per la prima volta l’intera sequenza del Dna, quasi 30mila basi, di quel virus misterioso che avremmo poi chiamato Sars-cov-2. Oggi, un anno dopo, lo conosciamo piuttosto bene e sono le sue varianti a preoccupare moltissimo, tanto che su Nature è appena arrivato un appello alla massima condivisione dei sequenziamenti genomici.