Vaccino Covid: perché gli scienziati hanno fatto così in fretta

L’esperienza di Sars e Mers. I geni sintetici. Una montagna di soldi. Così gli scienziati sono andati veloci. E imparato come affrontare le prossime epidemie
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È passato un anno dallo scoppio della pandemia in Italia: 12 mesi che sembrano lunghissimi, se ci fermiamo a pensare a come era la vita prima di Covid-19. Un soffio di vento, però, se consideriamo il tempo tradizionalmente ritenuto necessario allo sviluppo di un vaccino. Con l’unica eccezione del vaccino contro la parotite – portato in commercio in 4 anni – la ricerca, infatti, impiega almeno 10 anni per isolare l’antigene, la sostanza cioè che deve sollecitare la risposta immunitaria, e confezionarlo in modo che funzioni. E a volte non ottiene alcun risultato, come nel caso dell’Hiv, o avanza con fatica, come per la malaria.

L’accelerazione che ha portato al vaccino contro Covid-19 può essere l’alba di una nuova era nella ricerca dei vaccini? Gli esperti lo sperano, ma la prudenza è d’obbligo. Negli ultimi 12 mesi si sono sommati fattori che non sarà facile si ripresentino, primo fra tutti – speriamo quindi che non si ripeta – la capacità del virus di diffondersi da una parte all’altra del mondo. Insomma, di fronte a un pericolo globale si è organizzata una risposta senza precedenti. Difficile accada di nuovo per malattie meno diffuse. Eppure, qualcosa di quello che è stato creato nel 2020 continuerà a dare i suoi frutti.

Perché la scienza fa sempre tesoro delle sue esperienze passate. E anche la ricerca che ha portato al vaccino contro Sars-CoV 2 non si può certo dire che sia iniziata a gennaio scorso. Innanzitutto: è dall’inizio degli anni 2000 che i ricercatori tentano di mettere a punto un sistema di difesa contro questa famiglia di patogeni. Ci hanno provato col virus che provoca la Sars (sindrome respiratoria severa acuta) all’inizio del millennio, ma poi il virus si è inabissato troppo presto per consentire lo sviluppo di un vaccino.

Non solo: i vaccinologi stanno lavorando da anni su quello che causa la Mers (sindrome respiratoria del Medio Oriente), un membro della famiglia che colpisce, però, in maniera poco efficace e non si diffonde molto, ma che dal 2012 ogni tanto si riaffaccia lasciando non poche vittime sul campo. E anche se in questi due casi non si è arrivati allo sviluppo di un vaccino, le ricerche condotte negli anni hanno permesso di andare più veloci contro il nuovo coronavirus: a Moderna, una delle due aziende che sono riuscite a tagliare il traguardo per prime, hanno fatto tesoro degli studi condotti dal National Institute of Allergy and Infectious Diseases (Niaid) statunitense, con cui collaborano, e hanno capito subito quale fosse la forma della proteina più adatta a legarsi alla cellula. In altre parole, hanno capito come rendere il meccanismo più efficace.

La tecnica

I vaccini tradizionali contengono una proteina virale o una forma innocua del virus che, quando inoculate, sono capaci di attivare una risposta immunitaria che l’organismo può usare successivamente, quando incontra il virus. Ma i primi due vaccini autorizzati – Pfizer e Moderna – sono stati sviluppati con una nuova tecnica, ed è proprio questa una delle ragioni del loro successo.

"Il primo fattore che ha giocato a favore dell’accelerazione è stata la tecnologia: oggi è possibile fare vaccini usando geni sintetici costruiti sulla base della sequenza messa su Internet dai ricercatori cinesi che lo hanno isolato per primi", spiega Rino Rappuoli, uno dei massimi esperti di vaccini al mondo e a capo della ricerca di Glaxo Vaccines. Il gene sintetico prescelto, quello che codifica per la proteina spike, viene poi inserito in un filamento di RNAmessaggero (mRNA) e avvolto in un involucro formato da molecole di lipidi, dando vita così al vaccino.

Una volta che arriva nelle cellule, l’mRNA fa in modo che la proteina venga prodotta e che stimoli la risposta immunitaria.

"Le piattaforme a mRNA non esistevano 10 anni fa e negli ultimi mesi hanno avuto un’accelerazione di almeno 7 anni rispetto al percorso normale", sottolinea Rappuoli.

"In futuro non solo potremo sviluppare nuovi vaccini con queste piattaforme, ma anche nuovi farmaci".

La tecnologia è, infatti, molto flessibile: basta cambiare le istruzioni genetiche inserite per realizzare un vaccino nuovo. Il terzo vaccino sulla rampa di lancio usa un altro metodo per attivare il sistema immunitario, relativamente nuovo: trasporta l’antigene – la sostanza che stimola la risposta – dentro a un virus inattivato. Anche in questo caso i ricercatori hanno progredito speditamente grazie alle ricerche fatte prima del Covid, come quelle svolte su Mers da Albert Osterhaus, professore emerito di virologia all’Università Erasmus di Rotterdam, che era già arrivato a testare il suo vaccino sugli umani.

L’impresa

Scienza e tecnologia da sole, però, non sarebbero bastate. Sono elementi necessari sì, ma non sufficienti. Sono gli investimenti senza precedenti di soldi e di persone che hanno fatto la differenza.

"I soldi messi in campo dai governi Usa, dalla Gran Bretagna e dall’Europa hanno permesso alle aziende di procedere in parallelo con le fasi di sviluppo, di solito eseguite in sequenza, compresa la fase di produzione", spiega ancora Rappuoli. Da sola un’azienda, anche se è una delle Big Pharma, non può, infatti, permettersi di eseguire contemporaneamente i diversi studi perché se uno dovesse fallire, anche tutti gli altri si dovrebbero interrompere, con una perdita finanziaria ingente. Facendo un passo alla volta, invece, non si rischia di farne uno più lungo della gamba.

Ma nel 2020 non c’era tempo da perdere e i soldi pubblici sono serviti a coprire le spalle alle aziende e così andare più veloci. "C’è chi pensa che questa accelerazione abbia voluto dire prendersi dei rischi sulla sicurezza. Al contrario, grazie agli investimenti e alla diffusione della malattia, gli studi di fase 3 hanno coinvolto milioni di persone: abbiamo un database di sicurezza enorme. L’unico rischio che abbiamo preso è quello finanziario», conclude Rappuoli.

Gli investimenti, l’interesse dei governi di tutto il mondo e la diffusione del virus hanno prodotto anche una partecipazione alla ricerca senza precedenti: sono migliaia gli scienziati, sparsi in tutto il mondo, al lavoro sul virus, sui farmaci e sui vaccini per combatterlo.

"Nel 2020 sono stati pubblicati su Covid e Sars-CoV 2 più lavori di quelli prodotti negli ultimi 25 anni sul morbillo o negli ultimi 10 sull’influenza", sottolinea Emanuele Montomoli, ordinario di Igiene e medicina preventiva all’Università di Siena: "E anche se non tutti sono di ottima qualità, è evidente che è stata prodotta una mole di conoscenza incredibile su questo virus".

Ma anche così – con tecnologia e investimenti – non sarebbe stato possibile arrivare a somministrare le prime dosi di vaccino in meno di 12 mesi. C’è voluta la volontà delle agenzie regolatorie che hanno anche loro spinto sul pedale dell’acceleratore adottando una procedura di valutazione chiamata “rolling review”: l’analisi delle singole parti della documentazione relativa al vaccino man mano che vengono presentate dalle aziende, invece che attendere che il il dossier sia completo.

Una procedura che abbrevia notevolmente i tempi con cui si arriva all’autorizzazione e all’immissione in commercio. Che è stata comunque concessa nella forma dell’uso in emergenza, cioè, fatte salve sicurezza ed efficacia, le aziende possono consegnare le informazioni supplementari relative all’azione del prodotto anche dopo che il prodotto è in uso.

"Quello che è successo in quest’anno spero faccia capire che i tempi di sviluppo e valutazione pre-Covid per i vaccini non sono più accettabili", conclude Montomoli.

"Con la collaborazione di tutti i soggetti coinvolti, anche considerando un’autorizzazione normale e non emergenziale, l’obiettivo sarebbe quello di farcela in 5 anni e non dai 10 ai 15, come, invece, è stato finora".