Covid-19: i medici che non si vaccinano rischiano il posto

Si moltiplicano i casi di operatori sanitari no-vax. Si possono licenziare? Risponde il giurista Roberto Pessi
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IL FRONTE degli operatori sanitari no-vax è compatto da nord a sud. Se in Puglia il presidente della Commissione Bilancio, Fabiano Amati, denuncia che a Brindisi il vaccino è rifiutato dal 30% dei medici, a Rovigo si sospetta che sia la scarsa adesione degli operatori del reparto di Geriatria dell'Ospedale Santa Maria della Misericordia ad aver alimentato un focolaio di Covid che ha portato al decesso di due anziani. Sono molte le storie che arrivano da tutta Italia e che raccontano la presenza di una buona percentuale di personale medico o infermieristico restio alla vaccinazione contro Covid. Ma per questi lavoratori, l'immunizzazione è un obbligo oppure no? "Prima legge del nuovo governo: "obbligo vaccinale per i sanitari", è il tweet di Roberto Burioni, virologo del San Raffaele di Milano. Ma è un auspicio. E la situazione è un po' diversa. Per Maurizio Mori, componente del Comitato nazionale per la bioetica e per il segretario nazionale dell' Anaao Assomed Dario Palermo, si tratta di un obbligo etico, come hanno sottolineato durante un convegno organizzato proprio dall'associazione dei medici dirigenti. Ma, visto che lo Stato non può rendere obbligatoria una vaccinazione che non è, ad oggi, disponibile per tutti, le cose si fanno più complicate.

La responsabilità passa di fatto al datore di lavoro che, nel caso di ospedali, centri di ricovero o residenze per anziani, può essere privato oppure pubblico. Così in Puglia il Consiglio regionale dovrà votare la proposta di legge di Amati per rendere il vaccino obbligatorio per gli operatori sanitari, mentre in Emilia Romagna l'assessore alla Sanità Raffaele Donini ha già detto che la Regione interverrà nei confronti di chi non vuole vaccinarsi riorganizzando il personale nelle strutture pubbliche. Una proposta fatta anche dal presidente dell'Ordine dei medici del Veneto Francesco Noce nel caso di Rovigo, che si scontra però con i numeri: nel reparto di Geriatria ben 16 operatori su 36 hanno rifiutato la vaccinazione.

A fare da guida in questa materia è l'articolo 2087 del Codice civile che, come spiega Roberto Pessi, ordinario di Diritto del Lavoro all'Università Luiss Guido Carli di Roma, “sancisce in modo chiaro l'obbligo del datore di lavoro di assicurare la sicurezza psicofisica del lavoratore”. Un obbligo contrattuale dentro cui ricadono i casi più diversi, dagli interventi di prevenzione degli infortuni, al mobbing o il demansionamento. “La casistica è molto ampia e di volta in volta ci si domanda se il datore di lavoro ha fatto tutto ciò che poteva per prevenire e per tutelare la salute del dipendente”, sottolinea il giurista.

 

Nel caso della vaccinazione contro Covid-19, quindi, il datore di lavoro dovrà valutare se la mancata immunizzazione di una percentuale più o meno alta dei suoi dipendenti determina un rischio per la salute degli stessi. La risposta non è evidentemente una sola, molto dipende dalle condizioni di lavoro: ci sono aziende in cui si lavora in condizioni ambientali meno rischiose, altre in cui è possibile fare smart working, e poi ci sono casi dove tutto questo non è possibile, come negli ospedali o nelle residenze per anziani. “In questo caso si aggiunge anche la responsabilità verso i pazienti e, in caso di comprovato contagio da parte di un dipendente non vaccinato, il datore di lavoro è responsabile dell'illecito”, spiega Pessi. Che fare quindi? “Per prima cosa si cercherà di spostare il lavoratore in modo che non sia a contatto con i suoi colleghi o con i pazienti ma, se questo non fosse possibile, si dovrà procedere a sollevarlo dal suo incarico perché non idoneo a svolgere le sue mansioni”. Il giurista invita comunque alla cautela e a cercare una soluzione di compromesso: andare per vie legali sarebbe impegnativo per il datore di lavoro che dovrebbe dimostrare l'effettivo pericolo per la salute causato dal comportamento del singolo.