La storia

Un anno di Covid: "Così ho curato il paziente 1"

Il primario di Rianimazione del San Matteo di Pavia, Francesco Iotti, racconta quando prelevò Mattia ll'ospedale di Codogno. In quel viaggio che cambiò la vita di tutti. "In un anno ho curato più persone che in tutta la mia vita di medico"
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Un ospedale fantasma. Quando sono arrivati al Pronto soccorso di Codogno, verso la mezzanotte, era tutto spento e disattivato: non c'erano luci, non c'erano pazienti. Solo un cartello. Recitava: "Pronto soccorso chiuso". Era il 20 febbraio 2020. Giorgio Iotti, 66 anni, primario di Rianimazione al San Matteo di Pavia, sapeva che al di là di quelle mura c'era un malato da salvare, con una strana, gravissima, polmonite bilaterale interstiziale. L'avrebbe visto di lì a pochi minuti: era il Paziente 1, Mattia Maestri, ora 39enne, di Codogno, primo italiano a cui è stato diagnosticato il Covid-19. E se l'è portato a Pavia in ambulanza. Ora, a distanza di un anno, Iotti ha lasciato il San Matteo, si è trasferito a Como e collabora con la Terapia intensiva dell'ospedale di Varese.

 

Ma quella notte la rivive spesso come un film. Il film che ha cambiato la vita a lui e a tutti gli italiani. Torniamo indietro nel tempo. Quel giorno, il 19 febbraio, Iotti di mattina era stato convocato a Milano, ad una riunione della rete nazionale Ecmo (ExtraCorporeal Membrane Oxygenation) "Respira", attivata dal ministero della Salute e coordinata dal professor Antonio Pesenti. "Avevano chiamato un collega dello Spallanzani che aveva avuto in cura i due turisti cinesi, originari di Wuhan, identificati come primi casi di Coronavirus in Italia - premette Iotti - il collega ha raccontato la loro esperienza, ha spiegato cosa avevano usato per proteggersi, per curare ecc. Francamente ci sembrava qualcosa di lontanissimo. Una cosa dell'altro mondo". Ma il destino ha voluto che quella "cosa", poco più tardi, si avverasse proprio a due passi da Pavia. Iotti si è trovato su quelle coordinate.

 

"Era pomeriggio - ricorda l'ex primario di Rianimazione - tornato a Pavia, sono entrato in una riunione con il direttore generale Carlo Nicora. Che improvvisamente ha chiuso in anticipo. C'era qualcosa di strano nell'aria. Ho saputo che, proprio in quelle ore, ci avevano chiamato da Lodi chiedendo aiuto per alcuni malati gravi, colpiti da una polmonite "anomala", malati che avevano bisogno di Ecmo perchè non riuscivano a respirare. In quel momento ho capito: le cose che avevo sentito allo Spallanzani le avremmo dovute applicare anche a Pavia".

A quel punto Iotti, insieme al suo vice (ora primario di Rianimazione al San Matteo) Francesco Mojoli, ha preso una decisione in emergenza: attrezzare cinque posti di Terapia intensiva speciali, proprio per i pazienti che, si sarebbe saputo in seguito, erano malati di Covid. Partiti nella notte il primario, un'infermiera (Cristina Cavaliere) e l'autista dell'ambulanza: nessun altro ha avuto il coraggio di aggiungersi al gruppo in partenza per l'ospedale di Codogno. Avevano tutti paura di quel virus sconosciuto che circolava per l'ospedale. "Vado io, ho detto, ho deciso di muovermi con un'unità mobile di Rianimazione perchè ho più esperienza di altri e ho visto cose complesse - racconta Iotti -  e anche perché non volevo esporre i miei collaboratori a situazioni che non conoscevamo. Il 118 (dottoressa Alessandra Palo) ci ha prestato una tuta bianca protettiva, e insieme all'infermiera e all'autista sono partito verso l'ospedale di Codogno. Erano circa le 23".

 

Ad attenderli c'era una struttura disattivata, causa virus. Tranne Rianimazione, unica roccaforte aperta a operatori estranei, dove il Paziente 1 attendeva già intubato e profondamente sedato. Il salvataggio. "Ci aspettava una piccola équipe in reparto, chiamata a sovrintendere a tre malati, tra cui il Paziente 1 - spiega Iotti - un medico e tre infermieri stremati, che non si toglievano tute e mascherine Covid da 36 ore. Avevano deciso di non farsi sostituire per non contaminare anche i colleghi, visto che nel frattempo il Paziente 1 era stato sottoposto a tampone e risultato positivo. Così abbiamo trasferito Mattia Maestri in ambulanza, a pancia in giù e intubato. In quel momento nessuno immaginava che ci sarebbero state decine, centinaia, migliaia di contagi".

 

Arrivati al policlinico di Pavia alle 3 di notte, con Mojoli che correva loro incontro, i soccorritori hanno sistemato il Paziente 1 nel nuovo mini- reparto con assistenza respiratoria avanzata. "Per noi  - precisa Iotti - era una insufficienza respiratoria acuta grave, sulla quale, come Rianimazione pavese, ci sentivamo molto preparati: capaci di trattarlo anche in Ecmo. Il corso del mattino precedente è servito: Maestri era intubato ma, visto che era giovane, è stato trattato in ventilazione meccanica. Dopo 15 giorni l'ho decannulato e ha respirato da solo. Quando si è svegliato mi ha guardato bisbigliando: Dove sono? A Lodi?".

 

Iotti conclude: "Nei giorni successivi, quel repartino da cinque posti, che ci sembrava già tanto, in un attimo si è riempito ed è partita la corsa alla creazione di nuovi letti. Abbiamo ricevuto pazienti Covid da ovunque. Quanti ne ho curati? Oltre 200: in un anno più che in tutta la mia carriera di rianimatore".