Covid ci ha tolto (anche) il sonno

Illustrazione di Alvvino 
Colpa dell’isolamento, delle preoccupazioni e dei giorni senza ritmi che fanno saltare i vecchi equilibri sonno-veglia. Risultato: l’abuso di sonniferi. Le autorità sanitarie lanciano l’allarme
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SE ce ne fosse stato bisogno, eccola qua la dimostrazione che lockdown, paure e solitudini hanno esasperato gli italiani fino a un punto di non ritorno. Stiamo parlando dell’incremento dell’uso delle benzodiazepine, aumentato in questo orribile anno di pari passo con il numero di italiani che lamenta un’inedita insonnia, come documentato anche da uno studio apparso su Frontiers of Psychology. Gli specialisti la attribuiscono all’isolamento, alle giornate senza ritmi che disturbano quelli sonno-veglia, come all’alimentazione eccessiva legata alla noia e all’ansia. E in prima fila mettono la depressione che è esplosa nell’anno del Covid col suo carico di patologie, l’insonnia in testa. Risultato: il monitoraggio sull’uso dei farmaci durante l’epidemia Covid-19 dell’Aifa registra un aumento dell’uso di ansiolitici senza precedenti. Le dosi consumate dagli italiani nella primavera del 2020 sono raddoppiate rispetto a quella del 2019, poi, ancora, sono aumentate durante l’estate fino a registrare un picco a novembre, con il dato delle dosi triplicato rispetto all’autunno precedente.

 

Stiamo parlando, in massima parte, di benzodiazepine (nelle loro diverse forme farmacologiche) che da sempre sono la soluzione per non morire di angoscia, di ansia, di insonnia. Ma questa classe di farmaci dall’attività sedativa, ipnotica, ansiolitica, se usata senza criterio può fare più male che bene, segnando l’inizio di un lungo e pericoloso percorso di abuso e dipendenza dal quale deviare è sempre difficile. Negli Stati Uniti il problema è tanto sentito da avere spinto la Food and Drug Administration, lo scorso settembre, a rivedere le avvertenze sulle confezioni delle “benzos”, rimarcandone esplicitamente – come riporta un articolo sul Journal of American Medical Association a firma di Matthew E. Hirschtritt, del dipartimento di Psichiatria della University of California a San Francisco – "i gravi rischi di abuso, dipendenza, e reazioni di astinenza". In aggiunta, la Fda si sta occupando anche delle “prescrizioni facili”, chiedendo ai medici di informare correttamente i pazienti sui rischi delle benzodiazepine, di valutarne il rischio di abuso e di dipendenza dei pazienti, di individuare la dose efficace più bassa per la durata del trattamento più breve possibile, di considerare anche terapie alternative e soprattutto di monitorare costantemente i pazienti a cui vengono prescritti questi farmaci con regolarità.

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In Italia il problema è storicamente meno sentito – il nostro paese si colloca al di sotto della media dei paesi Ocse in quanto a consumo di psicofarmaci – ma non per questo meno importante. E l’arrivo della pandemia lo ha definitivamente messo sotto i riflettori. Secondo l’ultimo Rapporto sulla Salute mentale del ministero della Salute, nel 2018 – dunque in epoca pre-Covid – in Italia sono state vendute 49 milioni di confezioni di psicofarmaci. Ma il lockdown, come era prevedibile, ha fatto aumentare il ricorso alla chimica per uscire dalle difficoltà sociali, economiche e sanitarie provocate dalla crisi sanitaria globale, e per lenire la loro manifestazione più comune: l’insonnia. Perché le conseguenze del coronavirus hanno importanti ripercussioni anche sulla salute mentale. Secondo i dati presentati al XXII congresso nazionale della Società italiana di neuro-psico-farmacologia, metà delle persone contagiate manifesta disturbi psichiatrici, con un’incidenza del 42% di ansia o insonnia, del 28% di disturbo post-traumatico da stress e del 20% di disturbo ossessivo-compulsivo. Il 32% di chi è venuto in contatto col virus sviluppa sintomi depressivi, un’incidenza fino a cinque volte più alta rispetto alla popolazione generale.

 

La crisi economica provocata dalla pandemia incrementa a sua volta il disagio mentale in tutta la popolazione: il rischio di depressione raddoppia in chi ha un reddito inferiore ai 15 mila euro all’anno e triplica in chi è disoccupato. Dunque si stima che saranno almeno 150 mila i nuovi casi di depressione dovuti alla disoccupazione da pandemia. E i risultati si vedono sulle vendite: oltre al monitoraggio dell’Aifa arrivano i dati dell’Istituto europeo per il trattamento delle dipendenze (IEuD) a indicare che nei mesi di emergenza Covid-19 i consumi di psicofarmaci sono cresciuti e in particolare le benzodiazepine hanno subito un’accelerazione con tassi di crescita di oltre il 4% nei primi sei mesi del 2020.

 

"L’Organizzazione mondiale della sanità aveva già lanciato l’allarme: tra le conseguenze peggiori della pandemia vi è un aumento drammatico dei disturbi psicosociali e psicopatologici - ammette Massimo Di Giannantonio, presidente Società Italiana di Psichiatria - tanto che noi psichiatri abbiamo registrato un aumento delle criticità sia nella popolazione generale sia in quella specifica di pazienti già in carico nei dipartimenti di salute mentale". E Covid-19 ha aggredito in primo luogo il ritmo sonno-veglia. "Molte persone lamentano il fatto che sia saltata la regolarità del sonno, sia nei tempi di addormentamento sia per quanto riguarda il risveglio precoce e angoscioso, sia il sonno intermittente, non soddisfacente ai fini del ripristino delle energie. E questo, inevitabilmente ancorché non perfettamente condivisibile dal punto di vista scientifico, si porta dietro l’uso di benzodiazepine per l’ipnoinduzione", aggiunge il presidente degli psichiatri. Ma non c’è solo la notte a stimolare il consumo di questi farmaci. Durante il giorno siamo assaliti da preoccupazioni sanitarie e socioeconomiche che comportano un aumento generalizzato dell’incertezza verso il futuro. "Questo fa salire l’ansia e lo stress psicosociale legati alla pandemia, che a loro volta si portano dietro un consumo correlato delle benzodiazepine", aggiunge Di Giannantonio.

 

La decisione della Fda, dunque, non arriva per caso. Le benzodiazepine hanno per esempio fatto un balzo in classifica nei decessi per overdose, soprattutto quando sono prese in combinazione con altri farmaci, sedativi o oppioidi: tra le donne statunitensi di età compresa tra 30 e 64 anni – ricorda Jama – il tasso di decessi correlati alle benzodiazepine è aumentato da circa 0,5 per 100.000 abitanti del 1999 a quasi 5 per 100.000 abitanti nel 2017. A destare particolare preoccupazione in questo quadro è anche l’uso nelle fasce di età inferiori, in particolare tra gli adolescenti. Un’indagine condotta nel 2018 su poco meno di 30 mila studenti americani delle scuole superiori mostrava come il 3,9% dei ragazzi facesse un uso non medico di benzodiazepine. «Dati italiani non sono disponibili – continua Di Giannantonio – ma sappiamo per certo che situazioni di stress e deprivazione sociale, come quelle generate dal ritiro dalla vita scolastica, possono provocare un maggior consumo di questi farmaci anche tra i giovani. E questo è particolarmente preoccupante perché il sistema nervoso centrale e periferico degli adolescenti è ancora in fase di maturazione, evoluzione, sistematizzazione, e l’uso di sostanze psicoattive legali o illegali possono avere conseguenze gravi e peggiori di quelle che si riscontrano in un adulto".

 

E però: in alcune situazioni, per esempio nel trattamento degli attacchi di panico, le benzodiazepine rappresentano uno strumento altamente efficace. Una meta-analisi di 58 studi che ha confrontato l’uso di questi farmaci con il placebo ha dimostrato che le benzodiazepine erano più efficaci del placebo per i disturbi d’ansia, soprattutto nei pazienti con i punteggi più alti nella scala di gravità del disturbo ma anche – un fattore non trascurabile – negli studi in cui la durata del trattamento era minore. Sul tema dunque, dice Di Giannantonio, occorre fare una riflessione. Farmaci dal doppio volto, utili nell’acuto ma rischiosi nel cronico: sulle benzodiazepine c’è da dare un giudizio favorevole quando consideriamo la cura di sintomatologie transitorie e passeggere. Al contrario, è certamente necessario alzare l’attenzione quando il ricorso utile per le patologie acute si trasforma in una cronicizzazione dell’uso. Perché questo aumenta il rischio di una sindrome di dipendenza e di assuefazione, con relativa sintomatologia astinenziale, soprattutto se il paziente gestisce in proprio lo scalaggio, che invece deve essere condotto correttamente e sotto il controllo di un medico.

Mai affidarsi al fai-da-te

Dunque bisogna guardare con sospetto all’utilizzo fai-da-te e all’abuso si benzodiazepine, ma con giudizio, ammonisce Hirschtritt. Perché c’è il rischio che, basandosi sulla presa di posizione della Fda, i medici possano decidere di limitare le prescrizioni di benzodiazepine senza considerare le esigenze specifiche del paziente. Così come c’è il rischio che diano indicazione di sospendere in modo inappropriato la cura con questi farmaci lasciando così senza adeguato trattamento i disturbi d’ansia o l’insonnia, oltre a provocare crisi di astinenza nelle persone che già stanno facendo questa terapia. E magari spingere questi stessi pazienti verso soluzioni fai-da-te a base di alcol, cannabinoidi o sostanze illecite che non solo hanno poca o nessuna prova di efficacia, ma possono anche a lungo termine peggiorare i sintomi di ciò che avrebbero dovuto controllare. Senza contare che il rischio di sviluppare disturbi da abuso con le sostanze illecite è probabilmente maggiore rispetto a quello relativo alle benzodiazepine.

Come tutti i farmaci, è la necessaria conclusione, le benzodiazepine possono rappresentare un grande strumento terapeutico, e contemporaneamente, se mal gestite, possono provocare danni a chi le usa. I medici, dice Hirschtritt, dovrebbero aiutare i pazienti a soppesare questi fattori e sviluppare un piano terapeutico sicuro ed efficace, nonché flessibile e adeguato alle mutevoli circostanze. Il fatto che sulle confezioni vengano evidenziati gli aspetti problematici di questi farmaci non è necessariamente un male. Purché i medici sappiano agire con giudizio, senza gettare il bambino con l’acqua sporca.