Covid: le cose che non sappiamo e le sfide della scienza

Memoriale per le vittime del Covid inaugurato a Codogno (Credit: Stefano S.Guidi/Getty Images) 
La scienza è andata veloce, ma il virus di più. Ancora oscura la sua origine e la capacità di mutare. Così come gli strascichi che lascia in chi è stato colpito anche se non in maniera violenta
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È PASSATO UN ANNO dall’inizio della pandemia. La scienza è andata veloce come testimoniano i quasi 100.000 studi pubblicati. Ma molte domande restano senza risposta e occuperanno le menti e i laboratori di chi sta combattendo da mesi un instancabile corpo a corpo con un virus dall’ottima capacità evolutiva. Ecco i quattro ambiti osservati speciali. E cosa resta da scoprire

Da dove arriva il virus?

È la prima domanda a cui si deve dare una risposta. Mentre la missione dell’Oms, partita a inizio gennaio per la Cina dopo mesi di defatiganti trattative, sta cercando di raccogliere dati, nella comunità scientifica la discussione è aperta. La stragrande maggioranza degli esperti ritiene che Sars-CoV 2 sia arrivato dai pipistrelli a ferro di cavallo in seguito a un salto di specie in un animale domestico o di allevamento. Da lì, complici pratiche imprudenti come la macellazione non protetta o la vendita di carni di animali selvatici nei wet market, sarebbe passato all’uomo. Scagionato il pangolino, si cerca l’animale-ponte, soprattutto per capire come difendersi da eventuali futuri spillover.

Ma si teme un’ipotesi alternativa, che chiama in causa il laboratorio di virologia di Wuhan, e gli esperimenti che sarebbero stati fatti su coronavirus rinvenuti proprio nei pipistrelli, in particolare su un ceppo chiamato RaTG13, scoperto nel 2013. In questi test (chiamati di "gain of function") si assortiscono virus diversi o si muta il genoma per studiare l’aggressività del germe: un approccio oggi ritenuto inaccettabile.

Non era così allora e si teme ci sia stato qualche incidente. Indizi principali: la presenza, proprio a Wuhan, dell’unico laboratorio in grado di lavorare in questo modo, e quella, in Sars-CoV 2, di una sequenza che lo rende particolarmente adatto a infettare l’uomo, chiamato sito di clivaggio della furina, con 4 basi atipiche: RRAR. Secondo Maurizio Sanguinetti, virologo del Policlinico Gemelli di Roma: "Molti coronavirus contengono siti analoghi, e RRAR non è un’anomalia. Inoltre Sars-CoV 2 è un organismo così complesso che è molto improbabile che sia frutto di manipolazioni". Il giallo continua, e forse non si arriverà mai a scoprire con certezza il colpevole.

Cercasi terapie disperatamente

È il settore più critico: trovare antivirali è da sempre una sfida enorme. Nonostante siano state sperimentate centinaia di molecole, la terapia, ancora, non c’è. I due trattamenti che assicurano i successi maggiori sono i cortisonici, se dati quando l’infiammazione è all’inizio, e l’eparina, nei soggetti predisposti alla formazione di trombi. Tutti gli altri hanno, nel migliore dei casi, applicazioni limitate.

L’Italia ha investito denari e speranze negli anticorpi monoclonali, e l’Aifa ne ha approvati due il 2 febbraio scorso. Ma si tratta di terapie costosissime, complesse da somministrare, utili solo con infezioni non troppo gravi e per di più vulnerabili alle mutazioni perché dirette contro siti che possono mutare. Negli Stati Uniti, dove ce ne sono 3 approvati, l’utilizzo è solo del 20% delle scorte: si stanno rivelando un flop clamoroso.

Piuttosto, si cercano antivirali. Dopo mesi di analisi dei farmaci esistenti (grazie alle elaborazioni dell’intelligenza artificiale), alcuni sembrano giustificare qualche speranza. Tra essi il camostat – approvato in Giappone per la pancreatite, diretto contro un enzima indispensabile al virus chiamato TMPRSS2 – e il nelfinavir, un anti Hiv diretto contro un altro enzima cruciale, la furina. Quest’ultima è condivisa da altri virus come Ebola, Mers, Hiv e influenza aviaria: se si trovasse un agente selettivo, la cura di tutte queste malattie virali potrebbe fare un grande passo in avanti.

Uno nessuno centomila varianti

La fine del 2020 ha portato con sé un dono avvelenato: le varianti. C’è la cosiddetta inglese, o B1.1.7, che fa aumentare la contagiosità di Sars-CoV 2 del 50-70%. Ci sono quella sudafricana, quella californiana, quella brasiliana, e quella francese, il cluster 5 dei visoni. Ciò non stupisce: i virus mutano continuamente e, anzi, Sars-CoV 2 è considerato uno dei meno propensi a mutare. Piuttosto: "Si tratta di un fatto statistico: più si allarga la platea degli ospiti, maggiore è la probabilità che in qualcuno di essi emerga un virus mutato", spiega ancora Sanguinetti. E c’è allarme, perché ora il virus è sottoposto a una pressione selettiva data appunto dalle vaccinazioni e dal contatto con le persone già infettate e quindi resistenti. L’obiettivo è chiaro. "Bisogna sequenziare molto di più di quanto non si faccia ora, secondo elevati standard di qualità e in modo omogeneo e regolare in tutto il paese", aggiunge il virologo.

Finora nessuno, tranne la Gran Bretagna, è riuscito a farlo: se, infatti, i genetisti inglesi hanno già inserito nel loro database (Cog-Uk) e in quello internazionale più grande, il Gisaid, centinaia di migliaia di sequenze, e ogni settimana ne aggiungono 10.000, la media settimanale dei singoli paesi europei è ferma a 150, con la sola eccezione della Danimarca, che ne decodifica 1.200. Sequenziare è essenziale, per cogliere prima possibili eventuali nuove varianti pericolose, isolarle e prendere tutti i provvedimenti del caso. La sfida è dunque dare vita a reti di sorveglianza genomica.

Quelli che non guariscono mai

Secondo una delle casistiche più consistenti, pubblicata su "Epidemiology & Infection" dai medici dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, su quasi 800 malati circa il 50% ha ancora sintomi a settimane di distanza dalla supposta guarigione, e il 30% ha conseguenze psicologiche.

Altri studi segnalano situazioni analoghe. Spiega Sandro Iannaccone, responsabile di uno dei primi ambulatori specifici, aperto già in primavera dall’Ospedale San Raffaele di Milano: "Chi è stato ricoverato per Covid deve essere aiutato perché spesso, oltre al trauma psicologico, fa i conti con i danni della malattia e con gli strascichi delle terapie. Bisogna valutare ogni caso e decidere come intervenire, sempre con un approccio (e un team) multidisciplinare. Non ci sono cure specifiche, ma con la riabilitazione personalizzata si recupera totalmente".

Molto più complicata è la condizione di coloro che, pur non avendo vissuto un Covid grave, sono vittime di due sintomi invalidanti, ma sfuggenti e ancora misteriosi, tra gli oltre 100 descritti: la fatica cronica o fatigue e la difficoltà a concentrarsi o brain fog, che colpirebbero il 10-20% di chi è stato infettato. Sulle cause ci sono solo ipotesi: la permanenza – anche a livelli bassissimi – del virus nell’organismo, la persistenza di un’infiammazione cronica indotta dal virus e localizzata soprattutto al cervello, l’innesco di una reazione autoimmune e altro ancora. Molti stanno cercando di vederci più chiaro, anche perché si teme che il numero di questi pazienti aumenti in modo esponenziale e per costoro, a oggi, non c’è cura.