Covid: anche dopo la guarigione può restare il dolore

Per mesi alcuni guariti lamentano male ai muscoli, alle articolazioni, all'apparato muscolo-scheletrico
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Dai dolori muscolari diffusi, alle cefalee, ai dolori articolari e muscolo-scheletrici. Non dà tregua la pandemia, le cui ripercussioni si manifestano anche successivamente alla fase acuta di malattia, rendendo i pazienti, specialmente i più anziani  già sofferenti per patologie croniche, particolarmente ed ulteriormente fragili. A riferire di un ennesimo danno derivante dal Coronavirus, quello legato al dolore post-Covid, sono i circa duecento specialisti, a Napoli per un appuntamento dedicato al dolore acuto e cronico, organizzato dalla Fondazione Pascale.

"Per dolore cronico - spiega Arturo Cuomo, direttore di Anestesia, Rianimazione e Terapia del Dolore - si intende una malattia biopsicosociale caratterizzata da una spina dolorosa fisica continua, alterazioni del sonno, ansia, depressione, riduzione della capacità lavorativa, compromissione della vita sociale e relazionale, con una ricaduta, in termini di costi e oneri, sociali ed individuali, molto elevata".

 

Per comprendere la complessità e l’ampiezza del fenomeno basta dare un’occhiata ai numeri: gli italiani che ne sono affetti sfiorano il tetto dei due  milioni di cui circa la metà  presenta una sintomatologia talmente severa da considerarsi invalidante. I dolori cronici più frequenti sono conseguenza di malattie come artrosi e discopatie vertebrali, e, in percentuale minore, di patologie tumorali. Ma ci sono anche fibromialgia o il dolore pelvico cronico, in cui non si riconosce una vera e propria causa: in questi casi si parla di “dolore cronico primario”.

 

Tra i  fattori che contribuiscono alla cronicizzazione di una sofferenza fisica i vanno ricordati i regimi alimentari non controllati, il sovrappeso, l'obesità, la sedentarietà, il fumo e le posture scorrette. "Tutti elementi da analizzare anche alla luce dell’allungamento della vita media - aggiunge Cuomo -  con la conseguente maggiore comparsa di patologie degenerative correlate all’età avanzata. D'altronde, recenti studi inducono a pensare che il 4 per cento dei pazienti Covid più gravi, ricoverati e supportati per la respirazione, o addirittura intubati, manifesta dolore cronico anche a distanza di mesi dalla risoluzione dell’infezione. Perciò è indispensabile realizzare un programma di follow-up basato su un approccio multidisciplinare, da parte di un team di esperti che rilevi e monitori tutti i sintomi per intervenire sulla complessità dei bisogni del paziente, mediante un percorso terapeutico personalizzato e differenziato nel tempo".

 

Problematiche su problematiche, avverte Marco Cascella, responsabile della Terapia antalgica dell’Istituto oncologico partenopeo: “Nel medio e lungo periodo dovremo  gestire un'emergenza post-pandemica correlata ai pazienti affetti da dolore cronico: da un lato quelli che hanno sviluppato dolore cronico come conseguenza dell’infezione, dall’altro i tanti malati che, in epoca Covid, hanno dovuto fare i conti con un difficilissimo accesso alle cure. Un dato drammatico causato dai molti centri di Terapia del Dolore che su tutto il territorio nazionale, rimasti chiusi o funzionanti a scartamento ridotto. Una riduzione di attività a sua volta conseguenza della carenza di anestesisti costretti ad aumentare l’assistenza nei reparti di rianimazione".