Cannabis, è lo stupefacente più utilizzato tra 15 e 64 anni

(afp)
I dati emersi dal al 40° Congresso della Società Italiana di Farmacologia (Sif) 
3 minuti di lettura

LA CANNABIS è lo stupefacente più utilizzato tra 15 e 64 anni. Sono circa 192 milioni gli utilizzatori a scopo ludico nel mondo con un picco proprio nella fascia d'età fra i 15cenni e i 65enni. I nuovi studi presentati al 40° Congresso della Società Italiana di Farmacologia (Sif) confermano: minore è l’età alla quale si comincia, peggiori sono i potenziali danni e cioè dipendenza, depressione e psicosi. Inoltre, se utilizzata dalla madre in gravidanza e poco dopo, attraverso il latte, anche il piccolo ne è esposto, con maggiore rischio di diventare dipendente dalle sostanze d’abuso una volta adolescente e sviluppare malattie mentali.

Cannabis e dipendenza

Secondo l’ultimo report dell’Ufficio sulle Droghe delle Nazioni Unite (UNODC 2020), in Europa circa il 19% dei giovani (15-24 anni) ha fatto uso di cannabis nell’anno precedente, mentre ben il 10%, appena nel mese precedente. Circa l’1% dei maggiorenni (definiti come consumatori abituali) hanno consumato per più di 20 giorni al mese (European Drug Report 2020). Negli Stati Uniti il consumo abituale tra i maggiori di 18 anni è addirittura del 4.7% (UNODC 2020). Questi dati sono fonte di preoccupazione perché, nonostante la cannabis sia percepita dalla maggioranza come una droga 'leggera', spiegando che non induca mortalità acuta nei suoi consumatori, al contrario delle droghe 'pesanti”, è ormai riconosciuto che la cannabis possa indurre dipendenza.

Depressioni e deficit cognitivi

"Il rischio di svilupparla, infatti, è del 9% per coloro che la usano anche solo una o due volte e aumenta al 17% se il consumo è frequente e inizia durante l’adolescenza – hanno spiegato le professoresse Tiziana Rubino e Miriam Melis durante 40° Congresso della Società Italiana di Farmacologia (Sif) – . Inoltre, un numero sempre maggiore di studi epidemiologici mette in luce che l’abuso di cannabis in adolescenza sia associato a un rischio maggiore di sviluppare deficit cognitivi, depressione e psicosi".

Adolescenti più a rischio

I risultati delle ricerche precliniche che sono stati presentati al congresso SIF aiutano a chiarire questa relazione, e confermano la specifica vulnerabilità del cervello adolescente rispetto a quello adulto. Lo stesso paradigma di esposizione ai cannabinoidi, infatti, è in grado di indurre effetti diversi se condotto in animali adolescenti o adulti, con alterazioni maggiori proprio negli adolescenti.

"La ragione di questa specifica vulnerabilità è da ricercare nella recente identificazione del ruolo che il sistema degli endocannabinoidi gioca nei processi di maturazione e di rimodellamento dei circuiti cerebrali che avvengono nel cervello adolescente, soprattutto nella prima e media adolescenza". I cannabinoidi esogeni, e quindi la cannabis, interferiscono con questi processi, alterando le traiettorie di sviluppo: il cervello da adulto sarò quindi modificato nei suoi equilibri tra i diversi circuiti cerebrali.

Il cervello risponde

Grazie all’elevata plasticità del cervello, è possibile che questo sia comunque in grado di produrre risposte appropriate alle diverse situazioni ambientali. Tuttavia, in alcuni casi, soprattutto quando sono in gioco altre condizioni genetiche e/o ambientali che concorrono ad alterare l’equilibrio tra i circuiti cerebrali, la plasticità diminuisce e quindi insorgono risposte non adeguate agli stimoli ambientali, determinando quindi lo sviluppo di patologie quali alterazioni nel tono dell’umore, psicosi e deficit cognitivi.

La questione delle dosi

La critica che normalmente viene fatta a queste ricerche è che le dosi di composti attivi utilizzate per indurre tali effetti sono piuttosto alte, e quindi rispecchiano un abuso pesante che riguarda solo una piccola parte della popolazione. Un’altra delle novità degli studi presentati al congresso SIF è che questi sono stati condotti con dosi basse di THC, ma a partire dalla prima adolescenza. "Questi studi, quindi, indicano che la variabile più importante per gli effetti avversi dell’esposizione alla cannabis è rappresentata dall’età a cui si è esposti: tanto questa è più bassa, tanto maggiori saranno gli effetti deleteri sui processi di maturazione e rimodellamento del cervello".

Le patologie psichiatriche

È da considerare, inoltre, che negli ultimi anni appaiono sempre con maggior frequenza fra le notizie di cronaca episodi riconducibili a patologie psichiatriche (es. disturbi psicotici e/o depressivi) durante l’età evolutiva (sia bambini che adolescenti), alcune delle quali possono essere ascritte ad alterazioni del neurosviluppo in seguito a insulti precoci come l’uso di cannabis non solo in adolescenza ma anche durante la vita prenatale. "È stato dimostrato infatti che i cannabinoidi attraversino la placenta e vengano escreti nel latte materno ponendo il neonato a rischio", spiegano le esperte.

Da madre in figlio

I dati presentati al congresso forniscono delle informazioni per quanto riguarda le alterazioni a carico della progenie nel breve e lungo termine. Un numero crescente di evidenze scientifiche indica che l’esposizione prenatale alla cannabis alteri il comportamento e i circuiti cerebrali del bambino, dimostrando il suo impatto negativo a lungo termine sulla salute della generazione successiva.

La gravidanza

"Studi epidemiologici – specificano Rubino e Melis – mettono in relazione il consumo di cannabis da parte della madre durante la gravidanza e l’impatto dannoso sullo sviluppo cognitivo della prole non solo sin dalla primissima infanzia ma fino alla completa maturità. In particolare, la progenie esposta in utero alla cannabis mostra ridotte capacità attentive, di apprendimento e risoluzione dei problemi, iperattività (Adhd), aumento dell'impulsività, aggressività, disturbi del sonno, propensione ai comportamenti a rischio (incluso l’uso e l’abuso precoce di droghe) e, non ultimo, la propensione ad avere esperienze psicotiche già da bambini (tra gli 8 e gli 11 anni)".

Il feto 

Le ricerche presentate al congresso spiegano anche i meccanismi cellulari e molecolari che sottendono alle modificazioni nelle connessioni dei circuiti corticali e sottocorticali del feto e si manifestano con alterazioni dello sviluppo cognitivo ed esecutivo. I ricercatori sostengono che queste si protraggano anche nell’età adulta attraverso un’azione di interferenza con la funzione del suo sistema endogeno (endocannabinoide), sistema che regola in modo preciso non solo come si sviluppa il cervello del feto, ma anche altri sistemi che controllano finemente il nostro organismo anche dal punto di vista metabolico. Dati che vanno quindi tenuti presenti nell’ampio dibattito per la legalizzazione della cannabis perché, come anche sottolineato dall’Ufficio sulle Droghe delle Nazioni Unite (UNODC 2020), solo una più approfondita conoscenza del problema ci permetterà di affrontarlo in maniera adeguata e risolutiva.