Stress agonistico, lo psichiatra: "Prandelli si è fermato in tempo, è stato saggio e coraggioso"

(agf)
Francesco Cro e la decisione di lasciare la panchina: quei segnali che tutti noi dobbiamo riconoscere prima che sia tardi
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“In questi mesi è cresciuta dentro di me un’ombra che ha cambiato anche il mio modo di vedere le cose”. E’ uno dei passaggi della lettera che Cesare Prandelli, ex allenatore della Fiorentina Calcio, ha inviato ai vertici della squadra presentando le sue dimissioni. Già in passato aveva lasciato la panchina di una squadra per motivi personali (abbandonò quella della Roma nel 2004 a causa di una grave malattia della moglie) e ieri ha confessato pubblicamente: “Mi trovo in un assurdo disagio che non mi permette di essere ciò che sono”.  E anche se al momento si parla solo di un ”crollo nervoso”, il caso di Prandelli ha riaperto la discussione sul tema dello stress agonistico a cui sono sottoposti i calciatori, la depressione e la fragilità degli atleti.  “La sua è stata una scelta coraggiosa. Da lui dobbiamo trarre una grande lezione: ha percepito i segnali di frustrazione e di impotenza e si è fermato”. Francesco Cro, psichiatra del Dipartimento di Salute Mentale di Viterbo commenta così la decisone di Prandelli di lasciare lo sport. Forse per sempre.

Perché secondo lei ha parlato di quest’ombra cresciuta dentro? Cosa significa?

“La sua storia professionale è quella di uomo molto appassionato del suo lavoro e questo paradossalmente può essere un fattore di rischio. Quando sei così coinvolto e sotto pressione nel tuo lavoro può subentrare da una parte la percezione di non essere al massimo, dall’altra di non avere il completo riconoscimento dei propri sforzi. Questo squilibrio ci dà la sensazione di un fallimento. Il termine è un po’ desueto, ma credo si possa parlare in questo caso più di un crollo nervoso di una sorta di esaurimento. Un senso di frustrazione percepita rispetto alle aspettative future”.  

Sempre Prandelli parla di essere stato “cieco davanti ai primi segnali che qualcosa non era più esattamente al suo posto dentro di me”. Come facciamo a riconoscere questi segnali prima di crollare?

“Non sappiamo ovviamente di quali segnali parla il ct, ma in generale i segni che qualcosa non va dentro di noi e coinvolge la nostra vita professionale sono soprattutto la rabbia, il nervosismo, la tristezza. E più il nostro lavoro ci piace, più ci identifichiamo con ciò che facciamo e che abbiamo costruito, più questa cosa dentro di noi si ingigantisce fino ad arrivare al disamore verso quel lavoro. E’ come un amore che ci delude, che non viene corrisposto. E scappiamo. Quel mondo che ci apparteneva, non ci appartiene più. Prandelli si è fermato in tempo ed è stato saggio: bisogna trarre una grande lezione dal suo gesto”

Lo stress agonistico può essere così devastante?

“La dimensione agonistica può esporre tantissimo al rischio di stress cronico e depressione non solo per le prestazioni, ma perché c’è l’identificazione del valore di una persona dai suoi risultati. Una sconfitta non è solo una tua sconfitta sportiva, ma tua personale. E questo vale per tutti, anche per gli atleti, e colpisce anche quelli che sembrano molto equilibrati".

La pandemia può aver influito sulla decisione dell'ex allenatore toscano?

“Oggi nessuno di noi si riconosce più in quello che era prima. Al di là dei danni causati anche allo sport e al mondo del calcio, gli atleti forse risentono più di altri di un certo nervosismo generale. E poi questa atmosfera di cupezza, anche se indirettamente può favorire scelte drammatiche”.