Dopo il Covid l'infiammazione polmonare si può curare con il cortisone

Alcuni hanno sintomi respiratori anche dopo tempo dalla dimissione ospedaliera. Con una infiammazione dei polmoni
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ANCHE a distanza di settimane dalle dimissioni, alcuni pazienti ricoverati per Covid-19 possono presentare ancora sintomi respiratori, come una persistente infiammazione dell'interstizio polmonare, o malattia polmonare interstiziale (Ild), caratterizzata da un'infiammazione della struttura di sostegno dei polmoni. Ma c'è, tuttavia, una buona notizia: per trattarla si può ricorrere ai corticosteroidi, farmaci ampiamente disponibili e a basso costo.

 

A raccontarlo è uno studio osservazionale svolto dai ricercatori del Guy's and Saint Thomas' Nhs (National Health System) Foundation Trust che, oltre a identificare chi è più a rischio di svilupparla, hanno dimostrato come le terapie con i corticosteroidi sono efficaci nel migliorare la funzione polmonare e ridurne, quindi, i sintomi. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Annals of the American Thoracic Society.

 

Per giungere a queste conclusioni, il team di ricerca ha coinvolto 837 pazienti ricoverati tra il 28 febbraio e il 29 maggio del 2020 con una diagnosi di polmonite da Covid. A distanza di 4 settimane dalle loro dimissioni, da un'inchiesta telefonica è emerso che il 39% (325 su 837) aveva ancora sintomi respiratori in corso. Dalle successive analisi svolte su questo sottogruppo di pazienti ed eseguite a sei settimane dalle dimissioni, i ricercatori hanno scoperto che il 42% circa non mostrava segni e sintomi di infiammazione persistente, il 33% aveva sintomi, ma non risultati radiologici, mentre il 24%, circa 77 pazienti, è stato indirizzato al team multidisciplinare di malattie polmonari post-Covid. E ancora: in questo ultimo gruppo, i ricercatori hanno osservato che il 4,8% (35 su 837) aveva un'infiammazione persistente dell'interstizio polmonare.

 

Dopo aver identificato questi pazienti, il team ha deciso di ricorrere ai corticosteroidi, trattando 30 casi con una dose massima iniziale di 0,5mg/kg di prednisolone e via via a diminuire nelle successive tre settimane. Dopo il trattamento, i ricercatori hanno osservato che questi pazienti presentavano un miglioramento significativo dei sintomi, e in particolare un aumento del 31% circa della capacità di scambio gassoso del polmone e del 9,6% della capacità vitale forzata, ossia il volume d'aria che si riesce ad espellere tramite l'espirazione. “In questo studio, i ricercatori si sono preoccupati delle conseguenze di Covid-19 in forma acuta su una vasta popolazione di soggetti che avevano avuto una polmonite da Covid di varia gravità”, spiega Marco Confalonieri, direttore della struttura di Pneumologia dell'Ospedale universitario di Trieste e membro del comitato esecutivo dell'Associazione italiana pneumologi ospedalieri (Aipo). “Questi risultati sono ottimi, assolutamente in linea con quella che è la nostra esperienza”.

 

In particolare, sottolinea l'esperto, i medici inglesi hanno dimostrato che l'uso del cortisonico aiuta a evitare che la malattia possa evolvere in fibrosi, la formazione di tessuto cicatriziale nei polmoni che provoca danni permanenti alla funzionalità respiratoria. “Questo studio ci dà una speranza, perché dimostra che se a distanza di settimane ci sono ancora problemi al polmone, nella maggior parte dei casi si possono comunque risolvere con dei farmaci a basso costo, semplici da usare e che per un periodo non troppo lungo possono portare alla guarigione”, commenta Confalonieri. Nella malattia da coronavirus si verifica una polmonite acuta, ma c'è anche una percentuale, non altissima (inferiore al 5% appunto), di pazienti che può presentare una persistente infiammazione nella struttura di sostegno del polmone.

 

“L'infiammazione è una reazione di difesa, ma nella polmonite da Covid-19 in un certo numero di pazienti è stato osservato che questa reazione non è ben regolata. L'infiammazione, quindi, può essere eccessiva oppure prolungata. Quest'ultima risponde, come risponde anche la forma acuta, al corticosteroide”, spiega l'esperto, ricordando che il trattamento cortisonico si è già dimostrato in grado, nella fase più acuta delle forme più gravi di Covid-19, di ridurre significativamente la mortalità.

 

I ricercatori inglesi, inoltre, sono riusciti a identificare chi è più a rischio di presentare una malattia infiammatoria persistente dell'interstizio polmonare: dallo studio, infatti, è emerso che i pazienti erano prevalentemente maschi (71,5%) e in sovrappeso o obesi (questi ultimi solo il 26%). La maggior parte aveva almeno una comorbidità, e le più comuni erano il diabete e l'asma.

La degenza in ospedale era in media di 16 giorni circa, l'ossigenoterapia è stata richiesta dall'82,9% dei pazienti, il 55% è stato ricoverato in unità di terapia intensiva e il 46% ha avuto bisogno della ventilazione meccanica invasiva. “Sono dati osservati anche per la polmonite acuta. Questo non vuol dire che sono colpite solo queste categorie di persone, ma che esistono dei fattori di rischio in più che possono aumentare la probabilità”, conclude Confalonieri. “In questo momento, il mio consiglio spassionato è quello di non avere paura del vaccino, ma di avere più timore della malattia, anche alla luce di questi studi. La vaccinazione è la strada per poterne uscire insieme”.