Covid e vaccini: chi può fare una sola dose e quali tempi rispettare

Il virologo Giovanni Maga, spiega le differenze tra i quattro sieri in circolazione, modalità e scadenze delle somministrazioni. Il caso degli asintomatici 
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Prima dose di vaccino anti-Covid e seconda: ma dopo quanto? Copertura totale o parziale dal contagio: in quanto tempo? Sintomatici, e non, alle prese con l’iniezione: giusto farla ad entrambi? E come possono reagire? Giovanni Maga, virologo, direttore del Cnr di Pavia, fa chiarezza su una serie di interrogativi che quattro vaccini anti-Covid con tempi ed effetti diversi stanno moltiplicando nella testa degli italiani.

Quattro vaccini a confronto. «Facciamo chiarezza, appunto, a partire dai tipi di vaccino che oggi abbiamo di fronte – premette Maga –. La differenza fondamentale è il modo in cui rendono le nostre cellule capaci di stimolare l’immunità. Pfizer e Moderna danno al nostro organismo l’informazione alla proteina Spike (la “chiave” con cui il virus entra nelle cellule per infettarle), che a sua volta stimola il sistema immunitario racchiudendola in goccioline di grasso. Gli altri vaccini, AstraZeneca e Johnson&Johnson, invece, usano virus innocui (Adenovirus) che si legano alle cellule e fanno entrare l’informazione genetica».

Gli effetti. Le differenze, se ci sono, si verificano in termini di reazioni in chi assume il vaccino. «Questo non vuol dire che uno sia peggiore dell’altro – precisa Maga –. Innazitutto perché tutti vaccini danno pochissime reazioni avverse. E poi perchè, in oltre il 95% dei casi, sono molto lievi e si esauriscono i poco tempo. Parlo di febbre, mal di testa, talvolta nausea e vomito. E, a dire il vero, in coloro che sono stati trattati con AstraZeneca sono inferiori nel numero rispetto ad altri vaccini».

Ma quando inizia la protezione? Tra le prime domande che molti si pongono c’è questa: mi sono vaccinato con la prima dose, posso considerarmi già protetto? «La difesa, dopo la prima iniezione, è la stessa nei diversi vaccini: garantiscono una copertura all’incirca del 70-75% – garantisce il virologo –. Dopo il richiamo, invece, il dicorso cambia: con Pfizer e Moderna è superiore al 90%, con AstraZeneca si ferma all’80%. Johnson & Johnson, almeno per ora, non richiede il richiamo. Si stanno conducendo studi clinici proprio per vedere se sia necessario». Quanto alla tempistica, «già dopo due tre settimane dalla prima dose si ottiene una copertura elevata, intorno al 70% appunto, quindi possiamo considerarci coperti da un eventuale attacco del virus».

La seconda dose è proprio necessaria? Dunque, se si è protetti al 70% perchè sottoporsi pure al richiamo? «Tutte le persone vaccinate, anche con due dosi, in teoria potrebbero infettarsi, ma avranno una malattia con pochi o nessun sintomo – chiarisce Maga –. Perché con questi vaccini ci si riferisce a probabilità di avere malattia sintomatica. Inoltre tutti gli studi hanno dimostrato che le due dosi difendono al 100% dal rischio di morte. Infine la persona vaccinata, anche se si infetta, ha una probabilità di contagiare molto inferiore rispetto a una non vaccinata».

Chi è stato malato e chi no. C’è poi un altro quesito a cui rispondere. Parliamo della differenza tra chi è stato malato e chi no. Entrambi devono sottoporsi allo stesso trattamento, anche se il primo il Covid l’ha già conosciuto? «Al momento il ministero della Salute dà un’indicazione precisa: chi ha una storia nota di malattia e guarigione farà una dose da tre mesi in poi e solo quella. Perché la malattia è come se avesse sostituito la prima dose, mentre la vaccinazione un po’ come se fosse la seconda – spiega il virologo –. Quale significato ha  raccomandare la vaccinazione anche a chi è guarito? Parliamo di una persona che si è infettata magari nove mesi prima, con un ceppo del virus diverso rispetto a quelli al momento in circolazione. Parlo, in particolare della variante inglese, la più contagiosa. Quindi vaccinare anche chi è guarito vuol dire offrirgli un livello di protezione più alto».

Il dilemma degli asintomatici. E che dire degli asintomatici? Quelli che il Covid l’hanno avuto ma non lo sanno? Come possono verificare di possedere gli anticorpi necessari che escludano il vaccino? «Se ci riferiamo alla necessità di sottoporsi ad un test sierologico per verificare il livello degli anticorpi contro il Covid, dico subito che non è consigliato prima della vaccinazione – risponde Maga –. Il perché è semplice: non sapendo quando mi sono infettato, conviene comunque che mi vaccini. E non ci sono controindicazioni, anche per l’assunzione di entrambe le dosi. Il rischio di diventare iperimmuni? Non ci sono indicazioni al riguardo. Si possono verificare effetti collaterali, ma cambiano a da persona a persona. Tuttavia non è possibile stabilire se quegli effetti siano dovuti al fatto di avere già gli anticorpi o no prima dell’iniezione, perché gli stessi effetti si riscontrano anche in chi non ha le difese necessarie contro il virus. Piuttosto chiediamoci come facciamo, senza vaccino, ad essere sicuri che gli anticorpi siano sufficienti per proteggerci anche dalle diverse varianti. Ciò che fa la differenza, in realtà, è la propria costituzione immunitaria. Per questo il ministero ha indicato di somministrare il siero anche a chi è guarito dal Covid. Perché i benefici sono maggiori».

I tempi dei richiami. Anche in fatto di richiami ci sono dei distinguo da fare. «La somministrazione della seconda dose è prevista dopo 21 giorni per Pfizer e dopo 28 per Moderna, mentre Johnson & Johnson non ha richiamo  e AstraZeneca lo richiede dopo tre mesi – conclude Maga –. C’è però un’indicazione dell’Aifa (Agenzia italiana del farmaco) che, in accordo con le previsioni dell’Oms (Organizzazione mondiale della sanità), consente, in caso di necessità (ad esempio la disponibilità di poche dosi di vaccino) di estendere questo intervallo di tempo a 42 giorni. Quindi, se siete stati sottoposti alla prima vaccinazione, ma non vi hanno ancora chiamato per la seconda, non preoccupatevi».