Sindrome della rassegnazione: Samir, il bimbo che dormiva sempre per fuggire dalla paura

foto di archivio 
Sintomi da post trauma, ma che si ritrovano anche in alcuni bambini contagiati da Covid
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DORMIVA, dormiva, dormiva. Mentre gli altri bambini giocavano a calcio, Samir, 6 anni, dormiva. Quando i fratelli si divertivano con la PlayStation, lui era rinchiuso in un sonno senza fine. All'ora di cena il suo posto a tavola restava vuoto perché invece di mangiare il suo piatto preferito che gli aveva preparato la mamma, Samir era in una sorta di letargo. Un sonno popolato da incubi, ma per lui quel sonno era diventato l'unico modo per dimenticare il giorno della fuga da casa. La guerra.

Samir, romano di adozione, è nato in Siria durante la guerra civile. È uno dei bambini che soffrono di una sindrome simile a quella della "rassegnazione". Una patologia che colpisce i piccoli tra i 6 e i 15 anni che cadono nell'abulia e nel letargo. Come quelli arrivati in Svezia dalle Repubbliche dell'ex Unione sovietica e più recentemente dalla Siria. Raccontati dal New Yorker nel documentario "Sopraffatti dalla vita". Come tutti loro, anche Samir è figlio di migranti. È stato curato al Bambino Gesù di Roma dalla dottoressa Maria Pontillo, psicoterapeuta dell'età evolutiva, dell'Unità di Neuropsichiatria dell'infanzia e dell'adolescenza.

Come è stato il primo contatto tra voi e Samir al Bambino Gesù?

"Samir, come migliaia di altri siriani in fuga, si è lasciato alle spalle notti di bombe e crolli di palazzi, urla e bambini che, da un giorno all'altro, non c'erano più. Alla fine di un viaggio doloroso, estenuante, la sua famiglia è arrivata a Roma. Sembrava la fine di un incubo, invece da quel momento l'incubo si è ripresentato. Sotto forma di un disinteresse totale per quello che gli stava accadendo, quasi un rifiuto della realtà e del passato. Una volta a Roma ha cominciato a sviluppare i sintomi del post trauma, dormendo fino a 12 ore al giorno, rifiutando qualsiasi contatto con l'esterno. È stata la scuola ad attivare il servizio e a far arrivare Samir al Bambino Gesù. Quando lo abbiamo visto la prima volta, ci siamo preoccupati e lo abbiamo sottoposto a molti test clinici che hanno escluso patologie organiche. Non c'erano problemi di salute che  giustificassero quel sonno che si protraeva giorno e notte. Il cervello di Samir funzionava regolarmente".

È stato complicato per voi intercettare le sue paure?

"Quando, dopo molti incontri, siamo riusciti a creare un ambiente sicuro intorno a lui, il piccolo ha cominciato a reagire. Finché, un giorno ci ha guardati e ci ha detto poche parole, precise: 'Correvo con mamma e papà ma non sapevamo dove andare, avevo paura di rimanere solo'". In quel momento, si sentiva in pericolo e temeva anche per la vita dei genitori. È quella paura ad essergli rimasta dentro".

Vi era già capitato, avete tanti bambini ogni anno?

"Il bambino siriano è uno dei 5 mila piccoli pazienti visitati ogni anno al Bambino Gesù per problemi legati a disturbi psichiatrici. Di loro, 800 circa arrivano da noi per un disturbo post traumatico. Tra loro, ci sono figli di migranti, anche quelli che sono stati dati in adozione; bambini che hanno subito violenza e abusi".

Ma come si manifesta la sindrome della rassegnazione?

"I bambini e i ragazzi colpiti - dai 6 ai 18 anni - si isolano sempre di più. I sintomi sono diversi. I più piccoli si chiudono nel mutismo e non mangiano più, si allontanano progressivamente dai bisogni biologici. Rifiutano sport e scuola. Soffrono di crisi d'ansia e di paura. Nei più grandi l'isolamento sociale è ancora più evidente. Si possono associare a problemi di aggressività. Le segnalazioni arrivano spesso dalle scuole, quando gli insegnanti vedono questi loro alunni chiudersi in loro stessi: scambiano questi segnali come autismo".

Ma perché questa sindrome è emersa in Svezia?

"Dipende da come viene gestita l'accoglienza. Lì c'è un sistema che raccorda i centri di accoglienza direttamente con i centri ospedalieri. I ragazzi che presentano disturbi o patologie vengono intercettati presto e accompagnati dai mediatori"

Si guarisce da questo tipo di sindrome o dai disturbi post traumatici?

"Quando un bambino presenta sintomi come un mutismo costante, la mancanza di reazione a stimoli esterni, addirittura una stato simil comatoso e sono escluse ragioni organiche, la guarigione non passa solo attraverso i farmaci. L'approccio deve essere integrato, soprattutto psico-sociale che prevede la presenza di assistenti sociali, psicoterapeuti, gli operatori dell'accoglienza. Perché non solo il piccolo, ma tutta la famiglia deve essere presa in carico. E bisogna pensare al recupero, al sostegno per la famiglia, creando opportunità ricreative per il piccolo. Fa parte della cura la presa in carica dai territori".

Può essere scambiato per autismo da parte dei genitori o degli insegnanti?

"Certo, quel tipo di chiusura può essere scambiato per un sintomo di uno dei disturbi dello spettro autistico e questo non giova alla loro ripresa. Si può perdere tempo prezioso. È importante intervenire presto quando ci si trova davanti ad un bambino che dorme spesso, che mostra segni di regressione (mangiava da solo e ora non più), che si isola, che non mangia o mangia troppo. Una patologia da post trauma, se non presa in tempo può cronicizzarsi con conseguenze anche gravi sulla qualità della vita futura e della salute mentale".

Avete notato sintomi simili anche in bambini che non arrivano con i flussi dei migranti?

"Sì, nei bambini che hanno subito un abuso o una violenza. Ma ora arrivano nei nostri ambulatori anche bambini reduci dal Covid che sembrano soffrire di disturbi simili alla  sindrome della rassegnazione, come i coetanei delle famiglie dei migranti".

È un effetto a lungo termine dell'infezione?

"I piccoli, ma anche gli adolescenti che sono stati contagiati, hanno due ordini di problemi: faticano a riprendere la loro routine, soprattutto la concentrazione per studiare, e hanno anche paura di perdere i genitori. Molti sviluppano una paura sociale, vengono colti da stati d'ansia, non vogliono uscire per paura di esporsi al virus. Seguiamo bambini che dopo il contagio vivono veri e propri attacchi di panico in cui dicono chiaramente di aver avuto paura di morire. Come per i piccoli migranti, solo un intervento precoce può impedire a questi sintomi di diventare cronici e avere conseguenze più gravi a lungo termine".

Un trauma privato e uno collettivo per i bambini per i quali il Covid è entrato nella loro vita?

"È proprio così. Al Bambino Gesù durante la pandemia abbiamo monitorato circa 200 ragazzi tra i 15 e i 18 anni che avevano già una vulnerabilità neuropsichiatrica: il 7% di loro ha perso un familiare di primo grado, il 22% una persona della cerchia più stretta. Quasi tutti hanno sviluppato sintomi importanti di alterazioni del sonno, dell'appetito, rifiuto ad alimentarsi, episodi di aggressività e di paura. Molti di loro rifiutano ancora oggi la perdita, l'accettazione della morte. Hanno perso da un giorno all'altro una persona vicina e ora temono di vedere morire i genitori. Si tratta di traumi collettivi di cui dobbiamo tener conto. Non solo i medici e le famiglie di questi ragazzi, ma riguarda tutti noi".